Questa deriva vivo ti divora – Alessandro Salvi

 
 
Qui in questa pagina non vi è disordine,
conosco questo posto a menadito.
L’esigua ombra di una foglia in volo
mi insegna l’ordine del necessario
e un guscio vuoto di lumaca scricchiola
sotto il mio passo,
fermo stato di ansiosa vigilanza.
 
Immobile. Gelato in un istante
sempre sul punto di
 
 
 
 
 
 
Inappagato desiderio il quale
di e se… si nutre, sempre dentro
una città in cui non accade nulla,
l’intruso.
 
Sorridi e con la mano ti fai ombra.
(Questa deriva vivo ti divora.)
 
 
 
 
 
 
(Noi siamo uno spartito perduto
chissà dove nello spazio sidereo
dell’inaudito.)
 
 
(Alessandro Salvi, inediti)
 
 

L’ordine della scrittura, del pensiero che razionalizza le esperienze, le percezioni, le aspirazioni e le contraddizioni della realtà circostante – e il disordine dell’insufficienza, della precarietà, della mancanza del mondo, a cui la parola, appunto, cerca di portare collocazione e riparazione; si può leggere questo, in questi tre brevi inediti di Alessandro Salvi.

Nel primo testo c’è un confronto tra il mondo trasfigurato sulla pagina, dove “non vi è disordine”, e la realtà dei fenomeni che lo ispira (dove presumibilmente deve essercene): è un posto conosciuto e sicuro, e l’ordine “del necessario”, che qui si prova a cristallizzare, è l’insegnamento tratto da “l’esigua ombra di una foglia in volo” e dal “guscio vuoto di lumaca” che va in pezzi “sotto il mio passo” – ordine che dunque si nutre della fragilità e della provvisorietà delle cose del mondo, stati “necessari”, per quanto transitori, che si concentrano in un attimo “immobile”, “gelato in un istante”.

La “vigilanza” dell’osservatore è descritta come uno stato di ricezione costante, uno “stare per agire” che non si traduce mai in azione (agilmente reso dall’interruzione in chiusa: la parola interrotta a raffigurare il gesto che non inizia, ma resta nell’intenzione – nella parola).

Ecco che questo accennato contrasto diventa “inappagato desiderio”, che si nutre di possibilità e di sé stesso, immerso irrequieto “sempre dentro / una città in cui non accade nulla”: è l’aspirazione a diventare fuori luogo, un “intruso”, nella requie abulica dell’ambiente circostante, che si rivela insufficiente, mancante, annullante.

La reazione descritta è un gesto frammisto di ironia e amarezza: un sorriso e un farsi ombra “con la mano”, come a coprire l’evidenza luminosa di quella realtà, per concepirne una “altra”, meno spietata: perché questo ambiente così povero di soddisfazioni, dalle frequenze con picchi bassi o nulli, dove ogni desiderio si consuma inesaudito, è una “deriva” che “vivo ti divora” (e questo spiegherebbe la riparazione nell’ordine della parola, per cercare salvezza e riparazione dal contagio del niente).

E l’immagine dell’ultimo testo, breve, riassume quanto detto in un tentativo di proiezione universale di quel pensiero privato: ognuno di noi è un “ordine della pagina”, “uno spartito”, potenzialmente in grado di essere tradotto in un’esecuzione musicale – fogli sparsi in luoghi remoti e silenziosi (lo “spazio sidereo” è il luogo per eccellenza dove il vuoto cosmico impedisce il propagarsi di onde acustiche), perduti e inascoltati in una vastità indifferente ed estranea.

Che poi queste parole restino inaudite e continuino a smarrirsi nel nulla illimitato e contaminante, o trovino l’occhio curioso di un interprete appassionato e accogliente cadendo erroneamente su qualche pianeta – questo è un altro discorso (anche piuttosto irrilevante per quel che riguarda i testi, in verità), mentre l’autore preferisce opportunamente lasciare la porta aperta alla possibilità, evitando didascalismi.

Mario Famularo

 
 
 
 

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