Tu, tu sei la pianta – poesie alla mamma

Nel 2010 la Samuele Editore ha pubblicato un volume di poesie dal titolo L’amore del giglio – poesie alla mamma. In quell’edizione, andata ormai quasi del tutto esaurita, Maria Luisa Spaziani scriveva in prefazione: Analizzando millenari reperti di pietre, graffiti, papiri e documenti cartacei in più lingue, hanno precisato la priorità delle fonti prime, dei grandi temi. Sono otto: la madre, Dio, l’amore, il padre, la morte, i figli, la patria. Il dotto studio annoverava anche poeti islandesi e del circolo polare artico. Come terranno i loro archivi casalinghi negli igloo? Eppure anche loro sono entrati fra i testimoni, anche loro hanno contribuito ai risultati che fra l’altro ci confermano in quello che forse già inconsciamente sapevamo: c’è una grande distanza fra il numero uno, la madre, e tutti quelli che vengono dopo. E poco più avanti: Il fatto è che la madre è sempre stata, è e resta la radice fondamentale di ogni creatura nonostante l’apporto massiccio e determinante di altri amori e del variegato fondamentale apporto delle varie culture.

È interessante notare quanto il tema della madre spesso riporti a una realtà naturale (radici, quercia, rami, grano, linfa), in secondo luogo a una domanda sul sé e la propria identità (il solo calore / mi volessi […] La mia ora è lievitata nel tuo grembo […] ancora sei, la mia pianta / Perché tue le radici […] Si vive delle voci di oggi / di quelle voci che oggi io sento / che tu un giorno non sentirai più), e in ultima battuta all’amore, un amore spesso inteso come certezza, punto fermo, o domanda sulla certezza (libero come non mai / un senso della vita / l’amore […] Certezza del fiore in gemma che s’apre. / Certezza del frutto nell’operosità dei voli […] La donna ninna serena / l’incertezza del futuro).

Inevitabilmente il tema madre oggi riflette l’incertezza, la precarietà sociale e culturale in cui viviamo. Dal grande tema che oggi è oggetto di studi e ricerche (cos’è naturale) alla domanda sul cos’è l’identità e quanto valore oggi abbia, i poeti continuano a cercare risposte nella radice prima che li ha generati. Una radice dolorosa, perché essere madri (come essere figli) è doloroso fin dal momento del parto. Una radice alla quale si chiede qualcosa di molto più vicino al divino di quanto forse si vorrebbe.

Nello scegliere i finalisti da inserire in quest’antologia e il testo vincitore la Redazione di Laboratori Poesia non ha certo avuto vita facile. Ma alla fine ci siamo trovati d’accordo e, in merito al vincitore, in qualche misura innamorati di un testo con la chiusa che meglio di altri versi definisce il concetto di maternità. Una di quelle che dicono una verità che abbiamo trovato fondamentale, condivisibile, da ricordare. La poesia è di Matteo Piergigli:

 
Una fotografia ingiallita.
Madre e figlio
cullati in un abbraccio.
La donna ninna serena
l’incertezza del futuro.
Ora il figlio culla un ricordo
cementato nel cuore.
I pensieri svaniscono.
Solo l’amore non scade.

 
 
 
 

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