Ted Hughes


 
 
Lucas, my friend, one
Among those three or four who stay unchanged
Like a separate self,
A stone in the bed of the river
Under every change, became your friend.
I heard of it, alerted. I was sitting
Youth away in an office near Slough,
Morning and evening between Slough and Holborn,
Hoarding wage to fund a leap to freedom
And the other side of the earth – a free-fall
To strip my chrysalis off me in the slipstream.
Weekends I recidived
Into Alma Mater. Girl-friend
Shared a supervisor and weekly session
With your American rival and you.
She detested you. She fed snapshots
Of you and she did not know what
Inflammable celluloid into my silent
Insatiable future, my blind-man’s-buff
Internal torch of search. With my friend,
After midnight, I stood in a garden
Lobbing soil-clods up at a dark window.

Drunk, he was certain it was yours.
Half as drunk, I did not know he was wrong.
Nor did I know I was being auditioned
For the male lead in your drama,
Miming through the first easy movements
As if with eyes closed, feeling for the role.
As if a puppet were being tried on its strings,
Or a dead frog’s legs touched by electrodes.
I jigged through those gestures – watched and judged
Only by starry darkness and a shadow.
Unknown to you and not knowing you.
Aiming to find you, and missing, and again missing.
Flinging earth at a glass that could not protect you
Because you were not there.

Ten years after your death
I meet on a page of your journal, as never before,
The shock of your joy
When you heard of that. Then the shock
Of your prayers. And under those prayers your panic
That prayers might not create the miracle,
Then, under the panic, the nightmare
That came rolling to crush you:
Your alternative – the unthinkable
Old despair and the new agony
Melting into one familiar hell.

Suddenly I read all this –
Your actual words, as they floated
Out through your throat and tongue and onto your page –
Just as when your daughter, years ago now,
Drifting in, gazing up into my face,
Mystified,
Where I worked alone
In the silent house, asked, suddenly:
‘Daddy, where’s Mummy?’ The freezing soil
Of the garden, as I clawed it.
All round me that midnight’s
Giant clock of frost. And somewhere
Inside it, wanting to feel nothing,
A pulse of fever. Somewhere
Inside that numbness of the earth
Our future trying to happen.
I look up – as if to meet your voice
With all its urgent future
That has burst in on me. Then look back
At the book of the printed words.
You are ten years dead. It is only a story.
Your story. My story.
 
 
 
 
Lucas, il mio amico, uno
di quei tre o quattro che restano immutati
come un io separato,
pietra nel letto del fiume
sotto ogni mutamento, diventò tuo amico.
Lo seppi, messo in guardia. Consumavo
la giovinezza sulla sedia di un ufficio vicino a Slough,
mattina e sera tra Slough e Holborn,
accumulando la paga per finanziare un balzo verso la libertà
all’altro capo della terra − una caduta libera
per strapparmi di dosso la crisalide nella scia.
Nei fine settimana, recidivo, tornavo
all’Alma Mater. La mia ragazza
condivideva supervisore e incontri settimanali
con la tua rivale americana e con te.
Ti detestava. Alimentò di tue foto,
e non sapeva di quale celluloide
infiammabile, il mio silenzioso
e insaziabile futuro, la torcia interna
della mia ricerca a moscacieca. Con l’amico,
dopo mezzanotte, eccomi in un giardino,
a lanciar zolle a una finestra buia.

Lui, ubriaco, era sicuro che fosse la tua.
Io, ubriaco la metà, non sapevo che si sbagliava.
Né sapevo che stavo sostenendo l’audizione
per il ruolo di primo attore nel tuo dramma,
mimando i primi facili movimenti
come a occhi chiusi, cercando a tentoni il personaggio.
Come una marionetta azionata per prova,
o le zampe di una rana morta toccate dagli elettrodi.
Eseguivo quei gesti a scatti − osservato e giudicato
solo dall’oscurità stellata e da un’ombra.
A te ignoto e di te nulla sapendo.
Miravo a trovarti e mancavo il bersaglio e lo mancavo ancora.
Lanciavo terra contro un vetro che non poteva proteggerti
perché non eri lì.

Dieci anni dopo la tua morte
incontro su una pagina del tuo diario, come mai prima,
lo shock della tua gioia
quando ti fu detto. Poi lo shock
delle tue preghiere. E sotto le preghiere il panico
che le preghiere potessero non creare il miracolo,
poi, sotto il panico, l’incubo
che ti arrivava addosso per schiacciarti:
la tua alternativa − l’impensabile
antica disperazione e la nuova angoscia
che si fondevano in un unico ben noto inferno.

D’un tratto leggo tutto questo −
le tue parole, nell’atto di sgorgarti
dalla gola e dalla lingua e di posarsi sulla pagina −
proprio come quando tua figlia, anni fa ormai,
entrando piano e guardandomi fisso,
disorientata,
dove io lavoravo solo
nella casa silenziosa, chiese a un tratto:
«Papà, dov’è la mamma?». La terra gelata
del giardino, mentre la raspavo.
Tutt’intorno a me l’enorme orologio di gelo
di quella mezzanotte. E in un punto
al suo interno, desideroso di non sentire nulla,
un pulsare di febbre. In un punto
di quell’intorpidimento della terra
il nostro futuro che cercava di essere.
Alzo gli occhi − come per incontrare la tua voce
con tutto il suo incalzante futuro
che mi è esploso addosso. Poi torno a guardare
il libro delle parole stampate.
Sei morta da dieci anni. È solo una storia.
La tua storia. La mia storia.
 
 
Traduzione di Anna Ravano
 
 
 
 

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