Sil vías poéticas – Silvia Favaretto

silvias

Tra pochi giorni, all’ultimo appuntamento della rassegna estiva che curo nel pordenonese dal titolo A cena col poeta (che fino ad ora ha visto tra gli altri le partecipazioni di Sergio Serraiotto e Francesco Tomada), dialogherò con Silvia Favaretto sia sulla sua poesia sia sul suo bel progetto 7Lune. Quest’ultimo è cosa degna di nota in quanto nasce con l’intenzione di diffondere la poesia, l’arte, la musica e più in generale la cultura Ispanoamericana contemporanea attraverso vita, opere e partecipazione di autori ed artisti dell’America di lingua spagnola (il sito del progetto qui). Un’azione generosa che bene introduce questa ragazza a dire il vero molto giovane (lo ammetto, lo dico perchè ha la mia stessa età) e molto graziosa. E quando dico graziosa intendo una ragazza dal sorriso rassicurante, dai lineamenti morbidi, dalla gestualità gentile. Un’immagine che nella poesia di Silvia però scomparire per lasciare il passo a una fortissima passionalità quasi violenta (di quella violenza sensuale che morsica l’anima, facendo anche male), a un discorso sulla poesia (che pur comprensibilmente non arrivando a quegli apici immensi) pare tendere in maniera straordinaria alla lirica di Nguyen Chi Trung.

Leggendo questo Sil vías poéticas (Editorial La Luna Que), libro bilingue (spagnolo/italiano) che contiene due autrici (Silvia Favaretto e Long – Ohni) in quello che è un vero e proprio dialogo tra chi resta in Argentina e ricorda l’Italia e chi resta in Italia e ricorda l’Argentina, Silvia dimostra un’intensità e un’asciuttezza della voce stupefacenti. E Tu mi hai mandato a nascere morta / e senza riparo. / Ed era febbraio, / era febbraio sono versi che da soli potrebbero tenere in piedi un libro, in quello stupendo equilibrio creato dalla ripetizione di era febbraio (forse una reminiscenza eliotiana?). Ma se in qualche modo il succitato autore vietnamita (Chi Trung) parla dell’ultimo verso, della materia che diventa vita anche grazie alla poesia, Silvia dall’altro lato di un’età, di un tempo e di un mondo, dice: Niente a questo mondo serve / fuorché lo stridore dei passeri / e il tuo primo, sofferto, verso. Due punti della medesima retta in quella sotterranea comunione che rende tutti i poeti compagni, fratelli.

E se la poesia, di nuovo similmente a Chi Trung (anche se a un livello molto meno tragico e nichilista), riesce comunque a diventare curativa (Ne è uscita questa poesia. / Dicono che sia curativa ), è negli ultimi versi che Silvia Favaretto mi ha mandato che trovo quella discrepanza tra la persona che ho incontrato alcuni mesi fa, assolutamente affabile e rassicurante, e la poetessa (perchè tale è) che scrive: Da quando sono nata / Non esercito altra professione / Che avere addosso due seni / E una ferita sanguinante / Due fulcri come occhi spalancati / E una bocca che non sa chiudersi, / Due cosce spesso divaricate / E un ombelico da inondare. Ma la poesia sappiamo bene ha la capacità di estrarre la natura umana oltre l’apparenza più esteriore, incarnando le ferite, le fratture, e dando voce al carattere più intimo dell’uomo.

In questo caso, come in tanti altri della letteratura sudamericana, la lingua spagnola regala inoltre occasioni e sonorità in pieno accordo con tanta passionalità, tanta veemenza non del solo dire ma dell’essere. Una poesia che mi ha stupito, insomma, e che mi ha entusiasmato. E che all’ultimo appuntamento di A cena col poeta ascolterò con grandissima attenzione.

 
 
 
 
Primavera argentina

Voy pariendo mis versos como
amapolas en
un valle de flores blancas,
sangran las
palabras y dejan manchas
que brotan,
derramo poemas
en el jardín
inmaculado.

Pero es la poesía
que me pare a mí.

 
 
 
 

Primavera argentina

Partorisco i miei versi come
papaveri in
una valle di fiori bianchi,
sanguinano le
parole e lasciano macchie
che sbocciano,
spargo poesie
nel giardino
immacolato.

Ma è la poesia
che partorisce me.

 
 
 
 

Muerte de mi primera morada

Nací viva y furiosa
mordiendo la leche envenenada
de pezones que nunca quise soltar.

Nací feroz y manchada,
desalojada,
hiriendo sienes con ojitos de bebé
que todavía no se saben cerrar.

Y Vos me mandaste a nacer muerta
y sin cobijo.

Y era febrero,
era febrero.

 
 
 
 

Morte della mia prima dimora

Nacqui viva e furiosa
mordendo il latte avvelenato
di seni che non volli mai lasciare
Nacqui feroce e macchiata
scacciata
ferendo tempie con occhi di bimbo
che ancora non si sanno chiudere

E Tu mi hai mandato a nascere morta
e senza riparo.

Ed era febbraio,
era febbraio.

 
 
 
 

El puerto deseado

El contacto entre la imagen y su reflejo,
entre la humedad de los pasos
y el camino de piedra
hacia el marfil tenue de tu sepultura.

Vas a llegar, no cabe duda.

Alégrate de caminar contra viento.

¿De qué te salva la poesía, si no podés aguantar
la vida, hermano?

Nada en este mundo sirve
sino el chillido de los pájaros
y tu primer, dolido, verso.

 
 
 
 

Il porto agognato

Il contatto tra l’immagine e il suo riflesso
tra l’umidità dei passi
e il cammino di pietra
verso il marmo tenue della tua sepoltura.

Arriverai, non dubitarne.

Sii contento di camminare controvento.

Da cosa ti salva la poesia, se non riesci a
sopportare la vita?

Niente a questo mondo serve
fuorché lo stridore dei passeri
e il tuo primo, sofferto, verso.

 
 
 
 

La blanquita

Me enjuaga la laguna
estómago y entrañas,
arrastra consigo bilis
y la sangre negra, incrustada
que sofoca las arterias y
los capilares.

La madera resiste, la madera.

Recojo las hojas, la magnolia
entrega los pétalos blancos
al barro.

Canta el casco.

 
 
 
 

La blanquita

Mi risciacqua la laguna
stomaco e intestino
trascina con sé la bile
e il sangue nero, incrostato
che soffoca le arterie e
i capillari.

Il legno resiste, il legno.

Raccolgo le foglie, la magnolia
affida i petali bianchi
al fango.

Canta lo scafo.

 
 
 
 

Un caballito de hielo

              Para Lauren Mendinueta

He dejado macerar en mi bolsillo
una hoja de papel con una ramita y
una piedra del fin del mundo.

De eso ha salido este poema.

Dicen que es curativo.

 
 
 
 

Un cavallino gelido

               A Lauren Mendinueta

Ho lasciato macerare nella mia tasca
un foglio di carta con un ramoscello e
una pietra della fine del mondo.

Ne è uscita questa poesia.

Dicono che sia curativa.

 
 
 
 

altre poesie

 
 
 
 

Voyeur

Desde que nací
No ejerzo otro oficio
Que llevar puestos dos pechos
Y una herida sangrando,
Dos ejes como ojos de par en par abiertos
Y una boca que no sabe callar,
Dos muslos a menudo partidos
Y un ombligo para inundar.
Trabajo de mujer,
Me visto, me maquillo,
Estudio para complacerte y
Cuando termina el día
Escribo.
Escribo con mis pechos, con la herida,
Con ojos, boca, muslos y ombligo.
Si mirás bien podés verme,
Desnuda,
En este poema.

 
 
 
 

Voyeur

Da quando sono nata
Non esercito altra professione
Che avere addosso due seni
E una ferita sanguinante
Due fulcri come occhi spalancati
E una bocca che non sa chiudersi,
Due cosce spesso divaricate
E un ombelico da inondare.
Lavoro come donna,
Mi vesto, mi trucco,
Mi formo per compiacerti e
Quando finisce la giornata
Scrivo.
Scrivo coi miei seni, con la ferita,
Con occhi, bocca, cosce e ombelico.
Se guardi con attenzione potresti vedermi,
Nuda,
In questa poesia.

 
 
 
 

Me desmiento

Me dejo hacer el amor por el silencio
Amordazada y maniatada
Lo dejo desvestirme
Y hundirse hacia mis huesos,
Dejo que me envuelva sin gemidos,
Lo dejo que se apodere de mis sentidos,
Sólo le pido que me lleve la cruz
Sólo le requiero que se la lleve,
Al final de esta unión
Que ha de durar talvez un siglo.

 
 
 
 

Mi smentisco

Lascio che il silenzio mi faccia l’amore
Imbavagliata e ammanettata
Lascio che mi svesta
E sprofondi fino alle mie ossa
Lascio che mi avvolga senza gemiti
Lascio che s’impossessi dei miei sensi,
Gli chiedo solo di portarmi la croce
Gli richiedo solo che la porti lui,
Alla fine di questa unione
Che dovrà forse durare secoli.

 
 
 
 
 
 
 
 

Vota l'articolo
[Voti: 0 Media: 0]

VEDI ANCHE