POESIA A CONFRONTO – La città e la folla

POESIA A CONFRONTO – La città e la folla

 
 

POESIA A CONFRONTO – La città e la folla
BAUDELAIRE, POUND, ELIOT, SABA, ROSSI

 
 

La città moderna ha come elemento caratteristico la folla, il coacervo anonimo dei volti che si configurano come massa, unità collettiva di cui la poesia contemporanea prende progressivamente coscienza fino a darle voce compiuta.

Antesignano in tal senso è Baudelaire con i suoi “Tableau Parisiens” che storicizzano in poesia la trasformazione di Parigi nella città moderna che conosciamo: da qui la splendida poesia su “una passante”, questa apparizione improvvisa di una donna con i suoi gesti regali (“main fastueuse”, “avec sa jambe de statue”), la sua dolcezza tempestosa che si scatena “come un lampo”, poi solo notte, buio, a testimoniare l’incontro che non è avvenuto, la possibilità di un amore (“toi que j’eusse aimée “) che non è avvenuto, di un destino che invece (“toi qui le savais “) sarebbe potuto accadere. Ma nella folla si sparisce così, si resta eternamente estranei.

Sempre di apparizione ci parla anche Pound nel suo poema-haiku, genere di per sé già nuovo per la letteratura occidentale e mutuato dalla cultura orientale. Nel buio della metropolitana (“wet, black bough”) si distinguono alcuni volti (“these faces”) nella mischia della folla, come una luce miracolosa che appare, un prodigio intatto (“petals”). Questa poesia concentra in un distico una pregnanza di significato, una incisività di immagini davvero rare, tali da renderla uno straordinario capolavoro.

Di una città infernale, irreale (”Unreal City”) ci parla Eliot, una Londra (“City”) infernale invasa da una folla di morti che camminano, senza futuro (non a caso Eliot cita versi dal Canto III dell’Inferno, quello degli ignavi), che come spettri o automi si aggirano per la città: qui abbiamo tutta la trasposizione simbolica di quella “inutile strage” (Benedetto XV) che fu la Prima Guerra Mondiale, di una civiltà disumanizzata che cerca faticosamente di riprendere il proprio cammino, di restituirsi alla vita, come gli ultimi versi lasciano intendere con quella prospettiva di rinascita (“sprout”, “bloom”) coerentemente con la leggenda del Re Pescatore, fondativa de “La Terra Desolata”. La città è il traslato di questa umanità alla deriva che cerca salvezza dal suo naufragio.

Nella poesia di Saba, la sua “città vecchia”, la Trieste di fine impero, in cui “merci ed uomini” sono entrambi “il detrito / di un gran porto di mare”, con le sue vie anguste e oscure, è il ricettacolo di una variegata umanità di semplici e diseredati, ma figure che sono “tutte creature della vita / e del dolore”. La pietas sabiana riesce a scorgervi “l’infinito / nell’umiltà”, a riunirsi idealmente con questa schiera di umili, lui che scopre “il [suo] pensiero farsi / più puro dove più turpe è la via.” La folla è restituita alla sua umanità grazie alla compassione, al dono di sentirsi tutti accomunati nel mistero della vita.

Infine proponiamo una selezione di poesie, tutte quartine, di Tiziano Rossi dal suo “Gente di corsa”, che bene rappresenta la frenesia che caratterizza la società del nuovo millennio: nemmeno i bambini e gli anziani possono sottrarsi dall’ansia del fare, del produrre, del concludere. Il bambino B. che gioca a pallone, “impara come dirigere il piede”, come farsi strada nel mondo; lo scolaretto O., già piccolo gendarme del mondo, ha già “centrifugo […] il suo cuore; e di già arso”, come un fiammifero qualunque; il buon Signor Relondi è tutto assorbito dalla sua smania di informarsi “per dileguarsi almeno gravido del mondo”, parteciparvi purché sia. Tutte identità chiuse nella loro solitudine, immerse nella fretta del mondo, schegge disseminate in una folla senza nome.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
CHARLES BAUDELAIRE
(Da Les fleurs du mal – Michel Lévy Frères, Libraires éditeurs, 1868)
 
CXVII. À UNE PASSANTE
 
La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet;
 
Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.
 
Un éclair… puis la nuit ! — Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?
 
Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
Ô toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !
 
 
 
 
CXVII. A UNA PASSANTE
 
La via assordante vociava tutta attorno.
Alta, esile, vestita a lutto, maestosa
nel suo dolore, passò una donna, sollevando
con mano regale il pizzo e l’orlo della gonna,
agile e nobile, con la sua gamba statuaria.
Io, teso come un forsennato, nel suo occhio,
cielo livido dove cova l’uragano, mi bevevo
la dolcezza che ammalia e il piacere che uccide.
 
Un lampo… poi la notte! – Bellezza fuggitiva
dallo sguardo che mi ha fatto rinascere all’improvviso,
non ti rivedrò mai più se non nell’eternità?
Altrove, ben lontano da qui! Troppo tardi! Forse mai!
Perché ignoro dove fuggi, e tu non sai dove vado,
te che avrei amata, te che già lo sapevi!
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
EZRA POUND
(Da Lustra – 1917)
 
IN A STATION OF THE METRO
 
The apparition of these faces in the crowd:
Petals on a wet, black bough.
 
 
 
 
IN UNA STAZIONE DELLA METRO
 
Queste facce apparse tra la folla:
Petali su un ramo fradicio, nero.
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
THOMAS STEARNS ELIOT
(Da The Waste Land – New York, Horace Liveright, 1922)
 
I. THE BURIAL OF THE DEAD (vv.60-75)
 
Unreal City,
Under the brown fog of a winter dawn,
A crowd flowed over London Bridge, so many,
I had not thought death had undone so many.
Sighs, short and infrequent, were exhaled,
And each man fixed his eyes before his feet.
Flowed up the hill and down King William Street,
To where Saint Mary Woolnoth kept the hours
With a dead sound on the final stroke of nine.
There I saw one I knew, and stopped him, crying: “Stetson!
You who were with me in the ships at Mylae!
That corpse you planted last year in your garden,
Has it begun to sprout? Will it bloom this year?
Or has the sudden frost disturbed its bed?
Oh keep the Dog far hence, that’s friend to men,
Or with his nails he’ll dig it up again!
You! hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère!”
 
 
 
 
I. LA SEPOLTURA DEI MORTI (vv.60-75)
 
Città irreale,
nella nebbia opaca di un’alba d’inverno,
una folla sciamava su London Bridge, tanti,
non pensavo che la morte ne avesse disfatti tanti.
Sospiri, brevi e irregolari, esalati appena
e ogni uomo teneva gli occhi fissi davanti ai piedi,
sciamavano su per la collina e lungo King William Street,
dove Saint Mary Woolnoth batteva le ore
con un suono lugubre sull’ultimo rintocco delle nove.
Là vidi uno che conoscevo, e lo fermai, gridando: “Stetson!
Tu che eri con me sulle navi a Mylae!
Quella salma che piantasti l’anno scorso nel tuo giardino
ha iniziato a buttare? Fiorirà quest’anno?
O il gelo improvviso ha disturbato il suo sonno?
Oh tienigli ben lontano il Cane, quell’amico degli uomini,
o con le sue unghie lo dissotterrerà di nuovo!
Tu! hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère!”
 
(traduzione di Fabrizio Bregoli)
 
 
 
 
 
 
UMBERTO SABA
(Da Trieste e una donna (1910-1912) – poi in Canzoniere – Einaudi, 1947)
 
CITTÀ VECCHIA
 
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
 
Qui tra la gente che viene che va
dall’osteria alla casa o al lupanare
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore.
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
 
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via.
 
 
 
 
 
 
TIZIANO ROSSI
(Da Gente di corsa – Garzanti, 2000)
 
(BAMBINO B.)
 
Rincorre il pallone, l’intero creato,
impara come dirigere il piede,
quello strapotere delle inerzie,
i rimbalzi di un mondo che succede.
 
 
 
 
(BAMBINO O.)
 
Rovista lo zainetto, interne masserizie,
detriti di tram, foglietti in sofferenza
ed un fiammifero: tesoro scarso
centrifugo come il suo cuore; e di già arso.
 
 
 
 
(SIGNOR RELONDI)
 
Vuole capire questo metamorfosare,
s’intestardisce sui giornali e la politica
e beve la tivù, meditabondo,
per dileguarsi almeno gravido del mondo.
 
 
 
 

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