Pillola di Poesia: Alfredo Giuliani

Foto di Dino Ignani

 
 

Quando ho letto questa poesia di Alfredo Giuliani nella raccolta I novissimi (Giulio Einaudi Editore) il senso del lutto seguiva liturgie ben precise. C’era la veglia, il cibo portato dai vicini, le candele accese e la bara con sopra il velo e la possibilità di un ultimo dialogo intimo e silenzioso con il morto. Questa forma di comunicazione era interrotta dall’arrivo degli operatori delle pompe funebri. Con la chiusura della bara c’è l’unico lampo che nel buio della sofferenza più acuta inevitabilmente e implacabilmente si manifesta. Questo dialogo che si interrompe è tutto nell’immagine della fiamma ossidrica che, pur con la sua brutalità, ci rende consapevoli che la dimensione del corpo evapora. Sparisce e non esisterà mai più. C’è poi l’inevitabile rito del cimitero ad affrancare la parte spirituale dei congiunti.

Mi è inevitabile pensare a tutti coloro i quali, in questo periodo, non hanno avuto “degna sepoltura” e ai parenti e amici delle salme ai quali non è stata offerta una modalità necessaria all’elaborazione del lutto. C’è però da dire che con il corpo non si dissolve la profondità dei sentimenti e non spariscono di certo i ricordi. Il rapporto poi rimane e rimarrà sempre nei gesti quotidiani, anche in questo periodo Covid, anche se alcuni un po’ stravolti per necessità. Ecco spero che la lettura di questa poesia e le mie considerazioni possano essere di conforto a tutti coloro i quali non hanno potuto vivere il lutto e condividerlo con i propri cari.

A loro dedico questa nota di lettura e le considerazioni fatte con un sentimento di vicinanza forte e sostegno e bene.

Ilaria Grasso

 
 
 
 
In debito di una morte famigliare
 
Chi guarda per essere guardato vede
un viso cieco. Le mura s’affrettano
a scantonare dove il gatto vomita e
divora senza vergogna. Ma non sanno
 
le mie nazioni, i cortili, in vetta
alle cuspidi lo stormire che le ali
fanno delle serrature per aprire o
quando di narcisi giù sulle quattro
 
candele mattutine grondano i cerei
ghiacci. Versiamo pure i cari debiti
nella cassa comune, e come si finisce
per amare tutto della sofferenza.
 
Chi dagli occhi ripiega le ali, tra
non molto dovrà strisciare; e almeno
calpestare scheletri di brina, noia,
descrivere in memorie le due eoliche
 
che accumulano i fianchi sottovento,
non le ceneri sciolte fotografare.
 
Guardano le cuspidi la spuma: urla,
abbranca i garretti del mare. Il
 
sapore del gatto, quando le ombre
sul batticuore passarono la fiamma
ossidrica. E ricordati di gettare
una fronda di polvere sullo spettro
 
dell’aria umida. Poi esplodono i fori,
la chiave sventra l’azzurra lapide.
 
 
 
 

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