Pomeriggi perduti – Michele Nigro

Pomeriggi perduti, Michele Nigro (Kolibris 2019).

O diario, o mappa. Tra questi due modi di incasellare la vita, scegliendo se eleggere il tempo come voce narrante o piuttosto stabilire lo spazio come legenda della realtà, tra questi due paradigmi utili per tenere sotto controllo la vastità dei chilometri e la brevità degli attimi, potremmo, per gioco critico o serissima scommessa, classificare gli scrittori e ancor meglio i poeti del nostro recente e ancor contemporaneo novecento: a ben vedere, la maggior parte delle opere di sperimentazione poetica oscillano tra questi due tentativi di incolonnare i mondi e gli io.

Con queste parole Stefano Serri apre e introduce Pomeriggi perduti di Michele Nigro. Un incipit che contestualizza un libro che non appartiene (e dichiaratamente non vuole appartenere) a percorsi definiti (ma oggi esistono?) o tradizioni specifiche, ma nasce e si evolve all’interno di un’onestà individuale, uno sguardo privato non di rado perplesso in riferimento al mondo. Ma Serri, nel suo scritto, ottimamente sottolinea quanto lo sguardo di un poeta non sia il semplice sguardo di un singolo ma una sommatoria nel singolo stesso. Non per nulla torna, alcune righe dopo, a contestualizzare per spiegare l’approccio dell’autore:

Tanta poesia, nei secoli, può essere ripercorsa proprio passando in rassegna i diversi tentativi di sistemazione dell’esistenza, attraverso un criterio privilegiato. Ad esempio, il censimento monologante di Spoon River, il salterio di Rilke, la fonoteca di Zanzotto, le Sacre Rappresentazioni (limpide o barocche) di Testori, il cinegiornale di Pasolini, la collezione di cartoline di Ungaretti, le partiture seriali di Sanguineti: ogni poeta sceglie il suo modo di catalogare, chi l’erbario, chi il registro di classe, oppure la cartella clinica, il decalogo, il ricettario, senza contare i poeti che, da Brecht a Magrelli, hanno usato proprio la parodia di forme e generi per archiviare il secolo e il mondo. In un testo chiave, Décadent, Nigro esplicita con chiarezza i limiti di un simile esercizio.

E poco più avanti (sempre Serri) spiega uno stile che al lettore attento non potrà non ricordare il miglior Piergigli (La densità del vuoto, Samuele Editore 2019) e De Alberti (Dall’interno della specie, Einaudi 2017):

Il linguaggio in Nigro non si fissa su un registro, accogliendo lemmi più che post-moderni (di quelli che ci vuole coraggio ad usare perché tra tre giorni nessuno potrebbe più ricordarli) insieme al più ortodosso e non ancora frusto repertorio lirico, senza sdegnare l’omaggio alla tradizione e a un passato ben riconoscibile, più crepuscolare che modernista. Non mancano, in questi «coaguli di frasi raminghe / che chiami poesie» termini stranieri o neologismi, immersi in un repertorio lessicale più che vario, un vocabolario che ama la precisione, «glabro come un glande», e che, tra “gualchiera” e metoo, arriva, tentando «un nuovo approccio jazz all’esistenza», a voci come aperimorte o informosfera.

Michele Nigro in queste pagine affronta, prima del testo, la vita, restando in bilico tra un passato e un presente privi di definizioni. Ne emerge quindi una serie di scatti fotografici volontariamente sgranati, soffusi, non contestualizzabili. Non è poesia civile (esiste ancora?), non è poesia d’amore (anche quando parla d’amore, più sovente di perdita), non è poesia esistenzialista (nonostante ne affronti, inevitabilmente, i temi). È uno sguardo sul mondo e sulla vita che registra non l’oggettività ma l’interpretazione che ne consegue, che accade. E per farlo Nigro si appella alla metafora madre del libro che fin dal titolo trova una sua esplicitazione. Cos’altro è il pomeriggio se non quel momento/limbo che non è più mattina, non è più alba e risveglio, e non è ancora sera, tramonto o inizio della notte? Il pomeriggio (tra l’altro: perduto) diventa la quotidianità che rifugge la falsificazione, la visione idealizzata e romanticizzata, è un muro grigio che dice la vita che è accaduta.

Nel testo che dona titolo al libro c’è infatti un interessantissimo sottotitolo, molto emblematico: elogio della lontananza. Quella stessa lontananza che Dante colse e usò per vedere il mondo intero dall’alto, con la ben nota valutazione. Una lontananza che diventa critica all’ignoranza umana. Alla “struttura vita” costituita. Passando, come si legge ad esempio nel testo Vox populi, per la critica alle cose accadute nei tempi recenti.

Perché questo è il compito del poeta: osservare, attingere a un’onestà intellettuale e tradurre, raccontare, costituendo uno stile funzionale a quanto osserva. Uno stile, o più stili, come giustamente Nigro sottolinea con il plurale del titolo. Perché la vita è plurale, è frammentata e non segue una narrazione lineare. Ha un contesto, ha un punto d’osservazione, un’irriverenza anche e una nostalgia, ma non un percorso univoco. E la poesia, in questo, altro non può che esprimersi tra l’indifferenza dell’universo. Ma per cosa? Per lasciare le cose come stanno come suggerisce l’autore intitolando l’ultimo testo, appunto, Lasciate le cose come stanno. Non una resa ma una consapevolezza, un disincanto.

Perché la poesia quando viene scritta è già fine a se stessa, se creata e lavorata con onestà intellettuale ha già un significato nel suo stesso esistere. Pur inutile, pur eterno a sua insaputa.

Alessandro Canzian

 
 
 
 
Mi occupi
 
Ignara del tuo futuro esserci
e del dolore
nel guardare altrove,
mi occupi,
posare gli occhi
sul volto simile
di chi non sei tu,
per salvarmi dall’oblio,
gesti ripetuti
sulla pelle di domani
crudele riverbero del noi,
mi occupi,
all’orizzonte, forse
nuove terre per la semina,
eppure, mi occupi sovrana
con truppe di ricordi
e presidi
di sguardi mai spenti.
 
 
 
 
 
 
Vox populi
 
La voce di donna registrata
dell’“è arrivato l’arrotino!”
insiste da un’auto lenta
tra le vie di quartiere,
cerca casalinghe vedette
in vestaglie macchiate di figli
senza più il filo della lama
smussato dal ripetersi
e dalla moda dei metoo.
 
Mi ricorda gli annunci spietati
ma dolcemente femminili
della compagna-operaia
alla popolazione tibetana,
da minacciosi altoparlanti
di propaganda e nuovi sol
le disposizioni dell’invasore,
inesorabili dispacci dal passato
come da un redivivo Esercito
della Repubblica Popolare Cinese.
 
 
 
 
 
 
Per voce sola
 
La falsa posa umile, appartata
un istante prima di ghermire,
poetesse low profile con sguardi
di madonne truccate
sembrano dire
“guardami! guardami!”
e ancora “leggimi! leggimi!”
 
Un canto d’amore
dal suo becco arancio
posato su antenne
d’inezie televisive,
e il cemento di quartiere
le rassegnate tegole
nella quieta provincia
divengono giungla inattesa
rigoglioso bosco per cuori grigi
nel silenzio serale squarciato
da note brillanti, sincere
gorgheggi d’un’anima pennuta
senza spartiti
o glorie studiate.
 
 
 
 
 
 
Pomeriggi perduti
(elogio della lontananza)

 
Spegnete i saperi
elettrici di sera
i confortanti aggeggi
le reti a maglie larghe
delle bugie a colori,
i fogli stampati
destinati all’oblio
a traslochi incartati
con titoli scaduti.
 
Spegnete tutto!
La verità custodita
senza proclami
dal vento d’estate
da nuvole nere
e salvifiche piogge
a mitigare arsure
a decifrare siccità interiori
si poserà come unguento
sulle ferite della mente offesa.
 
Nel silenzio,
prima dei temporali attesi
interrotto da ali sferzanti l’ignoto
i segreti del tempo
oltre questi tempi orfani di senso,
accogliere lezioni eterne
registrare l’universo
ripulendo il segnale dall’io
ritornare vergini alle origini
bambini non ancora istruiti
da civili menzogne.
 
Un sapere antico e umile
dimora nelle forme
nella lontana dimenticanza
nell’aria tempestosa
che smuove le fronde
degli alberi, mute sentinelle
ereditate
nel volo di penne pomeridiane
e piume per cuscini di cielo
nella fede perenne
di boschi scrutanti
il vorticoso costruire di avide mani
senza memoria,
nella lenta saggezza
dei ritorni d’umanità.
 
Catartica astensione dal mondo
dai notiziari dei potenti,
arroccati nel deserto dei Tartari
stiliamo pagine
dedicate al vuoto che
insegna senza dire.
 
Spegnete ogni cosa
superflua e lucente
figlia non voluta
del rumore di fondo della storia,
prima che la città dell’uomo
v’incateni per sempre
alla sua ignoranza.
 
 
 
 
 
 
Frontiera
 
Misterica donna d’estate
dolce conflitto insonne
che appari con l’anima nuda
al crepuscolo dell’amore,
accolta da un calmo stupore
intrecci matasse di parole
su ricordi ancora tiepidi.
 
Calice di vino non bevuto
tra veli strappati di poesia e carne,
intravedo il tuo volto
graffiato dal verso
nel tramonto
di un altro dolore.
 
 
 
 
 
 
Piombo
 
Ricordi? La tivvù passava
Goldrake, Mazinga, Jeeg Robot
esplosioni nucleari aliene
in un Giappone già sconfitto.
Alle scuole medie
disegnavo rifugi
antiatomici colorati e minuziosi
con tutto quel piombo
che dava speranza
al futuro dell’umanità e ai miei
acerbi spermatozoi.
 
Poi i potenti rinsavirono
fu un vortice di firme, strette di mano
crolli, trattati di pace
ipocriti disarmi senza equilibrio.
Crisi d’identità
da oriente a occidente,
cani affamati senza museruola e padroni
abbaiavano nelle notti di provincia.
 
Dove saranno
in quale scatola degli anni ottanta
i miei progetti, odor di matita e gomma
per esorcizzare la paura del caldo nulla
e della morte da poco conosciuta?
 
 
 
 
 
 
Gualchiera
 
Un autoconfino alla Levi
mi gualca l’anima urbana
a colpi di poetici folloni,
lana grezza che si crede
libera e brigante.
 
Nel silenzio naturale
le parole
lette, quando non scritte
come pesanti magli
mossi da acque libraie
plasmano nuovi saperi
addolciscono sconfitte
guariscono tessuti feriti
da indossare.
 
 
 
 
 
 
Lasciate le cose come stanno
 
Coaguli di frasi raminghe
che chiami poesie
si salvano dal feroce controllo
su esistenze scassate
dal suo mettere ordine
con logiche di madre.
 
L’esperienza era dolce
come il noto susseguirsi
delle stagioni
gesti ripetuti e sicuri
tra l’indifferenza dell’universo
uno sguardo istruito
sulle cose di sempre
il disincanto
di chi è pronto
a morire.