POESIA A CONFRONTO – Upupe & upupe

POESIA A CONFRONTO - Upupe & upupe

 
 

POESIA A CONFRONTO – Upupe & upupe
MONTALE, FOSCOLO, PARINI

 
 

A tutti è nota la celebre fotografia in cui Montale e un’upupa impagliata, messi di profilo, si scrutano quasi a volersi confrontare, reciprocamente esplorare e indagare.

La poesia di Montale sull’upupa è di molti anni prima, inclusa nel suo primo lavoro Ossi di seppia, e vuole essere una sorta di atto di difesa verso questo uccello, nella tradizione letteraria associato ad atmosfere gotiche e inquietanti, ribattezzato da Montale “ilare uccello calunniato dai poeti”, e ancora ironicamente “finto gallo”, “aligero folletto”, “nunzio primaverile”: quasi un’apparizione salvifica che consente di arrestare la mola divoratrice del tempo, consegnare un attimo precario di “felicità raggiunta”, vissuto inconsapevolmente nella sua pienezza.

Montale canzona così gran parte della tradizione che lo precede a partire dal Foscolo di “Dei sepolcri” in cui l’upupa appare come uccello malefico che si aggira fra le tombe dimenticate, quasi a contrastare quel poco di pietà che vuole loro riservare la luna con i suoi raggi: siamo in pieno influsso ossianico e neogotico, quello del preromanticismo inglese (vedi Thomas Gray), che in questa sezione dell’ode viene amplificato ad arte, per denunciare l’incuria dell’uomo verso i defunti, in primis quelli illustri meritevoli di ogni onore.

E la scena è proprio riferita alla tomba anonima del Parini che di upupe, gufi, mostri, fuochi fatui popola anche l’incipit de La Notte, una sezione de Il Giorno, quella notte che grazie all’intercessione di Amore, Venere, dei “Genii” del fasto può restituirsi “benigna” al “Giovin Signore”, tutta illuminata dei suoi tesori di “auree cornici”, “cristalli”, specchi, “bianchi omeri e braccia”, “tabacchiere preziose”, “fulgide fibbie ed anella”, che moltiplicano in una giostra del nulla le imprese tutte mondane del Signore, la vacuità aristocratica del suo mondo.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
EUGENIO MONTALE
(da Ossi di Seppia – Gobetti, 1925)
 
Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra l’aereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo s’arresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.
 
 
 
 
UGO FOSCOLO
(da Dei Sepolcri – Officina tipografica Bettoni di Brescia, 1807)
 
[…]
Forse tu fra plebei tumuli guardi
Vagolando, ove dorma il sacro capo
Del tuo Parini? A lui non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D’evirati cantori allettatrice,
Non pietra, non parola; e forse l’ossa
Col mozzo capo gl’insanguina il ladro
Che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
Su le fosse e famelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttuoso
Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obblîate sepolture. 
[…]
 
 
 
 
GIUSEPPE PARINI
(Da La notte – pubblicato postumo nel 1801)
 
Né tu contenderai, benigna Notte,
che il mio giovane illustre io cerchi e guidi
con gli estremi precetti entro al tuo regno.
Già di tenebre involta e di perigli,
sola squallida mesta alto sedevi
su la timida terra. Il debil raggio
de le stelle remote e de’ pianeti,
che nel silenzio camminando vanno,
rompea gli orrori tuoi sol quanto è d’uopo
a sentirli assai più. Terribil ombra
giganteggiando si vedea salire
su per le case e su per l’alte torri
di teschi antiqui seminate al piede.
E upupe e gufi e mostri avversi al sole
svolazzavan per essa; e con ferali
stridi portavan miserandi augùri.
E lievi dal terreno e smorte fiamme
sorgeano in tanto; e quelle smorte fiamme
di su di giù vagavano per l’aere
orribilmente tacito ed opaco;
 
[…]
 
Ma ecco Amore, ecco la madre Venere,
ecco del gioco, ecco del fasto i Genii,
che trionfanti per la notte scorrono,
per la notte, che sacra è al mio signore.
Tutto davanti a lor tutto s’irradia
di nova luce. Le inimiche tenebre
fuggono riversate; e l’ali spandono
sopra i covili, ove le fere e gli uomini
da la fatica condannati dormono.
Stupefatta la Notte intorno vedesi
riverberar più che dinanzi al sole
auree cornici, e di cristalli e spegli
pareti adorne, e vesti varie, e bianchi
omeri e braccia, e pupillette mobili,
e tabacchiere preziose, e fulgide
fibbie ed anella e mille cose e mille.
 
 
 
 

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