POESIA A CONFRONTO (Laghi): CATULLO, POE, SERENI, PUSTERLA

 
 

POESIA A CONFRONTO (Laghi):
CATULLO, POE, SERENI, PUSTERLA

 
 

In questa selezione di poesie il motivo conduttore è il lago, inteso sia come luogo fisicamente determinato sia come luogo simbolico, affettivo.

Nel caso di Catullo, con cui cominciamo, si tratta del lago di Garda. Il poeta veronese celebra la gioia del ritorno alla propria casa, a Sirmione, gemma e piccolo occhio che scruta il lago, luogo della serenità ritrovata al ritorno da terre straniere, luogo di ricomposizione delle avversità trascorse e subite. È un vero e proprio inno alla gioia quello di Catullo con quel finale in cui si invita al sorriso comune di uomo e natura con quell’ambivalente “cachinnus” che è sia il riso sia il mormorio delle onde (e nella traduzione si è cercato di testimoniare questa polisemia).

Molto più inquieta l’immagine del lago solitario proposta da Poe, all’apparenza amabile nel suo quadro pittoresco di serena solitudine tra rocce e pini, ma in realtà indice di una più intima e segreta inquietudine, capace di rivelarsi solo nell’oscurità della notte con tutto il suo inganno (“poisonous wave”, “fitting grave”): lago che diventa “Eden” (per quanto illusorio) soltanto per chi vi cerca rifugio nel nero di un’anima solitaria e inappagata. Da notare il gioco di parole relativo a “jewelled mine” dove “mine” in inglese è sia “mio” sia “miniera”, gioco intraducibile se non attraverso la formula perifrastica che si è deciso di adottare nella versione qui presentata. Si ringrazia Elena Cattaneo per la consulenza e l’assistenza nella traduzione.

Sempre di un ritorno (presumibilmente a Luino) parla la poesia di Vittorio Sereni nella consapevolezza che il proprio “respiro” è ormai cambiato, incapace di riunirsi a quella schiera compatta e bianca di vele che ritrova sul suo lago ad accoglierlo. Il lago è diventato un “attonito specchio” e si trasforma così in emblema della mancanza, restituito alla sua radice etimologica primigenia, per diventare inesorabilmente “una lacuna del cuore”.

Nella poesia di Fabio Pusterla a dominare è il senso del mistero del cosmo, dell’indicibile, che ha come fulcro questa “casa illuminata” nel nero del cielo e del lago, unica luce e segno di vita che dà corpo a uno spazio ostile, insondabile. Per il resto solo “stelle / non visibili”; l’unico rumore è quello di “vibranti / piccoli pipistrelli”, prima che tutto sia riassorbito nella nebbia, nel silenzio di tutto. Di sempre.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
GAIO VALERIO CATULLO
 
CARMEN XXXI.
 
Paene insularum, Sirmio, insularumque
Ocelle, quascumque in liquentibus stagnis
Marique vasto fert uterque Neptunus,
Quam te libenter quamque laetus inviso,
Vix mi ipse credens Thyniam atque Bithynos
Liquisse campos et videre te in tuto.
O quid solutis est beatius curis,
Cum mens onus reponit, ac peregrino
Labore fessi venimus larem ad nostrum
Desideratoque acquiescimus lecto.
Hoc est, quod unumst pro laboribus tantis.
Salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude:
Gaudete Vosque, o Lydiae lacus undae:
Ridete, quidquid est domi cachinnorum.
 
 
 
 
CARME XXXI.
 
Sirmione, fra tutte le penisole e le isole
piccola gemma, siano esse in laghi limpidi
o nel vasto mare, dove Nettuno ugualmente regna,
quanto torno volentieri e con quanta gioia qui da te,
credendo a fatica di aver lasciato la Tinia e i campi
Bitini e di poterti rivedere, davvero al sicuro!
Oh, che cosa c’è di più felice delle avversità risolte
quando si depone il loro peso dal cuore e stremati
dalla fatica di terre straniere giungiamo finalmente a casa
e ci riposiamo nel nostro letto tanto desiderato!
Questa è una ricompensa unica per risarcire tante fatiche!
Salve, bella Sirmione, sii felice per il tuo signore:
Godete pure voi, onde Lidie del lago,
sorridete con tutto quanto il sorriso
di cui risuona il mormorio delle onde di casa.
 
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
EDGAR ALLAN POE
(Prima versione 1827, qui nell’ultima versione del 1845)
 
THE LAKE
 
In spring of youth it was my lot
To haunt of the wide world a spot
The which I could not love the less –
So lovely was the loneliness
Of a wild lake, with black rock bound,
And the tall pines that towered around.
 
But when the Night had thrown her pall
Upon that spot, as upon all,
And the mystic wind went by
Murmuring in melody –
Then – ah then I would awake
To the terror of the lone lake.
 
Yet that terror was not fright,
But a tremulous delight –
A feeling not the jewelled mine
Could teach or bribe me to define –
Nor Love – although the Love were thine.
 
Death was in that poisonous wave,
And in its gulf a fitting grave
For him who thence could solace bring
To his lone imagining
Whose solitary soul could make
An Eden of that dim lake.
 
 
 
 
IL LAGO
 
Nel fiore degli anni ebbi la sorte
di frequentare, fra i tanti al mondo, un luogo
che non avrei potuto che amare –
così amabile era la solitudine
di quel lago selvaggio, circondato da rocce nere
e pini altissimi che vi svettavano in cerchio
 
ma quando la Notte gettava il suo mantello
funebre su quel luogo, come fa ovunque,
e il vento, mistico, svaniva
mormorando la sua melodia
allora – oh allora, ero solito svegliarmi
con il terrore di quel lago solitario.
 
Eppure quel terrore non era spavento
ma un piacere ambiguo – un sentimento
che neppure l’io più intimo e profondo,
quella mia miniera preziosa –
potrebbe insegnarmi o obbligarmi a definire –
nemmeno l’Amore; fosse anche il tuo, l’amore.
 
C’era la morte in quell’onda velenosa,
e nel suo abisso una tomba preparata
per chi ne volesse trarre conforto
per la sua immaginazione solitaria,
la cui anima prostrata poteva credere
un Eden quel lago oscuro.
 
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
VITTORIO SERENI
(Da Gli strumenti umani – Einaudi, 1965)
 
UN RITORNO
 
Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema
ma pari più non gli era il mio respiro
e non era più un lago ma un attonito
specchio di me una lacuna del cuore.
 
 
 
 
 
 
FABIO PUSTERLA
(Da Folla sommersa, Marcos y Marcos – 2004)
 
CASA ILLUMINATA
 
Dopo, le notti furono fredde e terse. Chi passava
poteva scorgere sull’altra riva una casa
illuminata dall’esterno, e gialla dentro il buio.
Salivano dall’acqua quelle luci,
forse proiettori a pelo di corrente;
era un chiarore inquieto, verticale sui muri,
e dava corpo a tutto il nero attorno, come a una larga
eclissi. C’era il nero del cielo,
quello dei boschi e poi il nero dell’acqua,
anch’essa immobile.
In alto, scie
magnetiche, o dei solchi, forse stelle
non visibili, vibranti
piccoli pipistrelli.
Poi finalmente scese la nebbia sul lago.
 
 
 
 

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