POESIA A CONFRONTO – L’amore coniugale

POESIA A CONFRONTO - La sera

 
 

POESIA A CONFRONTO – L’amore coniugale
SABA, CELAN, TRANSTRÖMER, MONTALE

 
 

In questo numero della rubrica mettiamo a confronto come l’amore di coppia è stato celebrato e indagato in poesia da autori dalle sensibilità molto diverse.

Iniziamo con Saba che alla moglie dedica una poesia in cui viene paragonata a diversi animali: “pollastra”, “coniglia”, “giovenca”, “formica”, “cagna”, “rondine”, istituendo similitudini fra le virtù della moglie e le caratteristiche di questi animali. Alcune di queste similitudini potrebbero anche suonare irriverenti o insolite nel contesto di certa poesia d’amore più tradizionale (pensiamo a “pollastra”, “cagna”, “coniglia” ad esempio); Saba ha voluto scrivere una poesia d’amore – è lui a dirlo – come se ne fosse un bambino l’autore, tutta semplicità e immediatezza, una poesia onesta: ciò che conta è sottolineare l’insostituibilità della donna amata, simile “a le femmine di tutti / i sereni animali / che avvicinano a Dio;”, una donna unica che non può essere “nessun’altra donna.”

Di tutt’altra impostazione e stile la poesia di Celan, ricca di simbologia, ellittica, con prevalenza di forme nominali e paratattiche. Il tema affrontato è appunto la scelta del matrimonio con la donna amata, ma tutto è trasfigurato, rappresentato nella forma di una sensualità criptata (“dormiamo come vino nelle conchiglie”, “il raggio sanguigno della luna”), tutta da decifrare, tipica delle “cose oscure” in cui “la bocca fa profezia”. È il “tempo” della scelta a imporsi: la coppia può annunciarsi pubblicamente (“dalla strada ci guardano”), unirsi nel sacro vincolo per continuare insieme la strada tracciata nonostante tutte le vicende tragiche che l’hanno colpita (“la pietra accetti di fiorire”), sapendo che la vita è sempre equilibrio precario fra “papavero e memoria”, oblio e ricordo.

Ricco di simbologie anche il testo di Tranströmer in cui la coppia protagonista (forse amanti, forse sposi – difficile dire) circondata dal conforto di un’oscurità voluta, vive “i movimenti dell’amore” in un albergo che sembra aggettare sul mondo, farsi vivo. I loro pensieri segreti diventano, grazie all’amore, un tutt’uno, come un disegno appena steso, ma tuttavia fragile (“carta umida”) perché il mondo è pronto a violare questa loro intimità (“sono giunte le case”) nell’accerchiamento di “gente dal volto inespressivo”. Le parole sono preziose, le immagini originalissime: indimenticabili.

Il Montale di Xenia è invece molto intimo; sembra di non riconoscerlo a chi ha frequentato bene certe “occasioni” o “La Bufera”. La sua non è “poesia d’inappartenenza”, ci dice: anche lui ha saputo appartenere a colei che lo amava e ha amato. Tutta la poesia gioca sull’ossimoro (“mia” / “tua”; “testuggine” / “fulmine”; “moto” / “stasi”; “forma” / “essenza”; “vuoto” / “pieno”; “sereno” / “nubi”): questi contrasti servono a enfatizzare l’impossibilità a darsi “riposo” per la perdita immedicabile, ribadire con la splendida chiusa che “in uno o in due noi siamo una sola cosa” – forse una delle più belle dichiarazioni d’amore che siano mai state scritte.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
UMBERTO SABA
(Da Poesie, Casa Editrice Italiana, 1911)
 
A MIA MOGLIE
 
Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio,
Così, se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle,
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.
 
Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la tua carne.
se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.
 
Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.
 
Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?
 
Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest’arte.
 
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un’altra primavera.
 
Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l’accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.
 
 
 
 
 
 
PAUL CELAN
(Da Mohn und Gedachtnis (Papavero e memoria) – 1952)
 
CORONA
 
Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde,
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.
 
Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.
 
Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten;
wir sehen uns an, I
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.
 
Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.
Es ist Zeit.
 
 
 
 
CORONA
 
L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.
 
Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.
 
Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.
 
Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
E’ tempo che sia tempo.
 
E’ tempo.
 
 
(traduzione di Giuseppe Bevilacqua in Paul Celan – I Meridiani, Mondadori)
 
 
 
 
 
 
TOMAS TRANSTRÖMER
 
LA COPPIA
 
Spengono la luce ma la sua bianca campana di vetro
Riluce ancora un istante prima di svanire del tutto
Come una pastiglia in un bicchiere di oscurità. Poi si alza.
E le pareti dell’albergo si slanciano nel buio del cielo.
I movimenti dell’amore si esauriscono e loro dormono
Ma i pensieri già segreti si incontrano
Come quando due colori si fondono
Sulla carta umida del disegno di un bimbo.
Buio e silenzio. Ma la città stanotte si è avvicinata.
Con le finestre spente. Sono giunte le case.
Stanno molto vicine nell’attesa affollata,
Di gente dal volto inespressivo.
 
 
(traduzione di Franco Buffoni
da Songs of Spring. Quaderno di traduzioni, Marcos y Marcos 1999)
 
 
 
 
 
 
EUGENIO MONTALE
(Da Xenia – Bellabarba, 1966)
 
I, 14.
 
Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.
 
 
 
 

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