Tre di uno – Beatrice Cristalli

Tre di uno, Beatrice Cristalli (Interno Poesia 2018, prefazione di Giovanna Rosadini, postfazione di Silverio Novelli)

 

Per iniziare a parlare di Tre di uno di Beatrice Cristalli (classe 1992, laureata in Stilistica del testo presso l’Università degli Studi di Milano, per il Portale Treccani ha condotto un’indagine a puntate sulla critica letteraria del web) trovo di particolare utilità mettere a confronto le due posizioni del prefatore e del postfatore partendo proprio da quest’ultimo:

 

Pretendere di possedere una poesia è pornografia. Stringere al collo le parole per cavarne un senso (un unico, ragionevole, incontrovertibile senso) è azione preterintenzionalmente omicida. L’atto violento afferra quanto, in realtà, non è davvero cercato e possiede infine il clone esanime delle proprie aspettative frustrate. Accarezzare le forme è l’unico gesto consentito: un gesto gentile verso qualche cosa che si sottrae, si nasconde e ci suggerisce (forse, pretende) il contatto per dichiararsi comunque celato.

[dalla postfazione di Silverio Novelli]

 

Fin dalla prima poesia di questa compatta e intensa raccolta, i temi fondanti della poetica di Beatrice Cristalli si annunciano e delineano: quello dell’identità di un soggetto depotenziato dalle dinamiche del mondo contemporaneo, e il suo rapporto con la parola. Parola che è (come da titolo) “Dabar/Davar”, ovvero, ebraicamente parlando, una parola dotata di peso, concreta, che ha un’incidenza sul reale e significa, contemporaneamente, “fatto”. È la parola che si sostanzia e diviene realtà, e come tale si fa anche tramite fra l’uomo e la realtà, segno che rimanda a significati ulteriori («Se l’appello poetico è un grido / Obiettivato / Io non sono più soggetto ma sono/Altro»).

[dalla prefazione di Giovanna Rosadini]

 

I due approcci sottolineano, in maniera diversa, l’attenzione dell’autrice alla parola in quanto tale e in quanto identità, o portatrice di identità. Una parola che è un grido / obiettivato dove io non sono più soggetto ma sono / altro. Testo iniziale del libro che si conclude con un’affermazione di particolare intensità: la follia ricostruirà da capo.

La follia, o morìa in riferimento al celebre Elogio che ne fece Erasmo da Rotterdam, è uno stato sintomatico del rapporto con l’altro e con la vita. Uno strumento di ricostruzione nel senso senso di conoscenza e approfondimento del sé e dell’altro. E il linguaggio in questo aiuta a svelare e a cercare attraverso le maglie della vita:

 
[…]
Non c’è tuttavia rimedio al voler essere
A tutti i costi; a quest’ora, se hai bisogno, trovi
Qualche pezzo di ciabatta e le immagini
Della sera delle scelte
[…]
 
 
[…]
Nessuno si accorge che sotto
Il pelo di un cane un’anima non può
Rispondere. Ma parlami di
Me, ancora il sapore del minimo
Confronto, un nuovo mio piacere
Nel piede che scende sul lenzuolo nuovo
[…]
Non potevo essere altro se non
Questo
Il giusto riconoscersi nel dito che
Punta lo specchio
 

Parola come microscopio delle domande e delle possibili risposte:

 
[…]
Sulla linea 90
Ci sono solo due fatti
E il compimento non ci sarà:
Esisti anche nelle risposte
Che sono lontanissime
Dalla selezione
Ma io so bene
Che il piacere è un grande calcolo
E le parole che non riesco a
Tradurre
Prima o poi saranno un’uscita:
[…]
 
 
Ho mangiato i fiori di loto
Veramente
Ed erano già compresi nel vuoto;
La gioia non mi vince
Ma è vero
Ci sono nuove forme di amore
Qui dove un cerchio
Chiude, riparte, rotola da solo
Quarto dito da destra
Ma è vero
È vero che sono stanca:
Pagherei caro
Per un dolore giusto
Di una causa minore
[…]
La risorsa del dubbio
Nelle corde di una briciola
Si spezza come quei vinili,
Lo stesso rumore del quadro
E del mio volto che vibra:
Sono uno stomaco
Che non esiste
Dalla pupilla fino
Ai fondali
È il mio posto preferito
[…]
 
 
[…]
Troverai il mio nome
Sempre a bordo vasca
Vicino a qualcosa che resta
E non può starci – secondo te:
Cambiare fa male
Come risollevarsi da questo
E accorgersi muti
Che il bello è contro tutto
Le luci e ogni musica maestra
Di poesia e sentimento
Io sarò persa
In un vuoto alla rovescia;
Per stare bene ma sentire tutto
[…]
 
 
[…]
Ferma un attimo:
Anche la pace pesa
Ecco che mi manca
Una lingua per dire
Ciò che non va detto
Questo sì che è un colore vero
[…]
 

Beatrice Cristalli si interroga sull’uomo, sull’esistenza e consistenza (e sul colore, perché no) del proprio io. E lo fa attingendo alla vita vissuta tutti i giorni nella quale la connessione (presa in causa a inizio libro: alla connessione in cui credo) è la chiave di lettura e interpretazione delle relazioni. Il confronto che rivela chi si confronta, chi si domanda.

E poco importa che la parola abbia come limitazione la parola stessa. In quest’ottica anche l’uomo ha come limitazione l’uomo stesso, il sé ha come limitazione il sé stesso e l’unica possibilità è la presa di coscienza ininterrotta dal volersi interrogare:

 
[…]
Mi è costato
Imparare a non sapere
A prendermi sempre giorni di pausa
E non sentire la colpa.
Sotto i centimetri di tante
O accentate
Io vedo solo virgole,
Conto le dita
E ogni giorno diverso
Nasce di spalle
Come un indovinello
Di note di adagi
Sento tutto nel passaggio
E ogni giorno meglio
[…]
 

Ogni giorno meglio perché il percorso non è a perdere ma a guadagnare. Il bilancio del passaggio, per quanto spesso non facile, è comunque positivo. La parola, la poesia, comunque testimoniano una crescita che non si limita all’io ma coinvolge l’umano:

 
[…]
Tira e soffia
Il suono come edera
Anche io così mi arrampico
Dentro a ogni rotta – qui.
Dio mi ha insegnato a stringermi
Quando sento vento in testa
E dall’altra parte della cattedra
Mi implori di lasciare aperte
Tutte le domande
Di amare una ricerca fuori
Dalle finestre
Con un sole sempre nuovo
E la voglia di perdere tempo
Seriamente
[…]
 

Con quella voglia di lasciare aperte / tutte le domande che deriva da un tu che implora (che appunto crea relazione, connessione) nell’ottica, profondamente esperienziale, del perdere tempo / seriamente che non può non ricondurci alla follia iniziale che qui avevamo messo in relazione a Erasmo da Rotterdam. Dove utilizzando lo strumento dell’ironia e dell’apparente giocosità al limite dell’assurdo si finisce con lo scoprire e dire qualcosa di profondamente serio e vero.

Alessandro Canzian

 
 
 
 
Dabar
 
Se l’appello poetico è un grido
Obiettivato
Io non sono più soggetto ma sono
Altro
E già nel ritorno non sono più io;
La follia ricostruirà da capo
 
 
 
 
 
 
Del buio esaurito
 
«Per cui, non farti perdonare».
Mai che mi fosse accaduto considerarti
Un progetto, ma un suono di qualche buona tecnica
Non c’è tuttavia rimedio al voler essere
A tutti i costi; a quest’ora, se hai bisogno, trovi
Qualche pezzo di ciabatta e le immagini
Della sera delle scelte
È tardi – era davvero presto – per
Commettere ancora qualche grosso sbaglio.
Il tempo di riordinare la posa
O di chiarire gli spasmi; ma le chiavi
Non erano già più,
Non erano più gli anni,
Gli attimi, le vigorose alleanze del vivere.
Inventerei,
Per ricominciare dove
La disillusione pesava
Screpolato il ventre – ma non è poi
Così male essere e basta – le parole
Non frugano più. Nell’adagio tutto
Può schiudersi in un’annoiata bugia
O in un pianto che voleva stare da solo
Nell’umido che sempre salva
Guarda che sei libero, verrà un ladro
E vorrà rubarti perché non potrà mai capire.
Essere le immagini della sera
Delle scelte, delle rivolte mature,
Essere tutte le mie volte; al di qua
Della tua mano la riva da cui le buone
Proposte ripresentano le mancanze
E credono di essere cambiate.
Non è vero niente
 
 
 
 
 
 
Uno di uno
 
C’è un impulso vero
E pochi sobbalzi – entusiasta
Io so cosa fare:
Sentire senza pace le cose
Dicevi che è un dono
«Un dono che fa male»
Ma io guardo sotto
È perfetto nella sua
Inconsistenza – mare
Non può salire
Regge il suo farsi senza fondo
Nel pozzo che vedo anche io
Perché soffro i silenzi come un
Neonato
E solo le comete conoscono
I passaggi – tra sinapsi e globuli
Sparerei un canto che è solo
Sangue trattenuto
 
Ma quanto bene mi fa
Guardarti dopo anni senza volerti
Musa
Per dirmi quello che rimane fuori
Dalle parole – le altre
Quelle che non si dicono
Con il peso dell’ironia e l’abisso
Facile – è così, è così:
Sentirmi lontana dal mio sentimento
E fingermi a posto.
 
Dovrei rispondere solo a me,
Dici che troverei la meraviglia
Ma quel verso non sai indirizzarlo
Io non voglio alcun atto
Nel teatro qui sotto
Io pretendo il mare in cima
Che resta:
Ci sono cose che ritornano
E non avvisano
Le vedo, tra una mano mai chiesta
E la voglia di intrufolarsi
Nel giardino privato
Con il piacere di una sola carezza.
Nessuno apre
Ma non chiederti le cause
Vale solo la forza degli effetti,
Come guardare il vento che passa
E volerne prendere parte
In mezzo a una forma,
A un amore che squilla
 
 
 
 
 
 
Tre di uno
 
La seconda volta
Per il niente che è stato
Rendimi immagine e basta
Tra un furto di parole nuove
E tutto ciò che si ripete;
Le tue battute
Nella storia di questa notte
Che racconto così:
Io mi perdo
Sempre
Ma comprerò con la mente
E questa volta con le mani
La consistenza di ogni mia paura
Il quadro che è crollato
Dopo quella frase, ancora.
Facciamo che lascio aperto il mio pianeta
Da lassù
Ho solo una poesia in mano
Che leggo a distanza:
Riesce a essere valida
Prosegue sullo stelo che si spoglia
E quanto male mi fa
Essere davvero coscienti
Sentirsi veri nei discorsi degli altri
 
Ma io me ne vado
A cercare
O morirò negli assiomi

 
Per amare il sorriso di un profeta
E poter essere un unico momento
Uno solo.
Dilaziona, distilla
Mi ripeti dentro il telefono
E poi c’è ancora altro
Nei buchi dentro i pantaloni
Che nessuno mi aveva richiesto;
Però questo è tutto accaduto
E un po’ di sangue sul selciato
Va ripreso con calma
Per un ritardo che volevo raggiungere.
Ora riciclo tutto davanti alle vostre luci
Sto solo ridendo
E tra poco chiudo il sipario
Per riaprirlo
Sul nudo che a volte non voglio
 
Non puoi leggere
Perché è la trama che vi
Tiene insieme
O nel mio esofago
Quando cambiate posizione
Quando vi passate il testimone
Tanto è sempre in piazza
La mappa di tutte le fermate
Per parlare e non ascoltarmi:
All’una, una volta soltanto
 
Le mie lacrime a rallentatore
Sono finite in un sacchetto
Non posso più lanciarlo
Dal più preciso ordine
A una chiamata che mi ha salvato:
 
Torna a casa
Torna dove nessuno ti apre
Perché questo è indispensabile

 
Sulla linea 90
Ci sono solo due fatti
E il compimento non ci sarà:
Esisti anche nelle risposte
Che sono lontanissime
Dalla selezione
Ma io so bene
Che il piacere è un grande calcolo
E le parole che non riesco a
Tradurre
Prima o poi saranno un’uscita:
Dobbiamo già scendere,
Non decidere.
Pace della mia pazzia
Un pensiero ti dovrebbe scrollare
Ma sei troppo indietro
E io sono lì e sono altrove
A tentarti nei momenti giusti
Anche se sembra che questo troppo
Sia un antipatico difetto
 
In mezzo alle ruote delle biciclette
– Che vanno forte
Mi dicono che per me
C’è sempre verde

 
Tutto sta in un’antica ferita
Che parla di una storia mai esistita
Come di te che sei solo un uomo
Anche se le iniziali sono di Dio
E più ricerco le cause in quel funk
Più la notte mi scopre
Sempre al solito posto – qui.
Apprendo a fatica
D’essere brutalmente
Altro – dalle tangenti
Fuori dalle costellazioni
Con una violenza mitica
 
Ditegli che la guerra è vicina
Che la guerra è solo grazia
Io penserò a recuperare
Una voce sterminata
Di tutte le cose che esigo
Fuori dalle parole

 
Anche se è un’ottima porzione
Io vorrei cancellare – il mio cuore
E lo sta già facendo
Ma è una macchina da filato
Tira e soffia
Il suono come edera
Anche io così mi arrampico
Dentro a ogni rotta – qui.
Dio mi ha insegnato a stringermi
Quando sento vento in testa
E dall’altra parte della cattedra
Mi implori di lasciare aperte
Tutte le domande
Di amare una ricerca fuori
Dalle finestre
Con un sole sempre nuovo
E la voglia di perdere tempo
Seriamente
 
A sette anni, la domenica
Mi tenevo la mano sotto il lino
E non sapevo

 
 
 
 
 
 
Le sfumature che non conosco
 
Ho ripreso le vecchie note
Costituiranno una legge
Si rinnova tra il replay
Riuso
Anche se leggo solo parole
Mi riguardano
Mi guardano – da qui
Io vorrei sparire
Dal cratere del segno
Sotto un piumone
Lo annulla il suo peso
Ed è folle
Come il mio no radicale
Come quando mi sono amata
Tra le tue righe
E ho visto tutto:
Segue un lavoro di scavi
E di pazienza.
Bruciava alle otto
Una chiamata senza potere
Performativo
Nei piani che non faccio più
Sembra lo scirocco:
 
Torna indietro
Torna indietro
Tu sei troppo

 
Nasce insieme alla pittura
Sottile come una squama,
Si infila quando ti abbandona
In tasca io ti trovo
In mezzo a volti alchemici
Che colleziono senza sosta
E vorrei capire dove va
Questo sciame di autostrade
Dove posso restare:
Ricordami che poche parole
Bastano
Per un miracolo che agita
Il mondo e il suo caos
Come le ore che segno
Compulsive sul taccuino
Io allora taccio – qui
Dove il silenzio è una forma
Dove non ho nulla da dire
Per una volta
 
Le sfumature che non conosco
Elimina tutto
Tutto il colore che stona
Ci vuole tempo per abituarsi
A cogliere ogni giorno
Questo
Sembra nuovo solo perché viene
Dopo

 
Cinque libri nella borsa
Due pagine sfogliate
Sotto la veglia
Ritiro il nero con la polvere
Anche il destino che mi hai promesso:
C’è un vento che uccide
Richiama la sua vela di lino
Ma io ascolto solo il fiato
Che mi concede poche parole
Lette male.
Forse qualcosa vorrà pur dire
In un elenco sbiadito
La radice del verbo guardare:
Ti vedo già diverso
Con gli stessi occhi
In attesa di cosa
Io propongo di restare;
Continuiamo da qui
Oppure andiamo via
E pensa che volevo fermarti
Sillaba più sillaba
Nelle tue righe sul telefono
 
Ferma un attimo:
Anche la pace pesa
Ecco che mi manca
Una lingua per dire
Ciò che non va detto
Questo sì che è un colore vero
Trascino tutto connesso
Di dettami, finito
Come il cuore senza paura:
Nel ventre di una balena
Cade una nota;
Io non l’avevo prevista.
 
Per ora
Saluti dall’alto
Dove mi è concesso il riposo
Tra lo spigolo del tuo mento
E la pelle che sembra mia;
Trasparente è impressa
In quello che lei mi diceva
Nel fumo dello stiro:
Che viaggio lungo il dolore
Creare quello che non c’era
Mi è costato
Imparare a non sapere
A prendermi sempre giorni di pausa
E non sentire la colpa.
Sotto i centimetri di tante
O accentate
Io vedo solo virgole,
Conto le dita
E ogni giorno diverso
Nasce di spalle
Come un indovinello
Di note di adagi
Sento tutto nel passaggio
E ogni giorno meglio
 
 
 
 

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