Stazioni – Alessandro Mistrorigo

Stazioni - Alessandro Mistrorigo

Stazioni, Alessandro Mistrorigo (Ronzani Editore 2018, prefazione di Davide Castiglione).

 

stazióne: s. f., dal lat. statio -onis [acc. statiònem] «modo di stare; fermata, dimora, riposo», der. di stare «stare, stare fermo, stare ritto».

 

Con questa nota etimologica Alessandro Mistrorigo apre il suo lavoro poetico Stazioni (Ronzani Editore 2018). Un lavoro che il prefatore Davide Castiglione descrive così:

Poesie sui luoghi, queste di Mistrorigo (qui la memoria intertestuale può andare a Questions of Travel di Elizabeth Bishop); ma anche, più sottilmente, nei luoghi e scritte grazie ai luoghi. Nei luoghi, perché in essi – nella loro arte, nella loro storia, nei loro sapori – profondamente calate; grazie ai luoghi, perché questi, con gli incontri e le epifanie che li affollano, emergono in quanto co-autori dell’ispirazione stessa, non semplicemente come loro oggetto.

Pur non essendo in disaccordo con il prefatore preferisco affrontare questo (bel) libro di Mistrorigo sottolineando un altro aspetto. La stazione come concetto viene infatti svelata all’inizio:

 
 
la stazione è qui, sulla porta di casa
appena fuori, sul marciapiede stretto
appena lo spazio di parcheggiare male
su un carico scarico per le poche cose
che abbiamo deciso di non regalare
 
ecco ancora da dove si parte:
[…]
 
 

La stazione in Mistrorigo è il punto di partenza e di arrivo più che di sosta, il riposo a cui fa riferimento la nota etimologica non sembra essere parte della stazione. Lo stato di quiete in Mistrorigo è quasi un allarme del vivere, un momento di reale attività e moto nel quale conoscere e cogliere, addirittura trattenere, ciò che si perderà di lì a poco.

Il ribaltamento dello stato di attività (che dovrebbe essere intrinseco al viaggio) e il momento di quiete (che dovrebbe essere intrinseco alla stazione, e forse in quest’ottica possiamo legittimamente interpretare la nota iniziale come un vero e proprio avvertimento) sono talmente evidenti non solo nel dettato poetico (dallo stile accuratamente misurato, si veda l’uso sovente dell’endecasillabo che pure, per modulazioni di velocità e tono, sa variarsi e spezzarsi senza per questo cadere in toni drammatici che a Mistrorigo non competono) ma anche nella consapevolezza e nell’intenzione dell’autore di abbracciare una dimensione più universale, più ampiamente umana:

 
 
[…]
a quei pochi minuti di distanza
la stessa guerra in famiglia, la nostra,
mentre stavamo aspettando un’idea:
restavamo in passaggio, passavamo
e ancora passiamo
 
 

La prima parte dell’opera si presenta quasi come un diario di viaggio scritto nel viaggio, nel momento di spostamento che potremmo immaginare simile (nella sua efficace dissimilità, si veda per l’ennesima volta la nota iniziale) all’otium latino:

 
 
semivuota la carrozza si muove
con il rispetto di quando si torna
– l’aria di meditazione contagia
ed è facile, al cullare meccanico
delle rotaie, scambiare frenata
 
 

Ma il problema del viaggio, dello status di viaggiatore (nel caso specifico per lavoro) è appunto la presenza umana, la difficoltà di creare relazioni di conoscenza con l’altro. L’altro viene a mancare se non come fotografia di pochi istanti. E Mistrorigo già aveva scoperto le sue carte dichiarando l’approccio con questa difficoltà relazione:

 
 
[…]
su un carico scarico per le poche cose
che abbiamo deciso di non regalare
[…]
 
 

Alle persone resta ciò che si regala e al viaggio ciò che abbiamo deciso di non regalare nella doppia valenza del non portare peso superfluo quanto del lasciare ricordo di sé. Ed ecco quindi apparire queste presenze umane che nei viaggi sono flash con i quali è impossibile creare un rapporto di conoscenza se non quel fugace barlume che il viaggio stesso permette

 
 
da un lavoro all’altro uomini e sonno
arretrato in sedili di moquette –
un freno che culla, non piove, pare
un po’ scuro, in fondo, sullo schienale
le pagine gratis sciolte dal mazzo
 
 
 
 
da dentro un caffè che non è il tortoni
rivedo la scena – in plaza de mayo
un tipo spaventa i piccioni – agita
la stessa bandiera che dal pennone
scende sulla cupola gonfia – immobile
 
 

Queste due poesie in particolare, nella forma di stanze di cinque versi, fanno parte di due testi unitari, gli unici del libro con un titolo vero e proprio. La prima è parte de L’ora del tè, la seconda invece è parte de Dai cartoneros. Due testi composti da varie stanze di cinque endecasillabi come corpi unitari e allo stesso tempo composti di frammenti di stasi che occorrono in due città. Londra e Buenos Aires infatti si incontrano e si mescolano nel testo che li separa e che fa da cerniera, che ha come coordinate spazio-temporali “London – 2007; Buenos Aires – 2010” e che, come dedica, recita ai nostri labirinti.

Ciò che a tutti gli effetti si presenta come un diario scandito da luoghi e date in sequenza (dal 2007 al 2017) arriva poi a mutare direzione, a evolvere il rapporto in uno dei testi più efficaci dove l’altro, l’uomo, perde la sua identità specifica per assumere quella dei tutti. Diventa minimo comun denominatore, trait d’union che rende tutti uno.

 
 
per restare anche solo pochi secondi
tra la folla a fissare la pietra che copre
la polvere di quel vecchio inglese,
bisogna prima passare, alla balaustra,
attraverso una stretta apertura
giusto prima del coro e quasi sotto il transetto
 
lì, c’è un bigliettaio seduto
dallo sguardo allegro e limpido
chiuso da un paio di occhiali rotondi
e quasi ciechi- ti chiede quanti siete
e magari il tuo nome, da dove venite,
frugando tra le varie edizioni
colorate secondo la lingua
di una guida alquanto casereccia
 
la allunga verso di voi e solo allora
vi lascia passare, seguendo con un sorriso
e dal basso in alto, la traiettoria
del vostro volto, un punto indefinito
al di là, tra le fughe del sottotetto
 
ammutoliamo – spersi
in quel guardare a spanne
così deciso e sereno – eppure
adesso che ci pensiamo, con calma,
ci sembra di averlo già incontrato:
 
è will, lo smemorato, o philipp
che se ne stava scontroso
tra i libri che non voleva lasciare
 
ma è anche un altro, uno qualsiasi
di cui non ci si ricorda il nome, perché,
per esempio, non l’abbiamo mai saputo
mai voluto interrogare, e se anche
ce l’avessero detto, ora sarebbe confuso
per il poco tempo che ci è dato
nello spazio di questo andare oltre
quella balaustra, verso la pietra che copre
la polvere di un vecchio, anche inglese
 
 

Il testo seguente, in maniera estremamente significativa, passa dal voi/noi del testo appena riportato a un tu più intimo, anche linguisticamente (c’è un innesto dialettale), a indicare l’importanza che il tema ha per l’autore. Quanto resta degli uomini incontrati nei viaggi? Quanto si conosce dell’uomo nel viaggio? Quanto si trattiene e quanto si scopre degli altri e di se stessi? La risposta che Mistrorigo da è evidentemente più sentita di quanto lui stesso forse vorrebbe (a notare lo stile) data la citazione ungarettiana:

 
 
[…]
ma qualcosa mi dice che anche tu,
vecchio naufrago, sei tornato ormai
al tuo porto sepolto
 
Nei testi seguenti si continuano a incontrare e osservare persone:
 
chi l’avrebbe mai detto che ha studiato
che ha fatto l’università a parigi
 
quando ce lo incontriamo in ascensore
riconosce subito da dove veniamo
rivolgendoci pure la parola in italiano
[…]
 
 
 
 
ho parlato con ilja, vladimir e petr,
e ho anche la mia k. per capire
 
parlano di te, di quanto restavi
lì seduto di spalle alla finestra
[…]
 
 
 
 
giusto fuori dalla metro muzeum
un tipo si avvicina e dà parole
in ceco; non lo capisco, sorrido
nervoso mentre il tipo non si ferma
[…]
 
 

Fino ad arrivare a un testo del 2012 che apre a un’ideale seconda parte (o terza, se si vuole considerare il testo per restare anche solo pochi secondi come immaginario spartiacque tra due sezioni) più concentrata sui luoghi. Pur non mancando riferimenti alle persone:

 
 
la cornacchia col cappuccio perlaceo
sul parapetto del ponte di carlo
dalla parte che dà verso il castello
e la vecchia città – gente che tocca
il cane, il bambino e l’angelo d’oro
e con la mano smeriglia fortuna
– per nulla impaurita fissa sul flusso
picchiettante dei passi che procedono
ritmati, di là o di qua, sulla pietra
– di sotto la vltava sgrida coi denti
 
negli occhi chiari del tipo che dà
quell’informazione, c’è lo stupore
calmo di chi ha capito per tempo
come far fronte a ciò che non si sposta
 
 

Emblematica, di questa poesia, la chiusa come far fronte a ciò che non si sposta che riporta alle coordinate spaziotemporali e alla dedica Praga – 2012, alla fermezza che conferma la complessità del focus sul viaggio e sulle sue dinamiche relazionali. Quello stupore / calmo di chi ha capito per tempo / come far fronte a ciò che non si sposta si lega inoltre a un altro fra i testi migliori dell’opera, del 2013:

 
 
dalla postazione la grande guerra
 
– di là, l’austria-ungheria –
 
sotto
         la valle solamente e il corso
di un ruscello arrogante e il resto
è fermezza
 
                        nella passività del ramo
il peso della neve:
 
mi ha colpito la neve, più di tutto.
 
 

Testo che non può, al lettore che si sia effettivamente immerso in queste poesie, non echeggiare quel vecchio naufrago, sei tornato ormai / al tuo porto sepolto soprattutto per il riferimento alla guerra e la chiara indicazione data dal testo indicato dalle coordinate Garniga – 2013 e con la dedica nella trincea. Che poi il riferimento sia voluto o inconscio poco importa perché Mistrorigo avverte che si è accorto di una cosa: mi ha colpito la neve, più di tutto. Quella neve che è uguale in ogni paese, in ogni ramo a prescindere dal ramo. Può cambiare la geografia, la storia del paese, le abitudini, ma quella neve è simbolicamente il minimo comun denominatore, il trait d’union come lo era alcuni anni e testi prima il bigliettaio.

L’opera poi si avvia a concludersi in una sequenza di storie e luoghi. Spesso compresenti:

 
 
[…]
un altro viaggio, ora, qui, proprio dove
trai lucidi resti di questa storia
presente io che sono il suo futuro
turista di passaggio, dalla strada
che fu e che nonostante è ancora
raccolgo un qualcosa per ricordare
che là dove c’era il tempio di apollo
adesso ci camminano le capre
 
 

L’epilogo del libro (São Miguel dos Milagres – 2017, “alla fedeltà”) appare come un omaggio particolarmente toccante a chi ha aiutato non la realizzazione del viaggio, quanto il ritrovamento di una stazione non ultima ma in qualche modo importante, più importante. Una stazione che nelle due direttive chiamate in causa dall’anfitrione (poesia e amore) sa probabilmente coniugare il movimento con la stasi nelle dinamiche e problematiche espresse nelle pagine precedenti. Senza per questo però rinunciare a ciò che si è imparato nel viaggio: l’alterità. La compresenza di cose diverse, spesso contrapposte. Ecco, infatti, che questa nostra sempre sconosciuta stazione è in realtà un luogo paradossalmente conosciuto (questo nuovo nord-est) e vive dello stesso significato del viaggio (durerà fino all’ultimo viaggio).

Ciò che nella nota etimologica era indicato come dimora, riposo diventa il viaggio, e viceversa. Dove conoscere l’altro in quanto tale e di conseguenza dove conoscere se stessi in quanto tali.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
São Miguel dos Milagres – 2017
alla fedeltà

 
se sono arrivato fino a questo nuovo nord-est
è perché mi ci hai accompagnato – perché mi hai
tenuto per mano – io che sto ogni volta cambiando
anno e verso – e allora valgano le parole timide
del nostro anfitrione che mi chiede se per caso
conosco quel poeta per cui l’amore è infinito
enquanto dure
– durerà fino all’ultimo viaggio
anche questa nostra sempre sconosciuta stazione
 
 
 
 
 
 

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