Si cade, si resiste, si resiste, si cade – Grazia Procino

Si cade, si resiste, si resiste, si cade - Grazia Procino

 
 
Insegnamenti da Kavafis
 
Ho vissuto troppo dolore
per non intuirlo negli altri.
Ho dovuto accogliere troppo rinunce e
le ho trangugiate, amare, insieme a strascichi
di denso fastidio. Ho capito che la tua felicità
può procurare nell’altro dolore,
non puoi farci niente.
Tu puoi solo decidere di viverla o di rinunciarvi.
Se la vivi, guarderai all’altro che è in pena,
se vi rinunci, nessuno
avrà cura del tuo nobile gesto.
 
 
 
 
 
 
E sia
 
Lo so. Ci si aggrappa a tutto
pur di non sprofondare
anche alla notte.
 
 
 
 
 
 
Epigrafe
 
Gli oggetti resistono al tempo, ai tempi
alla cenere
alle ceneri.
Le bottiglie navigano in mare.
Le idee resistono alla censura
alla cesura. I nomi
resistono ai morti
alle marce nel gelo di Russia.
Io che ho esperienze delle cose che furono
resisto ai colpi d’amore.
A esergo pongo
«Si cade. Si resiste.
Si resiste. Si cade.»
 
(Grazia Procino, E sia, Giuliano Ladolfi Editore, 2019)
 
 

Compartecipazione nei confronti del dolore altrui, consapevolezza delle rinunce proprie e – pertanto – di ogni altro essere umano, in un intreccio inscindibile di gioia e dolore, nella testimonianza che le produzioni dell’uomo gli sopravvivono – dalle bottiglie alle ideologie – trasfigurando infine gioia e dolore in un ulteriore dicotomia, ovvero quella della resistenza e della caduta, in un sentire che appare come una fiera coscienza della propria fragilità: tutto questo è possibile leggere nei testi qui proposti di Grazia Procino.

“Ho vissuto troppo dolore / per non intuirlo negli altri”: come si accennava, l’esperienza della sofferenza riesce a innestare una sensibilità verso il dolore altrui, che si traduce in una capacità di comprendere le ragioni, spesso travagliate, delle decisioni dei nostri simili. A questo si intrecciano le rinunce e, in particolare, l’idea che ogni scelta comporta un’esclusione: “la tua felicità / può procurare nell’altro dolore, / non puoi farci niente”.

Ed ecco dunque la problematica di un possibile equilibrio tra la propria serenità e quella degli altri: vivere la propria gioia significa guardare “all’altro che è in pena”, pena che, si ricorda, non si può fare a meno di “intuire”; ma “se vi rinunci, nessuno / avrà cura del tuo nobile gesto”. La prima conseguenza di tale ambivalenza è che nessuna rinuncia può essere assoluta; la seconda, è che non può esistere reale cura e premura dell’altro se si ha in mente di ricevere in cambio una gratificazione o un controvalore, sia esso solo di natura umana o morale.

Il secondo testo, epigrammatico, ricorda però che non è cosa così semplice bastare completamente a sé stessi, o donarsi completamente all’altro-da-sé: infatti “ci si aggrappa a tutto / pur di non sprofondare” – ecco dunque un’ammissione della fragilità, tutta umana, che rende estremamente difficile immaginare un puro dedicarsi alla gioia altrui, dimenticando la propria – “anche alla notte”, conclude in modo lapidario l’autrice: il rischio è quindi quello di cedere anche a scelte pericolose, dolorose, pur di raggiungere la propria stabilità umana o affettiva.

L’ultimo testo allarga la visione esistenziale alle opere dell’uomo, e alla consapevolezza della loro sopravvivenza ai singoli uomini: “gli oggetti resistono al tempo … alle ceneri” – ma tale principio, a prima vista terribile, si estende anche alle produzioni immateriali, alle “idee” ai “nomi” (che “resistono ai morti”), fino a traslare il concetto al sé, che resiste “ai colpi d’amore” nonostante l’esperienza “delle cose”.

Ed ecco dunque la destinazione naturale dell’epigrafe: la consapevolezza della propria fragilità umana, del dolore altrui, della necessità di appoggiarsi alla cura altrui, senza potersi completamente ed incondizionatamente donare, è coscienza della propria vulnerabilità, del “si cade”; ma a questa coscienza si oppone una fiera resistenza, data dalla consapevolezza, complementare, del valore umano delle relazioni, della persistenza della memoria alla provvisorietà della vita dell’uomo, che si concentra nel “si resiste”.

Questa postura, forte di ogni valore umano, è anche prospettiva di senso in un’esistenza consapevole delle propria provvisorietà, è ciò che consente di proseguire ogni giorno, in un continuo “si resiste” – pur consapevoli che, in ultima istanza, la prospettiva finale della vita biologica è e rimane un ultimo “si cade”.

In questo intrecciarsi di istanze opposte, umanissime e solo apparentemente in conflitto, vi è il lato più umano e genuino della parola della Procino, che restituisce uno squarcio immediato e significativo – concentrato in versi essenziali dal sapore classico – delle tensioni interiori dell’uomo di fronte ai propri limiti e alle proprie aspirazioni.

Mario Famularo

 
 
 
 

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