Tropaion – Raffaela Fazio

Tropaion - Raffaela Fazio

Tropaion, Raffaela Fazio (Puntoacapo Editrice – Collana AltreScritture, 2020).

A colpire da subito, dopo aver completato la lettura di questo nuovo libro di Raffaela Fazio, è la compattezza contenutistica e formale, la sua compiuta circolarità, la declinazione attraverso molteplici punti di vista di una poesia che indaga l’esistenza in tutta la sua conflittualità mediante la simbologia bellica, pervicacemente adottata come formula espressiva in tutto il libro. La battaglia che si accampa e si confronta in questi versi non è mai esplicitamente contestualizzata, per quanto il riferimento alla metafora amorosa sia di per sé evidente e lasci quindi intendere un’esperienza autobiografica qui sapientemente trasfigurata, ma, in senso più lato, il polemos eracliteo citato in esergo ci fa pensare a un sostrato più profondo, alla rappresentazione di una lotta interiore che, oltre a comprendere un conflitto interno all’io, è anche un rapporto dialettico fra io e mondo, il tentativo di un raccordo fra un sé problematicamente diviso e un altro da sé in cui cerca di essere accolto, infiltrandosi dalla fenditure come fossero spiragli.

I riferimenti letterari dell’autrice sono molteplici: senz’altro è importante la matrice classica greca e latina (in esergo Lucrezio, Seneca, Eraclito, Euripide), tradizione di cui conduce un’ampia e dotta dissertazione Sonia Caporossi nella sua postfazione, così ricca di indagini etimologiche per scavare nel fondo originario e archetipico del linguaggio utilizzato dall’autrice.

L’insistenza della simbologia bellica (“I miei soldati / hanno pugnali saldi / e pettorali sporchi”, “Nel gioco si accende la fuga / e nel bosco la caccia”, “gli si scagliava contro / nell’agguato / di rovi nuvole furori”, “Tra le nostre opposte trincee / impigliato nel filo spinato / un cavallo / senza padroni”), simbologia che è traslato del conflitto dell’io, porta immediatamente alla memoria certa poesia della Rosselli, le sue sofferte Variazioni belliche in particolare.

Il senso di una battaglia irrisolta, appunto non vista, ricorda anche l’ultimo Caproni, soprattutto Il conte di Kevenhueller (si vedano alcuni vocaboli-sentinella come bosco, caccia, fiato / selvatico, facile preda; di gusto caproniano anche un certo uso della rima a effetto, soprattutto nelle chiuse), così come il senso di una cattività straniata (si vedano i vocaboli-sentinella reticolato, filo spinato, gabbia di me stessa, chiavistello, torre, prigioniera, segreta), prigionia da cui per l’io è problematico evadere per approdare a un lascito migliore, crea significative convergenze con Fortezza di Giovanni Giudici. Sono riferimenti possibili, che è bene riportare, per quanto l’autrice, nella sua specifica cifra stilistica, definita metasimbolica da Sonia Caporossi, brilla di una propria originalità, di una personalità non assimilabile ad altri.

Entrando nel merito del procedimento poetico, a guidare la scrittura della Fazio è il senso della vista: “Non ho che lo sguardo”, si dice nell’incipit categorico di pag.64; come lei stessa afferma, nella sua poesia non si dà parola se non è prima veicolata dallo sguardo, dall’attraversamento delle cose (“Vedo il mio occhio: / vorrebbe farsi mondo.”, pag.34). Lo sguardo può essere lo strumento per isolare il tempo, afferrare il divenire (ecco ancora Eraclito), benevolo nella sua lentezza salvifica, in cui occorre però rintracciare “l’evento / – istante che artiglia / e mette in fuga / la morte / o le dà senso”, in una sorta di revisione personale dell’heideggeriano essere per la morte.

Lo sguardo consente inoltre di rintracciare la ferita estrema, la sua vena imperfetta grazie alla quale si “arriva nelle cose” (pag.65) come risultato della ferocia del conflitto dentro di sé e contro di sé, per riscoprirsi.

Tuttavia lo scandaglio è sempre impreciso, imperfetto, come emerge con evidenza nel testo Revisione, una sorta di dichiarazione di poetica: “La materia / di cui la vita è fatta / mi è sconosciuta / ma so che non somiglia / a nessuna / delle poesie che ho in testa / o alle parole / che limo e non combino”; della realtà si afferra quindi una brutta copia o, peggio ancora, la sua riproduzione deformata in un gioco molteplice di specchi (e lo specchio è anche, non a caso, topos rilkiano, certamente ben noto all’autrice che ne ha curato alcune traduzioni), specchi che creano rimandi ambigui, rendendo indecifrabile “questa coincidenza / di frattali”, con il rischio di rimanere impantanati al fondo abissale delle cose (“Mise en abîme”). La preminenza della vista è confermata soprattutto nella sezione Imago, termine polisemico, come bene evidenziato da Sonia Caporossi, sezione in cui la ricerca incessante è quella di un volto in cui potersi riconoscere, perché lo sguardo possa liberare la realtà dal suo groviglio di bende che la rendono contraddittoria e offensiva: occorre spogliarla (ancora un termine bellico che fa pensare alle spoglie di una battaglia), lasciare che a colpirla sia la luce per restituire la “esile liana / tra mondi solitari”. La poesia della Fazio è quindi la tensione verso questo anello di congiunzione, a cui difettano la memoria, il ricordo, la consolazione, tenendo sempre presente il monito dell’ascolto: “Devi ascoltare / il suono che non generi”, l’attesa paziente della parola che sa attraversare la contraddittorietà della vita, proprio come un ladro nella notte, e così intromettersi e sovvertire l’esito scontato della battaglia, fino a rendere “il buio / più orecchiabile nota di fondo”.

Raffaela Fazio, come ogni autore credibile e consapevole di sé e della sua scrittura, punta a un’indagine in profondità, senza compiacimenti: ne deriva, come osservato puntualmente da Gianfranco Lauretano nella sua prefazione, un linguaggio essenziale, asciutto senza mai suonare arido. Raffaela Fazio non rinuncia certo al sentimento, come emerge bene nella sezione Avanguardia dedicata interamente ai figli, come proiezione di un futuro in cui “la vita poi continua / la sua lotta / non fa male”, ma il sentimento è sempre sorvegliato con una misura tutta classica che non è però armonia tout court, ma controllo sul fluire del verso, lasciando apparire quelle increspature sulla superficie che sono indizio di un conflitto irrisolto, di una tensione etica e conoscitiva che è alla base della scrittura. Il verso della Fazio è breve, incisivo, punta all’isolamento delle parole chiave che si accampano sul silenzio come forme ultime di resistenza, barricate: la parola rivendica il suo ruolo, sceglie di non desistere, esporsi in tutta la sua tensione dialettica come antidoto alla resa, nella consapevolezza che “Tornerà la vita / senza mappature / come arrivano gli uccelli migratori.”, “Per prima cosa / il suo calore, come di corpo. / E dopo, ancora.

La fiducia di Raffaela Fazio nello sguardo, nella sua capacità di interpretare il mondo è ribadita anche nella chiusa. Occorre (e la poesia è lo strumento che lo consente) guardare dall’alto del colle, quello a cui fa riferimento Lucrezio nell’esergo citato in apertura, unico punto in cui il moto browniano dell’esistenza viene ricondotto a un ordine stocastico plausibile e accettabile, prospettiva da cui è possibile riconoscere “il senso della luce”, costruire le basi di “un nuovo inizio”: per questo ed emblematicamente, l’opera si chiude con l’immagine del giavellotto scagliato senza esitazione sul campo di battaglia, “sospesa / felice traiettoria di un pensiero”, giavellotto che, in una sorta di aporia di Zenone, resta immobile nel suo volo, incapace di atterrare, ma per sempre teso nella sua ricerca, finalmente immune da tempo e spazio, senza alcuna paura di affrontare la sfida del vuoto. Forse è proprio questo, per quanto minimo, il trofeo (tropaion) a cui il titolo allude.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 

Bozza automatica 2813

Foto di Alessandro Canzian
Ritratti di Poesia 2020


Mise an abîme
 
Se ogni ricordo
si specchia in un ricordo
come può il tempo
uscire da se stesso?
Vedo il mio occhio:
vorrebbe farsi mondo.
Ma il desiderio
ancora non si sporge
resta nel fondo
di una discesa interna
al suo cadere.
Credevo fossi un’altra
˗ diversi la frattura
il brivido l’abbraccio
diverso anche l’errore.
Eppure la distanza
è immaginaria
è prigioniera
di questa coincidenza
di frattali.
Uguale mentre cambia
il suo riflesso
mi chiama, si getta
nell’abisso.
 
 
 
 
 
 
Dall’alto del colle
 
Il tonfo
dei disarcionati
lo schianto dei vessilli
il cozzo di corazze
tra il crepitio degli elmi
è questo, appena:
un tremito di terra sotto i palmi.
 
Da qui
null’altro si distingue
che un fiacco balenio.
 
Tra il fondo della valle
e la ventosa cima del pendio
quale distanza?
Non si misura in ore
di cammino o in dislivelli
ma in una sola cosa:
 
la vista
non teme più lo spazio
 
e coglie all’improvviso
il senso della luce:
la mano si disserra
˗ in punta al giavellotto
un nuovo inizio, un lancio
che mi scaglia.
 
Mi tendo e vibro (sospesa
felice traiettoria di un pensiero)
e non atterro.
 
 
 
 

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