Serie fossile – Maria Grazia Calandrone

calandrone

Serie fossile (Crocetti Editore 2015) di Maria Grazia Calandrone è un lungo e labirintico romanzo d’amore, un diario con tanto di date che ne scandiscono le coordinate psicologiche e le tappe del percorso. In una tensione vertiginosa Maria Grazia addensa la compresenza di ere e simboli, di corpi e scenari. Perchè l’amore ha come connotato l’essere questo e altro da questo, fino ad inglobare (fagocitare?) l’intera esistenza nei significati di una persona, di un corpo, di un suo atteggiamento.

Serie fossile è di fatto un percorso nel mondo, un camminare con le unghie attraverso la bellezza che fa male come questo spazio assolato che diventa il tuo bene e dove non solo il muscolo provava sofferenza, ma tutta la zona / circostante doleva / e il silenzio raschiava. Un mondo che ha avuto la sua esistenza, la sua storia, e che poi è scomparso lasciandone le tracce nei fossili incuneati nel presente che si differenziano dalle cicatrici perchè non sono cose trascorse ma assolutamente presenti nel loro essere inanimate, fossilizzate. Storia resa eterna in un momento che non si dissolve ma riporta continuamente alla sua vita. Attraverso la memoria. Che evoca la sua bellezza che è la bellezza inesauribile del mondo.

Maria Grazia Calandrone parla d’amore e utilizza il tu quasi come un pretesto per emergere da un mare continuamente evocato e invocato (guizza argenteo il pescato, un raccolto d’uranio e pallore / di sirene platoniche) / l’animale infierisce, non cede). Parla d’amore e descrive i filamenti umidi del proprio sé, della propria psicologia con l’atteggiamento di chi non ha più nulla nascondere. Perchè ciò che è fossile è evidente, è chiaro, non ha più nulla di celato ma è l’evidenza resa ossa: in questa cantica pomeridiana / nuda e semplice, accosti / l’impianto chimico delle mani / ai muscoli del petto, quasi al cuore / –e il corpo / aperto / cola albume, un segreto / comunicare d’astri, / liquido antrale dolce come un melo. La memoria in questo tradisce la mente che la porta, perchè la tortura, la consuma a differenza del fossile che è cementato nella bellezza che era: alba che disfi il nero, alba che cresci sopra e reggi questa / divinocadaverica solitudine / come un trofeo.

Ma il trofeo alla fine risulta il mondo stesso, pur fossilizzato, inevitabilmente come il bene e come il male, e come la bellezza, perchè poi, ricordo la musica di un amore immortale sulla rovina di Massenzio: “e si ‘na stella pe’ ammore rimmane ‘n cielo mill’anne e nun more”. Poi, ricordo un sorriso, così profondo da perdonare i morti, invincibile come la forza gravitazionale che sulla terra viene detta destino. e poi ricordo un suono di campane, semplice come il caldo della tua bocca / che dura qui, ben oltre la mia vita.

 
 
 
 
 
 
(°) – seme
 
hai una debolezza di spiga,
muscoli di cavalla, un’arsura
di sabbia calpestata
nella spina dorsale
e un solco di aratura,
la solitudine di una bestia santa all’angolo
destro della bocca, dove un’intelligenza
appena nata ti sfiora
quasi senza svegliarti
 
metti il dito nel solco del tuo cuore, indicami
 
scopri la crepa tua da dove stilla
il mio sangue sulla foresta dei simboli e nel sonno che specie di amore
trabocchi
sugli oggetti intorno
 
                        (quanto eccede
la misura del corpo finisce
per agire tra i legamenti elettrici del mondo
come la bruciatura
del neutro – l’inizio
dell’anonimo – poggia con tutto il peso
sulla Terra Straniera del tuo corpo – per favore
non dirlo, chiudi la bocca
)
 
perchè il tuo occhio destro sfiora le acque
di un mare sepolto
                        – seme,
profondamente
rovo e corona
di specie
sconosciuta –
             apertamente tace come bronzo, cammina
nel presente
come in un tempio, come nella memoria –
                        fin che dal fondo
dal teatro del mare
una creatura adulta disarmata
si alza in piedi, crede al tuo perdono
 
23.5.13
 
 
 
 
 
 
© – fossile
 
metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
come la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
 
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele
 
              – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura

 
                 mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
 
                     usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria
 
dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:
 
                          avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora
 
24.5.13
 
 
 
 
 
 
§ – insufflare
 
quando l’ape si stacca dal fiore, la sua piccola struttura composta
di righe sature gialle – fatta
da una dottrina di erbe medicamentose – si comporta
come un oggetto di sconosciuta bellezza
 
quando l’ape di stacca dal fiore, l’intera struttura
dorsale è intaccata da un gelo
luci e astrale
di bambini lasciati sulla sabbia salata
come costellazioni terrestri
di calce ferma
 
i bambini abbandonati una volta
se ne vanno per sempre, per sempre
tornano
aspirati dal vento
come campane d’acqua
 
sono piccole cose che volano,
              pula
nella copiosa gratitudine
che consuma quei volti
come cera, perchè quelli sono
il neutro, la zona orfana
del mondo – quelli non hanno corpo, hanno grandi e sottili apparati
radicali divelti, ruotano come stelle
sopra il tuo corpo addormentato – entrano
dentro la commozione della tua figura semplicemente
soffiando all’angolo della tua bocca
la bellezza ancora addormentata del mondo, quella
che dal primo giorno
sopportano da soli:
              ora porta con me
lo struggimento, allena tutti i muscoli del corpo
a stare fermi sotto la grande ruota dell’amore:
                 solo la perpetua, solo l’insostenibile
bellezza del mondo
verrà travasata
in te come il più dolce
dei mali, come nell’ancia di una canna che suona
                                 – e tu amplificherai
lo splendore del mondo, tu sarai senza involucro
e senza impedimento
 
maggio muta le rotte dei pianeti
dunque se tocchi il muto della creatura,
il suo piccolo rogo di abbandono
dietro le costole,lei si avvicina come si risaldano i pianeti
all’orbita di Giove
e rinasce
e rinasci
      come dai semi addormentati sotto
la zolla, per un legame impietoso
di obbedienza primaria, lungo una scala ascendente di
    gioia, da tutto il campo appare all’improvviso
l’imperdonabile, la bellezza perduta
 
25.5.13
 
 
 
 
 
 
Θ – per alba
 
l’anima mia è un dio umano,
                 come un uccello d’altura
 
che ogni notte nidifica nel chiaro
del tuo petto
come un endecasillabo perfetto
 
               (cosa) bianca e copiosa, ala sottile – rosa
               e roveto, cenere – parva
               tra stelle profuse,
                          bianco sangue
di spugna tubolare
nel bianco planetario, bianca tigre
seduta ai bordi della bianca strada senza dolore
 
l’anima mia cresce dalle tue ossa
come una rosa da una lingua viva
         – a stille,
               a emoraggia
                     – dal tuo alfabeto
                              inimmaginabile
 
ma è da questo corpo,
dalla sua silenziosa mietitura
che viene il verbo,
questo pane assoluto
che ti offro, questa bellezza
viva, fatta per te
 
6.6.13
 
 
 
 
 
 
evocare l’alba
 
sono io che ti suscito?
 
                 questa tenera cosa
questo caldo umano
che si leva da te
è tutto fatto dalle mie parole
                 oppure
preesisteva
 
e risponde al richiamo?
 
 
tu esisti e tu prescindi
sei tu l’origine di questa specie
 
di bellezza parlante
che si offre, orlo
alla tua bellezza
 
viva
 
e incredula,
          risuscitata
 
17.6.13
 
 
 
 
 
 
Ʌ – corpo verde dell’alba
 
libero, insonne e disarticolato, il corpo accade
come la prima tra le cose umane: è tutto verde, tutto
volontà
 
morbido e teso come uno stendardo
si solleva dal fuoco centrale
della campagna, perde oro dalla bocca
 
        quando è in ginocchio sulla terra nuda si rivela
                        un chiarore di menta

 
non sono io, è il respiro
della materia dentro
la materia:
      coltello
             di cobalto che sale dalla terra,
                             lingua di fiamma
                                           e filamento
di saliva nel vivo della carme
 
                    – in sottofondo
              un rumore di cose che si stanno facendo –
 
la pianura del corpo è tutta viva, tutta
risvegliata
dalle fruste di un vento sotterraneo – saette
lungo i flessori – e l’obliquo
preme da sotto l’orizzonte
pelvico,
       libera
             la trazione profonda della terra
che riapre nel sole la sua crepa,
                   quel prodursi
di fenditure, ancora
 
27.8.13
 
 
 
 
 
 
ovale, l’imperfetto
 
sei di fronte
e manchi, dolorosa
come un’icona
 
cieca al bene
accaduto una volta – che basta
a maledire, se
dopo, i giorni non sono che mancanza
 
vieni
come una forma del deserto
una statua di sabbia
– dura
– velata
 
– remota
come il rimpianto di un viso sulla pietra immobile – ovale
muto
fossile, imperfetto
 
che lasci solo
il corpo
nato dal denso della tua bocca nel caldo umano di un pomeriggio
perfetto, com’era perfetto
 
il paradiso prima
dello scisma, prima di essere
murati
senza peccato, sradicati
dal fuoco del reale e scagliati nel rombo delle stelle – corpi a mosaico,
a costellazione – proiettati in una solitudine che scava fino
    al teschio, e non sei che abbandono
 
il male si ripete,
a corona
di spine, si avvera
continuamente
 
la morte comincia
continuamente, da quel nero pomeriggio d’estate
sotto il disastro della canicola sulla piazza romana – luce
     opaca di piombo: una voce
inaudita affila a sangue
la materia dolcissima della tua voce con una scaglia d’osso
che hai staccato dal corpo del tempo – arma
fra i denti della prima scimmia
che ha voltato le spalle al paradiso
 
ascia, strumento d’osso che nemmeno
fai morire davvero, presentivo l’esilio
della casa di vetro
sulla collina, ma
 
io dispongo a preghiera il mio dolore, ancora
come offerta
 
nella luce magnifica e oggettiva di novembre, ancora
prego quei rivoli di umano
sul telo verde come un prato o un mare
steso al centro del mondo
perchè il mondo sia ancora questo
 
essere solo corpo, perdonare
 
18.11.13
 
 
 
 
 
 
lettera immaginaria
 
dov’ero carne essa era avorio
(Pier Paolo Pasolini)
 
alba
di tenera
carne, stretta
nell’esoscheletro della Legge
 
nel tragico
mese di novembre
piangeva tutto
 
tienimi forte, fuori
dal limite umano
 
tienimi come una madre
che abbraccia in sogno
 
22.12.13
 
 
 
 
 
 
per sempre per sempre per sempre…
 
vorrei che ti mettessi quel vestito
che hai comprato in un giorno di luglio
dopo che avevi detto ti amo anch’io
 
vorrei che ti mettessi quel vestito
per me, un’ultima volta,
 
poi, vorrei fondermi alla terra
e riposare dove lei riposa
 
8.1.14
 
 
 
 
 
 
irradia benevolenza
 
ogni volta che ci veniamo incontro
una creatura inattaccabile
sale dal centro
come una sfera d’oro
e irradia
benevolenza
 
vedo un ponte che sembra non finire, una struttura bianca,

una salita,
poi l’odore metallico dell’oro – lasciati
respirare
– e del corallo fossile
sul petto

 
come le navi entrano nel porto la materia dei vivi riposa.
il gesto viene da una lontananza inaccessibile.
 
                           vedo luce nella luce
                           dei boschi occipitali
e tutto è dolce, anche la stanchezza
nel perdonare. qualcosa di profondo va tenuto immobile.
  uno scarto d’uranio.
 

una bolla di luce, gialla
di un giallo minerale, gialla d’oro e di fuoco
giallomarino, ci tiene

 
come la tigre il giallo della savana,
come l’ambra il suo fossile
e come il corpo tiene il proprio sangue:
 
                           tu corpo radioso
sotto la luce verde del mio sguardo, tu quella che s’illumina e reagisce
dove la volontà non tiene, così
iniziale, fertile, confusa
fino nell’intimo della materia.
                  e io, lo vedi
cosa sono. una cosa così. una cosa umana
che vuole farsi grazia. mischia di gratitudine e materia. cosa umana
che setaccia e raffina
oro dal sangue. ecco l’oro e la scoria
dell’amore umano. lo vedi
cosa sono. una cosa così. che però è tua.
 
6.1.14
 
 
 
 
 
 
 
 

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