Seamus Heaney

Seamus Heaney

 
 

Seamus Heaney (irlandese di minoranza cattolica, 1939-2013), premio Nobel, nel 2005 ha vinto anche il Lerici Pea 2005 e per l’occasione ha approntato Fuori campo, un florilegio sulla guerra, sul 2001, sulle passioni private. Così trovano posto anche l’inserto vegetale con Cime di felce e Trapiantando l’ontano o poesie su Eliot (in memoria di Ted Hughes) e Auden. Il libro (Interlinea, 2005) ha la chicca di un’intervista ad Heaney sulla sua educazione. Qui ricorda Berkeley nel 1972 con una bella poesia: “Qualunque cosa tu dica non dire niente”. Fa così: “Questa mattina da un’autostrada rugiadosa / ho visto il nuovo campo di internati: / una bomba aveva lasciato un cratere di argilla fresca / sul fianco della carreggiata, e su tra gli alberi postazioni // di mitragliatrici definivano una vera staccionata. / C’era quella foschia bianca che si forma su un terreno basso / ed era un déja-vu, qualche film 37 sullo Stalag 17, un brutto sogno senza sonoro. // C’è una vita prima della morte? Così sta scritto in gesso / a Ballymurphy. Competenza col dolore, / infelicità coerenti, un morso e un sorso / noi ancora abbracciavamo il nostro piccolo destino”. A conferma d’essere stato un poeta capace di raccontare la Storia e il privato. Cosa che, ammettiamolo, non è da tutti.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
Cime di felce
 

Pudenda delle siepi, coperta ricciuta della terra, le cime di felce dov’è che sono ricercate? Giappone? Estonia? L’Irlanda di secoli fa?

Dico Giappone perché quando penso alle cime di felce mi viene in mente l’amico Toraiwa, e la sorpresa che provai quando mi chiese ragguagli sull’eros. Disse che era una componente della poesia e che se ne aspettava di più.

Ripiegate e frangiate, macchiate di verde e intenerite, eccole qui, Toraiwa, in un cestino fumante, tutte per te.

 
 
 
 
 
 
Trapiantando l’ontano
 
Per la corteccia, argento opaco, che l’avvolge tutto,
un collare di colomba.
 
Per le stillanti, scorrenti
foglie tremolanti di pioggia.
 
Per il camuso grumo dei primi coni verdi,
smeraldo fuso, clorofilla.
 
Per il ruzzolare dei coni in inverno,
come in una guaina di sonagli, una fragilità di fossile.
 
Per il legno d’ontano, rosso fiamma quando strappato
ramo da ramo.
 
Ma soprattutto per i riccioli ondeggianti
degli amenti gialli,
 
piantatelo, piantatelo,
testa arruffata nella pioggia.
 
 
 
 
 
 
Poppa
 
                             In memoria di Ted Hughes
 
“E che effetto faceva” gli chiesi
“incontrare Eliot?”
                           “Quando ti guardava”
rispose, “era come essere su una banchina
e vedere la prua della ‘Queen Mary’
venire verso di te, lentissima”.
 
                           Ora mi sembra
di essere io sul molo e guardare lui
che non smette di guardarmi mentre rema via
e una poppa di legno, verticale,
dondola e brilla e spruzza
e stenta a prendere il largo.
 
 
 
 

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