POESIA A CONFRONTO: l’era dell’atomo

 
 

POESIA A CONFRONTO: l’era dell’atomo
ZANZOTTO, HIKMET, QUASIMODO

 
 

La possibilità per l’uomo contemporaneo di dominare la forza dell’atomo e controllarla per i più diversi scopi, a partire dall’impiego bellico, è sicuramente una delle acquisizioni tecnologiche che maggiormente hanno inciso sulla nostra civiltà, mettendola in discussione alla radice per la potenziale capacità dell’arma atomica di porre fine a questa stessa civiltà. Anche la poesia non poteva quindi esimersi dal trattare questo tema: qui troviamo tre prospettive diverse di lettura.

Nel capolavoro di Zanzotto ci si concentra sull’uomo, su Eatherly, il pilota incaricato, inconsapevole degli effetti che si sarebbero avuti, di sganciare la prima bomba atomica su Hiroshima. Il dramma personale è specchio del dramma collettivo, della nevrosi (“anancasma”) dell’umanità che ambisce alla distruzione (“morte scolice, morte zecca”), simboleggiata in tutto il suo trauma dall’efficace immagine dello “scricchiolio / dal coccige all’occipite”. Eatherly è l’emblema dell’impossibilità a essere eroe, vittima del proprio dovere: l’unico esito possibile è dover convivere con la propria colpa, in un “indicativo” di paura a cui non ci si può sottrarre.

Hikmet dà invece voce alle vittime, con le parole di una bambina anonima di sette anni, per sempre fossilizzata nei suoi anni, “pugno di cenere” disperso dal vento. È lei a parlare in prima persona (“busso alla porta di tutte le scale”), a lanciare l’appello per un’umanità “più umana”, perché ai bambini spetti solo di vivere serenamente la propria infanzia, perché “possano sempre mangiare lo zucchero”, immagine di disarmante semplicità e densa carica emotiva.

Ancora diversa la prospettiva in Quasimodo dove tutto si gioca su un’allegoria, attraverso la figura di questo contorsionista disumanizzato, che “afferra come un cane / un fazzoletto sporco / con la bocca”, che diventa “ponte scamiciato” e si rivolge al lettore con i suoi “occhi di furetto”. Con un improvviso colpo di scena, con uno stacco logico e semantico, quella chiusa ambigua e spiazzante: “La civiltà dell’atomo è al suo vertice”.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
ANDREA ZANZOTTO
(Da IX Ecloghe – Mondadori – Il Tornasole, 1962)
 
EATHERLY
 
Coi tuoi grumi infantili, la tua nonvolenza,
coi tuoi pensieri pronti all’anancasma,
primo ti sei trovato
dove ci si fa scricchiolio
dal coccige all’occipite.
Superstite, guardi l’umano
(tu, pattern confuso, anticipazione
o paleontologia non terrestre,
tu caso ormai da trattati
non più terrestri)
superstite, sempre,
c’è sempre ancora una scheggia di te.
E ora dovresti fare da santo, da illuminato,
ora dovresti ducĕre, docēre?
Indurre turbe
verso orizzonti di nubi sublimizzanti
-ignee-
verso fondali segni di pellicole?
Ma tu muori ogni giorno, per farti superstite
in una morte scolice, morte zecca.
Duces, docebis; intanto
muori (indicativo) di paura:
sei per questo un eroe.
 
 
 
 
 
 
NAZIM HIKMET
(Da Poesie – Editori Riuniti, 1960)
 
Apritemi sono io…
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.
 
Sono di Hiroshima e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.
Ne avevo sette, allora: anche adesso ne ho sette
perché i bambini morti non diventano grandi.
 
Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.
Un pugno di cenere, quella sono io
poi anche il vento ha disperso la cenere.
 
Apritemi; vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso:
non chiedo neanche lo zucchero, io:
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.
 
Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.
 
 
 
 
 
 
SALVATORE QUASIMODO
(da La terra impareggiabile – Mondadori, 1958)
 
QUASI UN EPIGRAMMA
 
Il contorsionista nel bar, melanconico
e zingaro, si alza di colpo
da un angolo e invita a un rapido
spettacolo. Si toglie la giacca
e nel maglione rosso curva la schiena
a rovescio e afferra come un cane
un fazzoletto sporco
con la bocca. Ripete per due volte
il ponte scamiciato e poi s’inchina
col suo piatto di plastica. Augura
con gli occhi di furetto
un bel colpo alla Sisal e scompare.
La civiltà dell’atomo è al suo vertice.
 
 
 
 

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