Pillola di Mario Benedetti

foto di Dino Ignani

 
 

Per ricordare Mario Benedetti ho scelto questi versi pubblicati a settembre del 2013 nel libro Tersa morte. Sono particolarmente attuali e perfetti per ciò che stiamo vivendo ora. Incredibile la lucidità che emana questa poesia e quanto abbia da dire. Ci sono i cani (e i loro padroni infetti), gli ospedali colmi, la comunicazione possibile solo tramite telefoni e similia. Insomma non manca proprio nulla. Anche la stanchezza di un vivere una vita diversa rispetto alla quale eravamo abituati.

Ma molti di noi si portavano dietro già una stanchezza che va ben oltre l’oggi e la possibilità di essere contagiati. E questa stanchezza di vivere non è solo una questione individuale ma collettiva che si perpetua nell’eccesso di competitività, nella nevrotica e obbligata prospettiva esistenziale che il capitalismo ci ha imposto, nella corruzione dilagante che sembra quasi impossibile arginare o sopprimere e tutta una serie di cose che ben ha teorizzato Byung-Chul Han all’interno del saggio La società della stanchezza.

Ora Mario Benedetti è nell’eterno riposo e ci consoli che a lui è stata data l’opportunità di una quiescenza del corpo. Sull’anima, ognuno rispetto alle proprie credenze e sensibilità troverà una motivazione. Benedetti ci ha lasciato versi bellissimi e profondi, come questi che vi propongo in lettura, e lungimiranti come solo un vero poeta è in grado di fare.

Ciao Mario!

Ilaria Grasso

 
 
 
 
Il mio nome ha sbagliato a credere nella continuità
commossa, i suoi luoghi intimi antichi, la mia storia.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Gli ospedali non hanno corsie. Dal cimitero dei cani
vicino alla discarica di Limbiate escono i morti al guinzaglio.
Non si addensa nulla, si disperde al telefono il mio petto.
Le parole hanno fatto il loro corso.
Sei solo stanco, ripete una voce qualunque.
 

Da Tersa morte, 2013

 
 
 
 


 
 
 
 

La foto che abbiamo scelto come copertina di questa prima Pillola di Poesia di Ilaria Grasso (che saluto e le do la benvenuta nel gruppo di redazione, o meglio nella famiglia, di Laboratori Poesia), mi è molto cara. Perché rappresenta il momento in cui ho incontrato il poeta Mario Benedetti, e ho conosciuto quello che sarebbe diventato di lì a poco un amico carissimo, Dino Ignani. Ero a Roma invitato da Vincenzo Mascolo e Carla Caiafa a un’edizione di Ritratti di Poesia e Dino è entrato nella zona dove c’erano i libri Samuele Editore in esposizione e si è messo a fare diversi scatti a Mario per il suo famosissimo archivio. Pochi minuti dopo avrei fatto alcuni scatti, immeritatamente, anch’io.

Eravamo lì in quella piccola stanzetta in quattro: uno dei più grandi poeti viventi, uno dei più grandi fotografi dedicatosi ai poeti, io che ero un signor nessuno e la poetessa e artista Tiziana Cera Rosco (in veste anche di Editrice, in quel caso, per la Bucefalo Editrice). Era il 2014, in quell’edizione c’erano anche Nguyen Chi-Trung (poi pubblicato dalla Samuele Editore), l’ottima poetessa che sarebbe diventata una cara amica, Zingonia Zingone, Gianmario Villalta, Pierluigi Cappello in video conferenza, Yang Lian, Adam Zagajewski (tra gli altri).

Di Mario avevo già recensito Tersa morte (qui, Mondadori 2013) e di lì a poco avrei recensito Borgo con locanda (qui, dell’ottima quanto piccola casa editrice La Barca di Babele, diretta da Pierluigi Cappello, 2000, con prefazione di Gian Mario Villalta). L’intervento di Mario sulla morte, a Ritratti, era stato fulminante, illuminante, e ne ero rimasto affascinato. Dopo di lui avrebbe parlato Zagajewski.

La sera poi siamo andati tutti a cena, come tradizione per Ritratti di Poesia, e ricordo un momento in cui mi sono fermato fuori a parlare con lui. Poche parole, un bicchiere di vino. Mario era ed appariva un grande poeta senza bisogno di dirlo, di dimostrarlo. E questo ci deve insegnare molto.

Mario Benedetti oggi ci insegna che un poeta è grande quando vive a fondo il suo essere uomo. Con tutti i pregi e i difetti dell’essere uomo. Ci insegna che non servono applausi, non servono piccole combriccole autocelebrative, non serve convincere gli altri che siamo poeti. Serve la vita, la vita che pensa d’essere vissuta e non mostrata. La vita che impara ed è.

Grazie Mario Benedetti

Alessandro Canzian

 
 
 
 

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