Più probabile che non – Chiara Evangelista


Più probabile che non - Chiara Evangelista

Più probabile che non, Chiara Evangelista (I Quaderni del Bardo Edizioni, 2019, prefazione di Tomaso Kemeny, postfazione di Donato Di Poce).

Tomaso Kemeny, nella sua intelligente prefazione a Più probabile che non di Chiara Evangelista, sottolinea due concetti particolarmente importanti:

Si tratta di una scrittura che si rifiuta alla noia. Prima di sottoporre alla lente di ingrandimento il lavoro originalissimo di Evangelista, mi pare necessario citare dei precorritori italiani come Ersilia Zamponi, nelle cui filastrocche si assiste a “scarti” basati sulla trasfigurazione di una parola in un’altra per il solo mutamento di una lettera o di una sillaba. […] Penso che in questo libro si assista alla messa in parodia del rapporto tra il linguaggio e la verità.

Gli fa eco in postfazione l’ottimo Donato Di Poce:

Chiara va oltre l’ascolto e il dialogo con i segni e le parole, la sua texture poematica riesce a banchettare con le parole, riesce a vocalizzare sensi e sentimenti, a decostruire l’impossibile per dare un nuovo senso alle cose, alla parola e alla poesia. Raramente nella poesia d’oggi assistiamo a una tale clownerie linguistica che esce fuori dagli schemi e dalle regole per esprimere se stessa e, come scrive Chiara, “Non gioco ai giochi di ruolo”.

Chiara Evangelista è una ragazza salentina che vive da alcuni anni a Milano. Giovanissima, di quella gioventù dilagante che spesso porta a gridare al caso poetico secondo direttive che quasi costantemente prediligono il colpo inferto della parola, la dissacrazione con un non so che di doloroso, amareggiato, pseudo o post reale che dir si voglia, se non melenso all’uopo. Provocando, come già ho detto in questo spazio di Laboratori Poesia, al lettore un poco più avveduto il dubbio di una moda letteraria molto più simile a uno stampino facile da usare che a una vera e propria corrente letteraria.

Chiara si discosta da questo percorso nettamente, senza grandi colpi di spugna o dichiarazioni di poetica deflagranti, ma giocando lievemente con le parole. Su di lei già nel 2017 Nicola Vacca scriveva:

Il suo rapporto con il verso è da subito orientato verso la chiarezza. Quello che mi piace della sua poesia è aver scelto immediatamente l’essenzialità. […] Chiara Evangelista si insinua tra le cose di mezzo dell’esistenza e sceglie la poesia come codice comunicativo per raccontare il suo tempo di fare, disfare e pensare, per colmare tutti quei vuoti immanenti con cui ogni giorno abbiamo a che fare […] La poesia di Chiara Evangelista è tentativo chiaro di rovistare tra le rovine del nostro tempo e annotare gli smarrimenti che coincidono con i ritrovamenti.

Il libro si apre con un testo molto semplice, diretto, eppure fortemente incisivo:

 
Il talco sulla cenere
 
Ho scritto nel quarto d’ora accademico
per vivere il mio quarto d’ora granata.
Per me la poesia sarà sempre
il talco sulla cenere.
 

Chiara non si affida a un’abilità tecnicistica della parola ma gode di un approccio particolarmente vero, o facendo riferimento a buona parte dei suoi contemporanei particolarmente non finto (non tutti ovviamente, si pensi ad esempio alla migliore Roberta Durante che, in qualche modo, ha affinità con questa tipologia di verso). La struttura del libro si delinea immediatamente chiara e precisa. Già al secondo testo, dopo un tentativo di definire la propria poesia, fa indirettamente riferimento al titolo non nel contenuto ma nella sua forma tronca (Più probabile che non):
 
Tanto per cominciare
 
                      Tanto per cominciare
non tanto per
ma tanto
per un
per
 

Nel gioco delle parole emerge che l’elemento fondamentale in Tanto per cominciare è la preposizione per, così come nel titolo Più probabile che non possiamo intuire che l’elemento fondamentale sia il non. Seguendo il ragionamento Più probabile che non appare come il secondo verso ipotetico di un verso più completo (così come non tanto per era il secondo verso di tanto per cominciare) dove l’elemento centrale e portante è il non. Non a caso troviamo, nella nella terza poesia della raccolta, il titolo Non m’abituerò:

 

Non m’abituerò
 
Non m’abituerò ad abiurare un’idea
se indossa l’abito in cui abito.
Non m’abituerò ad abdicare l’habitat ambito
per un abitacolo abituale.
Non m’abituerò all’ablazione
ma all’abrasione.
Non m’abituerò ad abboccare ad un’abbreviazione
per non abbracciare un abbozzo.
Non m’abituerò ad abbuiare le mie abilità.
Non m’abituerò all’abisso.

 

Possiamo quindi immaginare che il titolo completo (e non detto) sia stato Più probabile che non m’abituerò. Che rappresenta, a tutti gli effetti, la tematica di fondo del libro.

Chiara Evangelista vive a Milano dove studia Giurisprudenza. La formula Più probabile che non rappresenta (me lo dice Chiara stessa) uno standard probatorio del processo civile. Ne deriva, a fronte di questa informazione, un uso del linguaggio giurisprudenziale all’interno della pagina poetica come sintomo di quell’approccio particolarmente vero di cui poc’anzi accennavo. E che, fra i vari testi, non di rado fa capolino:

 
L’amore sarà sempre una
proposizione concessiva

e mai prescrittiva.
 
 
[…]
 
 
E se nel registro dei beni innamorati
siamo in iscrizione,
questo amore non cadrà
in prescrizione!
 
 
[…]
 
 
Me ne vergogno ma
ho dato in usufrutto un sogno.
Anche se ne ho la nuda proprietà
a me non ne basta la metà.
Ora ci credo anch’io
in quel che
per diritto è mio.
 
 
[…]
 
 
Intelligenti pauca.
A poco a poco ho la voce rauca
nello sperare che qualcuno traduca
quanto trasuda
da questa mano cruda.

 

Chiara, in tale uso traslato di un linguaggio specifico (più che una contaminazione), indica il bisogno d’avere punti fermi, probabilità di certezze impossibili alla sua età, ma sentite come necessarie. Alle quali risponde con un Non m’abituerò. D’altronde Chiara lo indica nella poesia esaminata prima (Non m’abituerò) apparentemente citando il titolo (Più probabile che non):

 

Non m’abituerò ad abboccare ad un’abbreviazione
per non abbracciare un abbozzo

 

Tale forma di giovanile insicurezza, esigenza di certezza, apparentemente può portare a uno stato di drammaticità, di precarietà percepita, se non proprio di destabilizzazione. E fra i testi non mancano i riferimenti:

 

Non m’abituerò all’abisso.
 
 
[…]
 
 
Avrai una donna con le occhiaie,
autobiografie di battaglie
vissute tra le rime delle palpebre
e profondissime tenebre.
 
 
[…]
 
 
Ma gocce d’acqua fuggiasche
dalle vasche
bruciano sulle guance.
È la fragile arte di piangere.

 

Come gestire questa paura? Questo stato più che comprensibile? Come bene sottolinea Kemeny agendo sul linguaggio e la sua forma, la sua musicalità. Riprendendo per un istante il testo Non m’abituerò non possiamo non notare la fortissima allitterazione sull b:

 

Non m’abituerò ad abiurare un’idea
se indossa l’abito in cui abito.
Non m’abituerò ad abdicare l’habitat ambito
per un abitacolo abituale.
Non m’abituerò all’ablazione
ma all’abrasione.
Non m’abituerò ad abboccare ad un’abbreviazione
per non abbracciare un abbozzo.
Non m’abituerò ad abbuiare le mie abilità.
Non m’abituerò all’abisso.

 

Allitterazioni che ritroviamo anche nei testi seguenti:

 

Chichiri… che!
 
Non so chi ero
so che ero.
Non so che sono
so chi sono.
 
 
 
 
The show must go on
 
La testa va in stand-by
quando sei stand by me.
Step by step
senza stop
a passi di tip tap
su tocchi di tic tac
il coraggio fa toc toc.
So the show must go on
al suon del gong.

 

Una delle possibili soluzioni diventa appunto la plasticità del linguaggio, la possibilità (e qui parliamo di una cosa certa che si oppone all’incertezza della vita) di giocare con le parole. Di agire, cioè, contro l’ipotesi di un passivo subire la vita.

Fino ad arrivare al testo conclusivo della raccolta che emblematicamente si intitola Intelligenti pauca (titolo che tra l’altro sarà anche il nome di un ciclo di incontri letterari milanesi focalizzato su tematiche specifiche, organizzato da Chiara Evangelista e Alessandro Canzian per I quaderni del Bardo Edizioni e Samuele Editore):

 

Intelligenti pauca
 
Intelligenti pauca.
A poco a poco ho la voce rauca
nello sperare che qualcuno traduca
quanto trasuda
da questa mano cruda.
Intelligenti pauca.
A poco a poco ho la voce rauca
nel gridare quanto mi seduca
una parola nuda che difendo da
barracuda.
Intelligenti pauca.
A poco a poco ho la voce rauca
nello spiegare che se non mi trovate
sono nel Triangolo delle Bermuda.

 

Intelligenti pauca è una formula latina che significa a chi capisce basta poco ed è utilizzata per indurre a comprendere le conclusioni di un ragionamento volutamente omesse da chi parla (si ricordi il gioco del titolo Più probabile che non e le dichiarazione del testo Non m’abituerò), ma che si sono lasciate trasparire.

In questo modo si conclude un libro di non detti nascosti nei giochi delle parole. Senza colpi, immagini eclatanti, shock. Perché la poesia di Chiara Evangelista è un maneggiare pacato e soffuso le paure della vita con l’appiglio del (parafraso il messaggio di fondo del libro) se agita nei suoi suoni e dettati, forse la vita fa meno paura.

La vita non cambierà di certo, ed è la vita di una ragazza giovanissima che si apre a un mondo precario, sempre sull’orlo di un baratro reale o virtuale, concreto o sbandierato. Ma che nei versi trova un suo significato e una sua forma altra. Migliore? Più vera? Forse solo più leggera, più chiara. Come il talco sulla cenere.

 

Alessandro Canzian

 
 

Chiara Evangelista

Studio per la locandina di INTELLIGENTI PAUCA – Milano 2019/2020


 
 

Alcuni testi tratti da Più probabile che non

 
 

La forza di uno starnuto
 
Nel morire vorrei avere l’impeto di uno starnuto
tirare il muco nel ricordo muto
di ciò che ho vissuto.
Raschiare il catarro
rimuginare su ogni discutibile sbaglio.
Espellere ogni rimproverabile influenza
soffiare una biodegradabile esistenza,
cestinabile nella raccolta…
Della carta.
 
 
 
 
 
 
I luoghi comuni
 
Vi comunico che io non sono un
luogo comune
perché sono fuori luogo
nel comune giogo.
Non gioco ai giochi di ruolo.
 
 
 
 
 
 
Amore in prescrizione
 
Il medico sul foglio un amore vero ha prescritto
ma in fondo era già tutto scritto.
Se il cuor detta legge,
la legge prescrive un’eccezione.
E se nel registro dei beni innamorati
siamo in iscrizione,
questo amore non cadrà
in prescrizione!
 
 
 
 
 
 
Pardon, ami?
 
Perdonami ma non mi perdo
nelle tue mani perché,
se non mi ami,
donami il mio domani.
Pardon, ami?
Perdonami.
 
 
 
 
 
 
Bottiglia o bicchiere?
 
La vita è come la si sceglie di bere:
dalla bottiglia o dal bicchiere?
 
 
 
 
 
 
A rime obbligate
 
A rime obbligate?
Lasciatemi fare.
Al testo aggiungo un verso
sommerso dal contesto di rigetto
e mi getto in un altro capoverso.
A rime obbligate?
Lasciate che risponda per le rime
sulle mire centrate e mancate.