Saperlo è già mezzo traguardo – Fabrizio Cavallaro

Saperlo è già mezzo traguardo - Fabrizio Cavallaro
 
 
 
 
Non rimarcare troppi addii.
Fa’ ch’io e te si immerga
in quel lontano invertebrato
universo che tanto infingi,
dito nella piaga di un pianto
il mio, asciutto che dismetto
ogni singola volta che si
schiude la porta alle tue spalle.
 
 
 
 
Te la racconto così, per rabbia
e finzione, da quel bravo
attore su coperte stracciate,
sul corpo duramente giovane
cosa ha nella testa, nel cuore
nelle dita, e tra le mani
che non sia l’arabesco stellare
della pelle come libro riletto.
 
 
 
 
Ora i rumori si son taciuti,
pure il tonfo della pioggia
sulle strade e sulle foglie.
 
Mi dolgono i pensieri,
feriscono mani e piedi.
 
Desidero chi non c’è,
amo chi non riamare.
 
 
 
 
Mi mancano i boschi tiepidi
i piedi feriti nel cammino
una strada piena d’occhi
con tanto spazio davanti,
quanto ne abbia mai speso
con la fuga in avanti della mente.
Mi manca chi preceda la parola.
 
 
 
 
La fretta nel vestire, ventaglio
delle bellezze sciorinate
come la busta della spesa
sul tavolo di cucina,
sorpresa in curva di luci
nel piovoso metà pomeriggio,
sipario d’una lacoste bianca,
e quel ciuffo da cartoon.
 
 
 
 
La festa a sorpresa fu l’abbandono
delle tue grosse scarpe, la montagna
di capelli, la bocca d’alfabeto
di cui attendevo sempre il giudizio
in parole etichettate in breve,
indole umida del tempo
non concede tregua né pietà,
il tuo sguardo invecchia da solo.
Non siamo o saremo quel che ora
fingiamo di credere e decrittare,
saperlo è già mezzo traguardo.
 
 

Fabrizio Cavallaro, in questi inediti, propone dei testi dallo stile ben misurato e calibrato. Uno stile accorto, che sa magistralmente muoversi dall’ottonario al novenario (per la maggior parte) fino all’endecasillabo con a tratti l’uso del settenario.

Una variazione continua che modula piacevolmente un testo per lo più compatto, aggrumato in minimi elenchi di cose che evocano lo stato emotivo dell’autore. Uno stato che spesso viene dichiarato negativo, come legato a una perdita, a un’assenza.

Vi è continuamente la presenza di un tu a cui ci si riferisce come interlocutore (Te la racconto così, per rabbia / e finzione) o come assente (Desidero chi non c’è, / amo chi non riamare) o come presenza non idealizzata (Non siamo o saremo quel che ora / fingiamo di credere e decrittare, / saperlo è già mezzo traguardo).

Un tu fatto corpo a cui ci si riferisce come corpo (della pelle come libro riletto) dove l’obiettivo del verso altro non è che un fotografare l’istante con tutta la complessità del suo essere istante, istante di corpi, istante subito dai corpi.

Fino all’auspicio, alla ricerca, di un pre-verbale che è anche il pre-poetico e il pre-fotografato del mi manca chi preceda la parola, che inevitabilmente diventa l’istante in quanto tale, l’essere e il vivere il momento.

Una poesia dolorosa ma senza eccessi, misurata, tenue nel raccontare accadimenti apparentemente minimi ma che lasciano profonde ferite nell’io umano, nell’io-corpo. Una poesia che in qualche modo dichiara la consapevolezza delle cose e le modula, le plasma, perché saperlo è già mezzo traguardo.

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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