Pietro Romano

Pietro Romano

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Michele Paoletti intervista Pietro Romano

 
 

Pietro Romano (Palermo, 1994) dopo essersi diplomato al Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Palermo, frequenta il corso di Laurea in Lettere della sua città laureandosi con una tesi dal titolo Le due anime di Giuliana Saladino: fra giornalismo e letteratura. La sua prima raccolta di poesie è Il sentimento dell’esserci (Rupe mutevole, 2015) a cui segue Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018). Suoi scritti compaiono su diverse riviste e antologie.

 
 

Come nascono le tue poesie?

Di solito, di sera, in silenzio, su un taccuino o più spesso, specie nell’ultimo periodo, fra le note del cellulare. Qualcosa mi punge, fa male. In solitudine raccolgo voci e suoni di chi o cosa ha preso dimora in me. Mi radico nell’istante presente. Ascolto. Mi domando cosa sia questo ascoltare, da dove provenga. Il silenzio intorno risuona di un andare oltre, di un trapassare. A volte, ho provato a figurarmi da morto. Sono attimi in cui la mia vitalità dà forma a un terribile spaesamento, che poi cerco di condensare in versi. Getto giù alcune righe, le rileggo fra me e me, poi ad alta voce per farle vibrare o per farle morire. Ad alcuni versi torno più e più volte, per cesellarli e riadattarli secondo una musicalità connessa a questo mio sentire.

 

Cosa pensi del rapporto tra poesia e strumenti social? Pensi siano possibili delle sinergie positive?

Credo che risponda a un pregiudizio diffuso l’inconciliabilità fra la poesia e gli strumenti social. Oggi molti stimati poeti adoperano Facebook e Instagram. Altri, miei coetanei, fanno uso dei social per farsi leggere e conoscere. Penso che sia vitale per ciascuno esprimersi e far risuonare la propria voce. Farsi ascoltare, giungere a qualcuno, che non è poco come sembra. E poi, la gente di ogni epoca cerca voci in ascolto. La poesia è un bisogno umano, sia per chi la scrive che per chi la legge. Tuttavia, uno dei limiti riconoscibili nel mondo social è una chiara disaffezione all’arrivo dei contenuti a favore di una lettura superficiale e poco attenta. Tutto viene letto come “poesia”, anche ciò che di poesia ha ben poco, purché si presti a logiche di mercato e visibilità.

 

Numerosi sono gli autori tuoi coetanei che si stanno affacciando, anche con grande forza, sul panorama poetico. Che idea ti sei fatto?

Fra gli autori miei coetanei che ho avuto modo di leggere e apprezzare, figura Giulia Martini che, con Coppie minime, propone una poesia in movimento che sollecita al massimo grado il potenziale espressivo e concettuale della lingua facendo della parola sorgente e abisso per ogni altra a seguire e prestandola a molteplici plurisignificazioni.

 

Parliamo adesso del tuo ultimo libro, Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018) accolto nella collana Z curata da Nicola Vacca. Com’è nato? Qual è stato il percorso di scrittura?

Fra mani rifiutate nasce da un lungo periodo di gestazione durato circa due anni e mezzo. Avevo a mia disposizione un cospicuo numero di testi, alcuni dei quali provenivano dalla mia precedente raccolta, Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole, 2015). All’inizio desideravo dare vita a un’opera dove la poesia dialogasse con la prosa. Ai vari componimenti avrebbero dovuto alternarsi prose a carattere lirico, poi espunte al fine di conferire al testo maggiore omogeneità e armonia fra le sue parti.

 

Il libro si apre con un brano di Primo Levi e più avanti citi Yves Bonnefoy. Quali sono gli autori che hanno accompagnato la stesura del libro e quali sono, più in generale, i tuoi riferimenti poetici e letterari?

Ho sempre amato la poesia di Rilke. Ti confesso che per un lungo periodo della mia vita leggere e rileggere i Sonetti a Orfeo mi era benefico oltre che necessario. Dovevo comprendere quale gioia potesse scaturire da un immenso dolore come la perdita e la conseguente distanza da se stessi. In qualche modo dunque è rimasta in me l’eco di quegli anni in cui, oltre alla poesia di Rilke, mi facevano compagnia anche quelle di Penna e Pasolini. In apertura della raccolta ho voluto porre quella citazione di Primo Levi recuperata da La carne dell’orso, perché emblematica di una visione dell’esistenza connessa alla nostra capacità di resistere alle innumerevoli possibili vicissitudini che il caso può metterci davanti, senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa. Il mare è raffigurazione dei possibili, il mistero stesso del modo in cui sento. In cuor mio, credo che il bello nasca dal misurarsi con ciò che ci spezza. Questa è una delle ragioni che mi spinge a scrivere. Concludo citando proprio alcuni versi di Bonnefoy, fra i miei preferiti: “Je te donne ces vers, non parce que ton nom/puisse jamais fleurir dans ce sol pauvre./Mais parce que tenter de se souvenir,/ ce sont des fleurs coupées, ce qui a du sens”.

 

Nel libro ha un ruolo cardine la parola e il rapporto tra silenzio e parola poetica. Ad un certo punto scrivi “Mi tranci, parola svestita di suono” e ancora “Mi scheggi parola sgranata”. Parole come coltelli, lame, bisturi.

La parola opera uno squarcio, fende, taglia. Nulla è più identico a se stesso una volta che lo si è detto. Che cosa si nasconde in uno squarcio? Qual è la ragione del nostro essere soli? Forse occorre calarsi all’interno della ferita, cercare le radici, scavare dentro se stessi, per risalire alla nostra luce interiore e scoprire che una perdita non è altro che una nuova conquista, indicibile a tratti, ma dolce se la si trasforma in canto. Così, quel che è oscuro può rischiarare solo se colmando la distanza da noi stessi impariamo a bruciare con il fuoco che ci dà vita e ci sostenta.

 

Si parla anche di amore nei tuoi versi. Amore verso se stessi, verso gli altri, amore che si traduce in un abbraccio da dentro, un abbraccio delle cose e del mondo. Abbandonarsi alla bellezza, concedersi una forma di amore sono dunque forme di speranza? O forme di sopravvivenza?

Sopravvivenza o speranza, entrambe, pur agli antipodi, si collocano alla fine di ogni ricerca. Quel che mi preme è continuare a sperare, perché vorrà dire che non avrò smesso di cercare. Dispiegarmi possibile fra i possibili. Ascoltare/ascoltarmi. Esprimere/esprimermi. Domandarmi di questo ascoltare. Figurarmi una poesia fuori da se stessa e farla pulsare. Amarmi, comunque. Abbracciarmi da dentro. Cercare ciò che sta dentro alle cose e animarlo. Tranciarmi, se serve, per attingere alla linfa che cola. Per accogliere comunque chi o cosa mi rifiuta o mi ha rifiutato. Ogni taglio è pieno di evento. Qual è il nesso tra gioia e dolore? Dove il varco? Sperare e desiderare l’intenso, e non speranza né sopravvivenza. Perché, come dice Bonnefoy, solo sperare è vero.

 
 
 
 
gli occhi chiusi si riaprano pieni
della parola minima radente
il fondo della voce escoriata.
 
 
 
 
Come tradurre l’azzurro arreso del cielo,
quando, con l’odore di terra riarsa, le parole
separano le nubi dalle nubi, gli uccelli
dagli uccelli, le foglie dalle foglie?
 
 
 
 
il tenue del tocco, qui, pronto
a farsi incandescenza:
 
un focolare nella crepa,
nella pagina in bianco.
 
 
 
 

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