Transfert – Simone Pansolin

Transfert, Simone Pansolin (2017)

Nell’analisi di un’opera di qualsivoglia natura, bisogna fare i conti con un vecchio problema che ci trasciniamo almeno dal XVIII secolo: fino a che punto i dati biografici di un autore devono influenzare la critica al suo lavoro? Questa domanda si pone soprattutto davati ad una silloge come quella di Simone Pansolin, Transfert, giovane autore ligure giunto con questo volumetto alla sua terza prova poetica. C’è infatti una sorta di esasperato “io” romantico che aleggia nei versi di Pansolin, e che si può riscontrare fin dalla suo primo lavoro, Miniature (2009), dove anche le descrizioni del paesaggio, così ricche di suono e colore, trovano sempre nell’esplicita apparizione dell’ “io” poetante un corollario quasi irrinunciabile. A partire da questa osservazione, dunque, cercherò di fare meno riferimenti possibili a fonti d’ispirazione rintracciabili nella biografia dell’autore (per altro già ampiamente individuate nella prefazione di Angelo Guarnieri), nel tentativo di non produrmi in un’esegesi ridondante.

Per cominciare vorrei individuare alcuni aspetti carattersitici della poesia di Pansolin: il gusto per la preziosità e la contorsione concettuale che però rivelano inaspettate profondità; il conseguente approccio “orfico” alla realtà; i continui riferimenti al mutamento, alla trasformazione, ai cambi di luce e colore.

L’urgenza che si riscontra spesso nelle poesie di Pansolin non è tanto di “fare poesia”, ma quella di comunicare una verità, spesso fatta percepire come nascosta o iniziatica, o quantomeno di partecipare al “dibattito”. E se la sensazione non è esattamente quella di aver “letto una poesia”, poco importa. Leggiamo i testi qui sotto

 
 
                           Dicono
che ogni bambino debba accettare il buio per vederci
davvero. In questo, forse, non ho visto abbastanza.
Ma se è impossibile vedere nel buio si può sempre
vedere il buio.
 
È una grandissima cosa
(ed è appena qualcosa)
 
 
 
 
Eccome se è complesso
raccogliere i frantumi
cercarsi nella nebbia.
Mi hanno consigliato di raccoglierli
                  i frantumi.
Sono stato aiutato, accompagnato.
In un attimo di calma
li abbiamo soppesati
         e ho compreso
che una bilancia in equilibrio
non è vuota.
 
 
 
 
I medici dicono che
chi non riesce a vedere
deve indossare gli occhiali.
Eppure una sana miopia
può essere il pretesto
per avvicinare lo sguardo.
Possiamo trovare la polvere
o una madre
o un’ultima poesia.
Possiamo trovare persino noi stessi.
 
 

Queste poesie sono buoni esempi di quanto si diceva sopra: possiamo parlare di “riflessioni liriche”, che forse ricordano una maniera “alla Campana” (presenza più ravvisabile forse nelle precedenti raccolte di Pansolin, e che in Transfert resta piuttosto come lontano sfondo). La speculazione intellettuale porta a versi che cercano di favorire l’intellegibilità del pensiero, prescindendo da una qualunque forma poetica, anche la più libera.

Non si parla, qui, di verso libero come lo intendeva Pound (“[…] ritmo più bello dei ritmi dei metri fissi, o più reale, più partecipe del sentimento della “cosa” […]”), o la Rosselli, che considerava “[…] L’unità base del verso […] la parola intera, di qualsiasi genere indifferentemente, le parole considerate tutte di egual peso e valore […]”. Qui è il ragionamento, a volte criptico, che chiede di essere appianato e reso intellegibile, soprattutto a sè stesso; a questa sorta di “prosa disposta” Pansolin incastona spesso impennate di lirismo, come se la vita fosse una pillola che nessuno può ingoiare se non è dorata (per citare Johnson).

 

Ed ecco alcuni esempi di questa doratura

 
 
… scalare l’aria come gli alberi
– cosa molto raffinata –
non serve a nulla.
I passi vanno messi sulla terra e le mani
nel letame
che dà la vita
e che assomiglia così tanto a dio.
 
 
 
 
Un’eclissi di luna
è un sorriso bianco
staffilato nel buio.
È come la gioia di chi soffre.
La presenza viva di te
o di te viva.
 
 
 
 
C’era luce nel sottobosco.
Potevo contare le fragole
i raggi di sole fra i rami.
Poi sbocciarono i fiori.
Nessuno pensò che ogni petalo
dà sostanza a una nuova ombra.
 
 

Oltre che sulla bellezza di questi testi, è interessante puntare l’attenzione su quei riferimenti al cambiamento, alla trasformazione, all’ambiguità che rimandano in qualche modo all’atteggiamento misterico, o se vogliamo orfico, sopra citato, dove con “orfico” intendiamo non solo l’aspetto vagamente esoterico delle riflessione dell’autore, ma anche la ricerca che Pansolin fa del suo “io” sbriciolato nella Realtà, nella Natura, (Guarnieri, sempre nella prefazione ci ricorda che “[…] Il significato base da cui partire per poi ritrovare tutte le estensioni e le diramazioni del discorso rimane quello di trasferimento, da un oggetto ad un altro, dal mondo reale al mondo immaginario, dalla presenza al ricordo, dal presente al futuro.[…]”) anche se tali frammenti possono risultare dolorosi di annettere o riannettere

 
 
                 Morta
hai cancellato le lacrime e
reso infeconde le rose.
Ascolta il grigio dell’angoscia
che mi hai donato,
l’eredità della poesia.
Semplicemente il bruco
non voleva le ali!
 
 
 
 
Quando muore una madre
bisogna parlarne o
non parlarne affatto.
Il fato ha scelto per me
ha sostituito il peso.
Non ho un ricordo di quell’uomo antico.
Ma amo pensare, sognare,
immaginare
il giorno in cui sposasti il vento.
 
 

C’è, infine, un’ Appendice al libro, dove Pansolin sembra effettivamente presentire una possibile e personale soluzione ai bisogni intellettuali e lirici fino a qui esposti. Un testo su tutti pare indicarcelo

 
 
Ho potuto farti madre
scegliendo – una tra le uniche
colei che avrei lasciato
sola
a decomporre una poesia.
 
 

È una strada a mio avviso efficace e originale: la strada di chi, come Simone Pansolin, ha il coraggio di coltivare un personale artigianato letterario in disparte da possibili correnti o scuole (se mai ve ne fossero); come scrisse Fabio Russo nella prefazione del secondo libro del Nostro, Canti del Paroliere, “il coraggio dell’artiere”.

 
 

Federico Rossignoli

 
 
 
 

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