POESIA A CONFRONTO: Gabbiani

foto di Dino Ignani

 
 

POESIA A CONFRONTO: Gabbiani
PASCOLI, CARDARELLI, LUZI, MAGRELLI

 
 

Gabbiani e tramonti sono da sempre compagni della poesia, tanto da essere nell’immaginario di molti lettori, per lo più legati a stereotipi della tradizione, elementi identificativi della poesia propriamente detta. A partire dalle avanguardie storiche, e a voler ben vedere anche da prima, inizia la lotta al cosiddetto “poetese” (Sanguineti), lotta che non può se non prendere di mira i gabbiani come bersaglio privilegiato.

Eppure vantiamo nella nostra tradizione letteraria poesie eccezionali che vedono la presenza dei nostri amici alati, come nel caso di “Temporale” di Pascoli, in cui l’autore, servendosi di un’elegantissima e preziosa analogia, accosta quel casolare sperduto “nel nero di pece” proprio a “un’ala di gabbiano”, immagine tanto incisiva da rimanere per sempre nella mente del lettore.
Cardarelli, in piena coerenza con il neoclassicismo de “La Ronda”, nella poesia che dai “Gabbiani” prende il titolo, propone una dizione nitida in cui l’assoluta compostezza formale è fondata sulla similitudine uomo (Cardarelli) – gabbiano. Ne esce il ritratto di un’esistenza inquieta, “in perpetuo volo”, capace solo di sfiorare la vita senza poterla mai davvero cogliere: “la gran quiete marina” tanto desiderata è solo un’aspettativa negata dalla consapevolezza di vivere “balenando in burrasca”.

Non è immune da un riferimento ai gabbiani neppure Luzi, in una poesia densa, composta da tre strofe con una precisa impostazione metrica: la prima strofa con un unico verso che riprende il titolo nella forma di un ottonario con accenti irregolari (seconda, quarta, settima), le altre strofe terzine di endecasillabi con rima fra il primo e il terzo verso. Il quadro a cui qui assistiamo è notturno e fortemente simbolico, è il ritratto di un’umanità rappresentata come “file d’anime lungo la cornice” alla ricerca di un senso, di “un segno di vita” sul “mare” indistinto dell’essere, che diventa una pagina, materiale su cui l’uomo scrive la propria storia. L’atmosfera è purgatoriale (ci sono riferimenti danteschi come confermato anche dall’uso delle terzine) ed è illuminata da brevi e inquieti segni di speranza o redenzione: “Raramente qualche gabbiano appare”.

Magrelli, invece, ha deciso da anni di intraprendere una battaglia per l’abolizione di “gabbiani e tramonti” dalla poesia contemporanea (vedi anche “Che cos’è la poesia? La poesia raccontata ai ragazzi in ventuno voci” – Sossella, 2005): non sorprende quindi che siano i gabbiani a procedere a un atto di ritorsione nei suoi confronti. I suoi gabbiani sono definitivamente sliricizzati, divoratori di immondizia, “l’unica pianta che cresce in città”, piombano “dall’alto dei loro tramonti” a vendicarsi del poeta, sono “zombie” che assediano le nostre case, dimostrando, con Montale, che “la poesia e la fogna” sono problemi strettamente connessi.

Fabrizio Bregoli

 
 
 
 
GIOVANNI PASCOLI
(Da Myricae – Terza Edizione, 1893)
 
TEMPORALE
 
Un bubbolìo lontano…
 
Rosseggia l’orizzonte,
come affocato, a mare:
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.
 
 
 
 
 
 
VINCENZO CARDARELLI
(Da Poesie – Mondadori 1942)
 
GABBIANI
 
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.
 
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
 
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
 
 
 
 
 
 
MARIO LUZI
(Da Onore del vero – Neri Pozza, 1957)
 
LA NOTTE LAVA LA MENTE
 
La notte lava la mente.
 
Poco dopo si è qui come sai bene,
file d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
 
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.
 
 
 
 
 
 
VALERIO MAGRELLI
(Inedito pubblicato sul blog “Le parole e le coseLe parole e le cose”)
 
GABBIANI, DUNQUE
 

La poesia e la fogna, due problemi mai disgiunti
E. Montale

Ho fatto male a dirne tanto male
e per questo si vendicano.
Scesi dall’alto dei loro tramonti
vengono a pascolare davanti al mio portone.
 
Mangiano l’immondizia
l’unica pianta che cresce in città,
nella nostra città,
un rampicante che cresce già morto
e adesso nutre il popolo dei cieli.
 
Prendevo in giro il Kitsch:
mi ritrovo gli zombie sotto casa.
 
 
 
 

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