Sulla soglia – Monica Guerra

Un nuovo modo di presentare libri e poeti. Abbiamo chiesto ad alcuni amici di ritornare sui loro libri non per raccontarli ma per stroncarli, per ammetterne e dichiararne le debolezze, i difetti. Nasce così la rubrica Riletture che ha come focus appunto la rivisitazione critica dei testi pubblicati.

Alessandro Canzian

 
 

Monica Guerra

“Sulla Soglia” è una raccolta di poesie che nasce dall’impossibilità di alleviare, concretamente, il decorso di una malattia terminale di una persona cara, della difficoltà di accompagnarla nel suo ultimo viaggio e dell’elaborazione della perdita. L’incapacità di lenire il dolore, sia fisico sia psichico, anche solo con le parole adeguate – talvolta impronunciabili e molto spesso inascoltabili – lascia spazio a una nebulosa che la poesia tenta, in minima parte, di rischiarare.

 
1 settembre 2014
 
il mio dolore s’accuccia ai piedi del tuo silenzio
che non so nulla del morire e non ti posso aiutare
vorrei tu mi placassi con una qualsiasi cosa vera
fosse anche solo il tuo nome
mentre tu di sbieco sorridi e spalmi bene,
tra le dita, la crema
ma il tuo dolore non abita qui
non ci sono vie di fuga
c’è solo andare.

 

I versi, spesso scarni, sono imbrigliati nell’ambiguità del silenzio e, anche se a tratti paiono un punto di forza del libro, sono portatori della fragilità di un pensiero che non sa farsi lama e che non attraversa lo sgomento generato da una diagnosi incontrovertibile, non coglie in modo empatico la sofferenza ma, sbigottito, rastrella dalla superfice quel poco che intravede, talvolta anche solo il farraginoso riflesso di se stesso.

 
19 marzo 2016
 
se tu danzassi l’armonia
diresti vado via
nell’altrove vi aspetto là.
diresti il silenzio che scrivi

 

Il limite del verso è lo stesso limite di chi lo scrive: la certezza della perdita imminente impedisce lo scandaglio del dolore di chi sta perdendo la vita. La soggettività talvolta ha il sopravvento, il punto d’osservazione è frontale; invischiato in un crescente dolore personale, il verso galleggia e non s’immerge nelle pieghe di significati reconditi.

 
21 giugno 2016
 
ho prenotato un tavolo
un ristorantino al mare
pensavo pesce, un po’ di svago,
-tutto questo starti accanto-
sgrondarmi in un calice di bianco.

 

La diagnosi terminale crea una distanza insanabile anche tra le persone che si amano, perché improvvisamente, pur rimanendo fisicamente vicini, mutano gli obiettivi e le prospettive; la lingua non è più lingua comune, il tempo si riduce al presente, la malattia diviene confine invalicabile e la poesia, pur registrando oggettivamente questa distanza, non tenta mai davvero di colmarla.

 
5 luglio 2016
 
in questo buco troppo cupo
per sbiadire l’ultima fatica,
il tuo saluto, la mia elegia.
il nero muro è la malattia.

 

Il titolo del libro è già indizio del limite stesso dei versi. La Soglia indica uno spazio liminale, anche se di duplice significato –è tanto un’entrata quanto un’uscita- è sempre e solo un affaccio dal quale si può tentare d’immaginare l’oltre, dalla soglia si volgono necessariamente le spalle a una delle due prospettive e si può scrutare solo una direzione alla volta, allo stesso modo i versi registrano l’evidenza dei fatti senza addentrarsi in analisi speculative più profonde. I componimenti restano, nonostante il coinvolgimento sentimentale e psicofisico, ai margini di una vera comprensione degli accadimenti.

 
17 maggio 2016
 
sfogliavamo insieme
le stelle una dozzina
di cieli stralunati tu smistavi
una costellazione
e poi d’un tratto
scorrere o il solco di un nonamore
 
la sorgente a rovescio
poggiasti il bicchiere
 
perché morire
morire è un’isola
 
perché morire
non è come dirlo.

 

Nella prima sezione del libro, dedicata al saluto, i testi sono organizzati come in un diario di bordo che si dipana a ritroso, questo implica che la parola resti invischiata nello stato d’animo provato nel momento in cui, a bordo letto, è stata scritta, e anche il lavoro di levigatura successiva difficilmente ha concesso alla ricerca una direzione altra rispetto a quella d’origine.

 
12 marzo 2016
 
non è il morire
che per tutti è morire
ma i giorni grattugiati
su una ciotola di riso.

 

La scrittura, in questa prima sezione, è strettamente funzionale all’espressione del non detto, serve per svuotare il gorgo di un sentire troppo denso e non diviene mai riflessione metafisica sulla vita o sulla morte. Registra l’impotenza e l’incredulità, osserva la graduale trasformazione come un punto di domanda dinanzi al quale non tenta mai la via della risposta.

 
6 luglio 2016
 
la lacrima lungo l’angolo
sinistro il passaggio, ogni
giorno riscorre il tuo andare
nel mio occhio in prestito
 
che poi cosa vuoi che sia,
la vita non è tutto.

 

La malattia diviene morte e la raccolta sposta il suo centro dalla sezione del “saluto” -che in vita non si ha avuto la forza di pronunciare- alla sezione del “ricordo” ma ancora una volta nella dimensione della memoria affiora l’inadeguatezza di chi resta e relega la complessità di concetti inesauribili come bellezza e morte al mero ruolo di “tarlo”.

 
per la semplicità estrema ch’è morire
mi trovo qui a sgusciare una bellezza
a isolare la cenere dal miele
il tempo a stanarne il tarlo

 

Quando la malattia e la morte colpiscono nelle nostre vicinanze, ma non noi direttamente, affiora l’idea di essere, in un qualche modo, privilegiati e ci si arroga così il diritto di celebrare a ogni costo la vita, talvolta, senza volere, si rischia persino di edulcorarne il ricordo.

Il libro si chiude con un testo che denuncia il limite speculativo della raccolta accontentandosi di un mondo immaginifico –finanche consolatorio- in cui vivi e morti continuano a danzare assieme. La ricucitura tra i due reami non aggiunge, in significato, molto, rispetto ai versi d’apertura di Pessoa: “morire è solo non essere visto”.

 
lungo la strada di casa un’ombra
non avevo mai visto tanta luce
 
e hai cominciato a ridere
a ridere di me, di noi, e stanavi viva
 
oltre gli acini violacei degli occhi
la mano, ti domandavo dove
 
cosa devo fare e la radio a farneticare,
la vita si è addormentata e noi
abbiamo ripreso a danzare

 

Il messaggio fondamentale del libro si riduce alla consolante constatazione che, dinanzi alla morte prematura, abbiamo davvero pochi strumenti a disposizione, nonostante l’ineluttabilità del fato, non siamo mai sufficientemente preparati. Impossibile è prevedere come sarà reinventarsi una volta che la perdita è avvenuta, una volta che conoscere una verità devasta la conoscenza di se stessi.

 
sei andata via
in un cubo di silenzio.
lo sapevamo da tanto.
e ora che non sappiamo più niente
lo stesso cielo a distanza,
tre metri in linea d’aria

 

Monica Guerra

 
 
 
 

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