Quella luce che elenca le cose – Alessandro De Santis

 
 
Torcia
 
Scintillante
in poca luce –
quella luce
che elenca le cose
Furiosamente triste.
 
 
 
 
 
 
Infradito
 
I soliti pensieri
dal mio volto si aprono
Luce bassa sul mare
Cerco pesci smaglianti
puro e indifferente
 
 
 
 
 
 
Libro giallo
 
La regola
dice
che a morire
debba essere
il corpo
Un vettore causa – effetto
e un’arma
nel mezzo
La regola
dice
che a sopravvivere
debba essere
tu.
 
 

(Alessandro De Santis, Mura amiche, Transeuropa, 2019)

 
 

Un silenzioso dialogo con le cose, nella feroce constatazione della loro sopravvivenza ai pensieri, alle sensazioni, alle speculazioni, agli affanni, si intreccia a un tentativo di trarre, dalla loro pace inorganica e – ciò nonostante – traccia residuale del nostro essere nel mondo, una lezione di purezza, quasi di imperturbabilità.

Nelle parole essenziali e scarnificate di Alessandro De Santis questa trasfigurazione nelle “cose”, nobilitate proprio dal rivolgere loro direttamente la parola, senza aspettarsi né ricevere alcuna risposta – se non quella deducibile dalla percezione della loro natura, della loro “funzione” – appare come un lavoro di confronto, da cui è possibile ricavare una sintesi che si traduce in riflessione sull’uomo e sullo stare al mondo.

Il primo testo, ad esempio, descrive la luce fioca di una torcia: ma quest’azione così quotidiana si fa “luce / che elenca le cose” e – attraverso la funzione, appunto, dello strumento umano – si intravede prima di tutto chi la utilizza, costretto a una visione parziale, a una ricerca incessante, quasi alla nevrosi della catalogazione sistematica; all’ “oggetto” tali sentimenti sono del tutto estranei, naturalmente, e in un dettato così essenziale si è costretti a porre in opposizione proprio gli unici soggetti presentati: l’uomo e la “cosa”. E mentre il primo, in chiusa, si rivela “furiosamente triste”, avvinto, sembrerebbe, da un desiderio febbrile e da una malinconia avvolgente, la “torcia” resta “scintillante / in poca luce”.

Nel secondo testo De Santis sembra già avere fatto tesoro della pace delle “cose”: l’apprensione del pensare viene congedata come “i soliti pensieri”, qualcosa di trascurabile, mentre l’attenzione sembra concentrarsi sull’ambiente circostante, sulla “luce bassa sul mare”, dove l’operazione di ricerca, stavolta, vive di uno stato d’animo ben diverso: è “puro e indifferente” – come se quel travaglio furioso, quei sommovimenti dell’animo, fossero qualcosa di cui liberarsi per armonizzarsi all’ambiente naturale, simbolicamente raffigurato in un mare che appare tranquillo, placido, in cui – raggiunta una simile pace dell’animo – è possibile scorgere in trasparenza “pesci smaglianti”.

L’ultimo testo si rivolge a un “libro giallo”, un oggetto che, nella genericità della descrizione, sembrerebbe essere del tutto marginale, secondario; ed è proprio a un oggetto simile che si confida l’intuizione più terribile: “La regola / dice / che a morire / debba essere / il corpo”, mentre la stessa regola riconosce alla “cosa” “che a sopravvivere / debba essere / tu”.

Senza quel titolo, un testo del genere si sarebbe aperto a interpretazioni più ampie – in ogni caso ammissibili – date dall’opposizione “corpo / tu” – con possibili spiragli a ipotesi di sopravvivenza della coscienza oltre la vita. È pur vero che “giallo” potrebbe riferirsi al genere del libro, e a una metafora collegata alle dinamiche di tale narrativa (la presenza di un’ “arma” sembra confermarlo); ma nella lettura proposta, in sinergia con gli altri due testi, è possibile scorgere un dialogo con l’oggetto in quanto tale, che diventa occasione di riflessione sulla propria provvisorietà umana, e sulla propria presenza cosciente, e – allo stesso tempo – consapevolezza della sopravvivenza di ogni traccia lasciata dall’uomo all’uomo stesso.

E attraverso un dettato come quello dell’autore – essenziale e privo di orpelli retorici o didascalici – una realtà del genere appare talmente lampante da essere pervicace, nella sua semplicità, la stessa delle “cose” cui si rivolge – e attraverso le quali è possibile per l’uomo, accogliendone la natura silenziosa e “nuda”, riflettere sulla propria condizione, su ciò che è essenziale, e sul fondamento concreto (ove vi sia) dei propri turbamenti più profondi, per riuscire a resistere ai “soliti pensieri” con spirito pacificato, sereno, “puro e indifferente”.

Mario Famularo

 
 
 
 

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