Stati d’amnesia – Lella De Marchi

Stati d’amnesia (Lietocolle, 2013) è un’opera in continua evoluzione: il passaggio da stato a stato è un ininterrotto fluire di versi, l’uno cesellato dentro l’altro come un’infinita matrioska. Il libro di Lella De Marchi colpisce sia per la profondità del tema trattato, la decostruzione dell’io, (vorrei/tornare/monade,/l’ultima, unità/indivisa, minima) attraverso progressivi stati in un percorso ellittico in continuo transito (itinerare, senza fissa/dimora senza un dato/itinerario, transitare/da uno stato/ad un altro felice/di transitare/nel tuo, vagando nel tempo fluido) che per l’impatto sonoro dei testi.

L’autrice ha infatti costruito un’ossatura ritmica che trasforma l’intero libro in una sorta di sinfonia, in cui si susseguono vibrati, sincopi, staccati sotto forma di rime, allitterazioni, iterazioni. Si veda ad esempio la lirica dove siamo (pg. 31):

 

… come neon da soffitti
penzolanti, artifici sonnolenti amanti
un poco stanchi, di silenzi trafficanti…

 

oppure eterno presente (pg. 50)

 


come piombo dentro al sogno, voce
intesa non sorpresa, sasso nella borsa
della spesa, come una pasta che si slabbra
e si ricuce, nell’attesa

 

I testi sono costruiti affinché le parole slittino l’una sull’altra, creando il ritmo onirico di certi rituali pagani:

 


la terra è l’aprirsi del vero dove
non siamo, la lingua dei nostri universi
perduta, cresciuta su sabbie lambite dai mari
in terre disperse, e altrove
riemerse

 

da la terra (pg. 25)

 

non è sempre in avanti che posso
volando cercarmi, se chiusa
dentro al cassetto ancorata
resisto, come un ricordo
intatta fresca senza rumore, una goccia
compatta nel mare, tu non aprire

 

da ricordi (pg. 19)

 

Il libro è strutturato in cinque sezioni, precedute da un testo in apertura (Amnesia.1) e uno in chiusura (Amnesia.2).

 

Nella prima sezione la fuga è una condizione dolorosa, incerta come l’aria ma necessaria per potersi ritrovare. Attraverso l’abbandono l’autrice raggiunge una maggiore consapevolezza di sé: lo sguardo è spesso rivolto dentro (ascolto me stessa tacere, dentro/ad una fessura), nonostante sia chiaro che la progressione verso un altro stato debba inevitabilmente passare dalla rinuncia delle sovrastrutture difensive che ognuno costruisce attorno a sé.

 


prima o poi dovrò uscire dal mio guscio,
nella pioggia o sotto il sole, andare,
in un attimo intrecciare dentro
l’aria, breve, la mia seta, svuotare
il sacco e il mio disegno

 

da il baco (pg. 16)

 

Dallo Stato di fuga si passa allo Stato di materia, un gruppo di testi il cui la terra-matrioska viene presa come modello di regressione dell’essere umano ad uno stato larvale, primitivo (emergere poi scomparire,/come le matrioske/tornare, sempre più piccoli), un sedimento di qualcosa che giace sul fondo di un bacino, inattingibile; persino i nomi, secondo Lella De Marchi sono sommovimenti di una terra che si assesta, in continua mutazione.

 

sommovimenti irregolari frastagliati
di una terra che si assesta
per via di spostamenti, senza luoghi
o punti resistenti, abrasioni,
ritmiche incostanti, stridori
di legni di mattoni, stratificazioni
 
cesure liquide e rumori, i nostri nomi

 

da i nostri nomi (pg. 30)

 

È interessante notare come in questa sezione l’acqua ricopra non il ruolo di culla della vita, bensì quello di una minaccia che incombe sopra gli uomini, pronta a strapparli dal materno abbraccio della terra, da una condizione di maggiore vicinanza con l’origine, con la lingua dei nostri universi/perduta.

Lo Stato animale che segue è la conseguenza naturale di questo processo di transizione. Non a caso l’autrice ha inserito poesie che hanno come protagonisti animali (la talpa, il serpente -o meglio la pelle di serpente-, i formichieri, la formica nera, il lombrico, il coniglio e il ragno nero) nessuno dei quali nutre l’ambizione di staccarsi dalla terra poiché è dalla terra stessa che trae nutrimento e rifugio. L’unica eccezione è rappresentata dal ragno (contrapposto alla figura di Aracne, evocata nella poesia di apertura) che impersona una sorta di burattinaio-carnefice che ordisce l’intero disegno cui apparteniamo.

 


lui non si è girato, si è fermato
una volta solo dietro di me,
un fiato caldo sulle spalle,
sconosciuto assassino
 
sono finita intera, dentro
al suo disegno, come
una pedina, perlina colorata
sfilata e reinfilata
nella sua memoria

 

da il ragno nero (pg. 43)

 

Il viaggio di Lella De Marchi raggiunge uno Stato di confine, superato il quale si precipita nell’amnesia continua. In questa sezione gli oggetti evocati (un calzino, dei semplici bottoni) rappresentano forme di contenimento e al contempo sono strettamente collegati alla memoria e al momento presente: ma se lo stato d’amnesia è una condizione esistenziale duratura, allora la presenza degli oggetti non è più una certezza, ma diventa un ulteriore elemento di disorientamento (costa fatica rifare/l’inventario ricordare/quello che non c’è/costa fatica ogni giorno/ripartire da ogni punto/che non può tornare).

Confine è anche distanza tra i corpi, spazio vuoto che divide e unisce in un continuo cercarsi e allontanarsi a intermittenza mentre si fa spazio la consapevolezza che l’essere umano è un essere molteplice, una forma anomala di cerchio una linea/duttile/che si flette volentieri/nella curva/che può tornare/su se stessa.

Arrivati a questo punto abbiamo raccolto una serie di enigmi, sapientemente tessuti lungo tutta la raccolta, ma l’autrice inaspettatamente rovescia la prospettiva: la vita è uno stato/di continua amnesia/una dimenticanza/ripetuta afferma nel testo che introduce la sezione Stato di continua amnesia. È questa condizione che ci consente di avvicinarci continuamente alla tana del lupo, offrire la carne viva al morso dell’animale, ricrearci e rinascere svuotati di tutto alla ricerca di qualcosa di profondo, annidato sotto la polpa, un punto interrogativo che ci assomiglia e che rappresenta l’unica risposta che abbiamo agli enigmi dell’esistenza.

 

Michele Paoletti

 
 
 
 

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