Restare è un verbo che si impara tardi – Melania Panico

Restare è un verbo che si impara tardi - Melania Panico

 
 
Dentro le cose arrese si tengono i paesaggi
fiumi che si scontrano, aria immobile
e noi che non torneremo più.
Il tempo guarisce col tempo
e non conta andare o chiedere
perché ci siamo trovati soli?
Restare è un verbo che si impara tardi
 
 
 
 
 
 
Gli armadi svuotati, i nostri asili
la fatica di smettere gli abiti
compensare il sangue con le scuse
levare la fiamma alta degli occhi
e ripetere tutto torna tutto torna
e mai come prima
 
 
 
 
 
 
La linea gialla separa il passo dal treno
è il limite della giornata
mi sta insegnando il conto, la strada
ora distribuisco le cose sul tavolo
le enumero – do loro il nome che meritano
ogni blister ha un colore diverso
ma la terapia è sempre la stessa:
rifarsi gli occhi ogni mattina
appartengo alle cose come alla città
che si muove nei vetri
di nuovo le cose si aggrappano al braccio
chiedono conferma del loro esistere
 
 
Melania Panico, Non ero preparata (La Vita Felice ed., 2018)
 
 

In questi testi di Melania Panico particolare rilievo hanno le cose, trasfigurazione e oggettivazione di dinamiche relazionali e interpersonali, ma non solo.

Già nel primo testo si nota come esse siano arrese, in conflitto immediato con un paesaggio che è pero teatro di scontro e testimonia una dinamica continua, che non ammette ritorno.

Il conforto del tempo che passa non basta a rispondere ai dubbi irrisolti – cui di certo i versi non vogliono trovare una soluzione, ma suggeriscono piuttosto una maturazione continua, soprattutto in relazione al mondo circostante.

Restare, allo stesso modo delle cose arrese con cui inizia il testo, o forse proprio dentro le cose arrese, diventa sinonimo di resilienza, di accettazione serena, ma anche della forza di conferire significato, perché alla resa delle cose non può che conseguire la vittoria di chi ne dispone la nominazione, rendendole esistenti.

Nel secondo testo c’è un breve elenco di oggetti, che rappresentano esattamente una dinamica (Gli armadi svuotati su tutti) e in climax viene trasposto a la fiamma alta degli occhi.

Il passaggio e, a questo punto, la connessione tra le cose e chi le riconosce è esplicito.

Allo stesso modo viene ribadito che il flusso del divenire e del tempo non ci restituisce mai gli eventi e le cose, appunto, sempre uguali a sé stesse, ma in costante mutamento, in continuo assorbimento di tutto ciò che accade intorno: tutto torna / e mai come prima.

Da notare inoltre che nel primo testo si dice noi non torneremo più – mentre qui si ripete tutto torna tutto torna / e mai come prima. In qualche modo, è la stessa cosa.

O, forse, è la differenza nodale tra soggetto ed oggetto – che testimonia, per un periodo di tempo appena superiore, la provvisorietà del primo, e l’urgenza di una connessione significativa.

Nel testo finale quanto detto sinora viene confermato: la linea gialla separa il passo dal treno, ed è immediatamente presente un rapporto tra oggetto ed azione, che anzi ne rappresenta una delimitazione anche temporale; da qui le cose diventano fonte di insegnamento, strumento da studiare tramite enumerazione e esplicita nominazione.

La Panico parla di dare loro il nome che meritano, e di certo il criterio di valutazione di tale merito non può che sottintendere l’incertezza di un criterio certo ed affidabile in un procedimento simile e, in fondo, la forza e il potente condizionamento che le cose hanno su chi le osserva.

E infatti si dice poco dopo appartengo alle cose, che di nuovo … si aggrappano al braccio, quasi come un bambino – la relazione con esse, tramite questa personificazione, sfocia in una vivificazione dell’oggettivo, che riempie di esperienza gli oggetti che apparivano come meri testimoni e strumenti del nostro esserci.

Infine le cose chiedono conferma del loro esistere.

Aggiungerei: chiedono (sono ormai vive) di essere nominate, di essere riempite di significato, tramite la vita e lo scorrere del divenire e dell’essere che, loro tramite, e dentro le cose, si compie, e resta come traccia del restare del soggetto, consacrazione di una profonda e significativa connessione con il mondo circostante.

Mario Famularo

 
 
 
 

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