Sotto vuoto – Monica Guerra

Sottovuoto di Monica Guerra (Il Vicolo Editore 2016, prefazione di Gianfranco Lauretano) è un libro che in quattro sezioni (Verso di Te, Dario di bordo, Filigrane, Mancamenti) registra un vero e proprio viaggio all’interno delle cose della vita dove il minimo comun denominatore è immediatamente svelato dal titolo. Sottovuoto fa infatti riferimento a un testo inserito nella seconda sezione dove il soggetto solo apparentemente è un paesaggio relativo, prossimo (un treno, un finestrino), più precisamente è il rapporto che si instaura tra chi guarda e il cosa viene guardato. Ed è un cosa universale, sia esso un amore, una geografia, un padre, una figlia. Il punto che viene analizzato è sempre il cosa scaturisce tra i due interlocutori.

Gianfranco Lauretano in prefazione precisa: Ma è proprio a questo punto che la sua ricerca poetica, davvero molto seria e degna della massima attenzione, compie uno scatto ulteriore: nel mancamento stesso della parola e dell’altro da noi ritroviamo il massimo di noi stessi, nel bene e nel male. Ci sono momenti, infatti, in cui la poesia non è più neppure piccola, minuscola. Ci sono momenti in cui ciò che viene all’evidenza è il vuoto, lo spazio assoluto, l’assenza di noi e degli altri. Potrebbe essere la fine, invece in quello spazio il poeta ritrova l’origine più nascosta.

L’origine più nascosta che Lauretano identifica nella mancanza della parola altro non è che precisione, segno, la sintesi di un quid altrimenti vaporoso e che nel testo viene regolarizzato (non solo tecnicamente strutturato) come la fibra grezza quando nel processo di parallelizzazione attraverso le macchine industriali diventa nastro e poi filo. Un filo sottile che mantiene la medesima densità iniziale, la stessa intensità.

In Monica Guerra si può riconoscere un grezzo ma netto stupore luziano che forse ancora (complice probabilmente un comprensibile pudore) non ha trovato la sua più affinata strada espressiva ma ha di certo compiuto i passi giusti verso di essa. È poesia pulita dall’inutile, dal pesantemente emozionale pur nascendo da una matrice inequivocabilmente emozionale. Ma non se ne lascia inquinare, anzi come utilizzando un filtro Monica Guerra centellina ciò che deve restare scritto sulla pagina e lo lima per restituire nella maniera più essenziale possibile ciò che, a monte, è chiaramente uno stupore d’essere nel mondo.

Ma anche lo stupore ha spesso bisogno di un elemento, un fattore per essere dicibile. Altrimenti si disperde non tanto nell’espressione finale che è la scrittura quanto nella definizione che permette a chi lo prova di trattenerlo, di possederlo. In Monica Guerra si nota infatti, accanto a un’attenzione verso determinare parole (reliquia, calcare), un atteggiamento sensuale nell’osservare il mondo. Non solo una bellezza (il mio piccolo si fa lacrima / sarà il freddo, sarà / Bellezza […] Che non posso fare / a meno di bere dalle tue forme gioconde / un grano di bellezza) ma un vero e proprio coinvolgersi sensuale in essa, nel trovarla in ogni cosa con l’interezza del proprio esserci (e la Moscova che s’imbianca / tutt’intorno al mio ombelico […] Distesa senza un libro / la lunga schiena della Neva […] la propria umana fatica / e imparare a danzare / la riva viva del fiume / il coito ininterrotto / nudo un canto, le cicale).

Un libro di minuzie d’amore che non esagera e che sa concludere se stesso con un non riconoscimento, uno spaesamento che aveva già percorso il libro e che in chiusa trova risoluzione senza in realtà essere mai stato un vero problema: nelle pause delle nostre differenze / un po’ ti somiglio. Perché non sempre un poeta parte da una querela per arrivare a un’epifania, non sempre è il dolore a far scoprire la bellezza e l’innamoramento inevitabile per essa. A volte basta un viaggio, figurato o reale che sia.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
Filigrane
 
Le mie reliquie quotidiane
nelle tue minuzie d’amore.
 
 
 
 
 
 
Talvolta
 
Si tratta pur sempre d’amore
l’essere ristretti
in uno sfaccendato non capirsi
 
non dal metro
si misura la distanza.
 
 
 
 
 
 
Aspettare
 
Nel deserto della notte
vagliare senza bussare
le tue mani alle mie dune.
 
 
 
 
 
 
Incontri
 
Che conoscersi appena
e contaminarsi in una frangia di risata
c’è da chiedersi se sia la fatica
che straripa nel vino
il doppiofondo del bicchiere
tutta la bellezza
l’ombra che si fa neve
un incontro
che fa l’uomo, all’uomo vicino.
 
 
 
 
 
 
Sottovuoto
 
Un non so che la solitudine
sul treno pieno tra Peterburg e Mosca
le dacie in un colmo di neve
il riflesso che incalza, vuoto a rendere,
la lama buia della distanza,
il sottovuoto del finestrino.
 
 
 
 
 
 
Il viale
 
Un calcare di bucato e di ozio
tra i lampioni l’antica aria leggera
l’ombra adagiata sui versi dei rami
un folto di strofe il silenzio.
 
 
 
 
 
 
Il viale II
 
L’odore fresco di pane caldo
il vivo del paese di mezzo
le strade di luce
case senza confini.
 
 
 
 
 
 

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