Pierluigi Cappello

Bozza automatica 314

 

Impalpabile e attraversata dal sentimento della fine prematura, dalla stremante lotta alla malattia, è l’ultima raccolta del grande poeta friulano Pierluigi Cappello (1967-2017). Nella sua vita aveva vinto tutti i premi più importanti, ma cosa contano davanti a un po’ di vita in più negata? In Stato di quiete. Poesie 2010-2016 (BUR Rizzoli) la prefazione è affidata a Jovanotti, che nota la prevalenza del sostantivo e non dell’aggettivo nei versi di Cappello. Jovanotti e Cappello non hanno avuto il tempo di incontrarsi fisicamente, la sintonia è tutta qui, in queste pagine: Scriveva Pierluigi Cappello a proposito del titolo scelto, Stato di quiete: “Un corpo fermo è di sé ambiguo. Non si sa mai se stia lì perché tutte le forze si siano esaurite o, viceversa, se sia un nodo di forze così tumultuose e concentriche da condensarsi in immobilità”. E cita le bottiglie di Morandi, i corpi fermi di Hopper: “Come se fossero colti prima o dopo un diluvio, prima o dopo un evento tragico o sacro”.

E soprattutto cita Ungaretti, in licenza a Napoli il 26 dicembre 1916, che dà voce alla stanchezza dell’Europa tutta: “Ho tanta / stanchezza / sulle spalle // Lasciatemi così / come una / cosa / posata /in un angolo / e dimenticata”.

Per Pierluigi Cappello il combustibile dell’espressione era “il brusio interiore” che dà “una forma al polmone verde delle nostre coscienze, indispensabile per la nostra sopravvivenza”.

E poi: “Ci sono dei momenti nella vita in cui stare fermi è la scelta migliore, bisogna addensarsi intorno alla propria energia potenziale e lasciarsi scorrere addosso la bufera . Non è qualcosa di passivo, significa essere l’occhio di un ciclone”.

Tutta la vicenda interiore di Pierluigi Cappello in sei anni molto difficili è qui. Nessuno sa – aggiunge – quante volte ha fatto appello alla poesia di Ungaretti datata 26 dicembre 2016.

Pierangela Rossi

 
 
 
 
VERSO LE DIECI, IN OZIO
 
Stacca dal colore della rosa
la prima volta che te ne portarono un mazzo
 
dal battere sui vetri della pioggia
il giorno in cui una finestra venne sfondata;
 
i sorsi bevuti
dal sapore del caffè;
 
strappa via dal colophon del libro appena richiuso
i mattini in cui studiavi, avevi cento anni,
andavi a scuola;
 
non sovrapporre l’ora di adesso
all’ora di buio e all’ora di consolazione,
il giorno senza connotati
al giorno senza connotati;
 
strappa dividi strappa ancora,
separa questo da quello,
la prima dall’ultima volta
 
e il suono dello strappo lasciato
chiamalo col mio nome.
 
 
 
 
NOTTE, MURI
 
I colori lasciano l’aria, il rosso come il nero,
il buio invita il buio sulla soglia
restano in alto e non ritornano né silenzio né cielo
le parole. Abbuiati, addénsati, fatti piccolo,
sciogli la corona di te, resta nella pietra,
io resto e non guardo e non vedo
e fumo.
 
 
 
 
OGGI. SCRIVERE IL NOME
 
Comincia con lo scrivere il tuo nome,
perché ne resti traccia, qualche segno di grafite
risonante nel bianco. Con poche lettere
sigla decenni di storia, il silenzio
della pagina pronto a spalancarsi,
ad accogliere e disperdere.
Spicca nel bianco e non è più bianco
ma voce la matita che attraversa il foglio,
e goccia a goccia qualcosa cede e ti si allarga dentro:
Pierluigi, e dopo Cappello, in un sussurro un nome;
e dentro un nome, l’uomo che non concede a sé
i suoi stessi lineamenti, protetti da un’ottusità misericordiosa.
Leggero, come la cenere, Fresco, come l’aria fra le dita.
Scomparso, come una nuvola.
 
 
 
 

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