Pierangela Rossi

 

Michele Paoletti intervista Pierangela Rossi

 
 

Pierangela Rossi è nata a Gallarate (VA). Ha pubblicato le raccolte di poesia Coclea e Kata (Campanotto), Zabargad (Book editore), Crisolito (sulla rivista Steve), Kairos (Aragno, finalista nella terzina del Viareggio-Rèpaci), Zenit (Raffaelli), Ali di colomba, Punti d’amore, il libro di poetica Intorno alla poesia (Campanotto), Euridice (sulla rivista Incroci), Euridice e l’Haiku (LietoColle), Carte del tempo (Campanotto), e le plaquette Conchiglie, A Paolo (Pulcinoelefante), A Paolo (M.me Webb), Avventure di un corpo anima (puntoacapo). É autrice di saggi di critica d’arte. Collabora ad Avvenire, Studi Cattolici e laboratoripoesia.it.

 
 

Come nascono le sue poesie?

Si nota un’emozione, un colore, un sapore, cose che poi riposano e si aggregano per arrivare pronti in parole che si distinguono perché hanno una loro voce, una loro cadenza. Questo è ciò che, da un punto di vista razionale e insieme soggettivo, io sento accadere. Se devo guardare le cose con il sapere critico, noto che c’è sempre una discrasia tra significante e significato, che è poi quello che “fa” la poesia: dividere e ricomporre. In ogni caso, e questa è l’esperienza di ogni poeta, la poesia “arriva”: ontologicamente è qualcosa che ci viene affidato perché ne siamo portatori: portatori di senso. La responsabilità dl poeta sta in questo ascolto, nel porsi sensibilmente in ascolto. Certo poi ci sono i periodi di silenzio. Ma non bisogna diffidare o peggio disperarsi: sono proprio i periodi in cui dal caos si genera una stella, si fa strada una forma nuova. Sull’argomento ho riflettuto in passato in due libri: “Intorno alla poesia” (Campanotto) e “La cucina del senso” (Martano). Col passare del tempo mi sono resa conto che ogni poemetto (io scrivo in genere poemetti) ha la sua specifica poetica, che cambia ad ogni nuovo lavoro. “La cucina del senso” è un’espressione mutuata da Roland Barthes: sta per là dove il senso affiora. Certo poi c’è la parte del lavoro che per quanto mi riguarda è variabile in proporzione e precisione e modi dall’uno all’altro libro. Massimo in “Kairos” (Aragno, nella terzina del Viareggio Répaci). Anche l’aspetto del lavoro però deve adeguarsi a ciò che arriva, non stravolgerlo, fare uscire la pepita d’oro dall’acqua del deserto.

 

Quali sono i suoi autori di riferimento?

Luzi, Dickinson, Rilke. Luzi per l’ermetismo, caposaldo del Novecento, e per l’agglutinazione della lingua. Già nel ’40 riconosciuto come “il” poeta ermetico per eccellenza come nota Verdino non si è mai sottratto alle possibilità insite in ogni nuova avventura di libro e di linguaggio. Luzi è tutto da studiare. Capace di lasciar cadere con nonchalance (in “Su fondamenta invisibili” una strofa di passaggio come questa: “I cacciatori d’immortalità sbattono le ali abbacinati / qui tra i marmi i pinnacoli i cotti / e le sole grinze d’ombra delle buche pontaie. / Un mezzogiorno quasi di mare balena / sul colle, incide a fuoco i palazzi, /nondimeno oscuro era ciò che si aggirava / tra cielo e terra in quel tempo / viene in mente a qualcuno e lo confida / al suo vicino che apre e chiude le palpebre”.

Altro autore di riferimento è Emily Dickinson. Per la lezione morale che ci viene dalla sua vita isolata, dedita solo alla poesia e al superamento di un amore infelice, e alla confidenza  e ariosità dei suoi versi. Non dimentichiamo che in vita Emily Dickinson pubblicò pochissime poesie.  Basta un arieggiare come questo a far grande un autore: “La Bellezza non ha causa: / esiste. / Inseguila e sparisce. / Non inseguirla e appare. // Sai afferrare le crespe / del prato quando il vento / vi avvolge le sue dita’? /Iddio provvederà / perché non ti riesca”.

Infine, ma solo per fare qualche esempio  (amo infatti moltissimi poeti, a cominciare da Virgilio, Petrarca e Dante) l’abbagliante grandezza di Rilke. Che mi piace testimoniare qui con questo bellissimo giro di frase: “Tu non sei più vicina a Dio / di noi; siamo lontani / tutti. Ma tu hai stupende / benedette le mani. / Nascono a te dal manto, / luminoso contorno: / io sono la rugiada, il giorno, / ma tu, tu sei la pianta”. Rilke ha un’apertura di spirito e una grandezza di stile notevolissime. Non si può non innamorarsene. Quando ci si confronta con questi giganti diventa evidente nella carne che ars longa, vita brevis”.

 

Per il quotidiano Avvenire, cura una rubrica di recensioni. Come sceglie i libri di cui parlare? Qual è la sua idea della poesia contemporanea italiana?

Ho avuto la fortuna e il privilegio, come giornalista, di lavorare per decenni all’inserto culturale di Avvenire, prima a Gutenberg poi ad Agorà, con responsabili di grande levatura morale che mi hanno lasciata libera più possibile. Negli anni mi si è affinata la sensibilità, perché mi occupavo soprattutto di poesia, letteratura e arte.  Ho poi continuato a collaborare per la poesia, il mio specifico, sempre grata a chi me lo permette e m’incoraggia. E ormai concordo con Valéry: ci vuole surtout de la musique.

Da quando non ho più avuto l’esclusiva, ho collaborato anche con Studi Cattolici e Laboratori di poesia, incontrando anche qui splendide persone.

Per me la libertà è il valore principe e l’ho trovata nel lavoro.

Nella scelta dei libri da recensire non c’è un unico criterio, né può esserci. Se non quello de la musique e quello su cui fantasticava Rilke da giovane: bisogna avere molti ricordi e averli dimenticati, solo quando diventano carne e sangue può sgorgare un verso. O, parafrasando, bisogna avere visto molti tramonti perché uno diventi poesia. Un libro può essere genericamente bello, o interessante, intelligente, ben scritto e comunque sempre poetico. Ho però un’idiosincrasia: il nihilismo. Ho rischiato di perdere amicizie per questo. E una predilezione: le poetesse giovani.

Credo in generale che la poesia contemporanea italiana sia in un fermento di grande vitalità. Molti poeti giovani che promettono di non fermarsi a un libro, poeti anziani che dopo “Tutte le poesie” continuano a produrre. Mi viene in mente un anziano scrittore laureato che sforna un libro all’anno. Per tutti il grande nemico, il seduttore da cui guardarsi è il nihilismo. La nostra società ha distrutto tutto. Che non distrugga anche la poesia.

 

Lei si occupa anche di traduzione. Come affronta un testo poetico in un’altra lingua? Quali sono le principali difficoltà?

C’è un antefatto. Anni fa stavo traducendo un testo enigmatico in francese, che è stato tradotto, e continua a esserlo, mille volte. Proprio allora uscì pubblicato da una seria casa editrice, con una buona traduttrice. Allora stracciai  i miei fogli. Col tempo me ne sono pentita. Non c’è traduzione uguale a un’altra. E non escludo di riprovarci. Quindi, prima cosa, esser sicuri di se stessi. Quando ho tradotto Verzieri di Rilke ho cercato di affinare prima di tutto la lingua italiana per essere in grado di rendere al meglio quella neolingua (Rilke normalmente scriveva in tedesco, ma in fin di vita fu gratificato di un’imponente ispirazione in francese che aveva la grazia delle opere maggiori), una neolingua piena di francesismi. L’unica via, anche su consiglio di un amico, era essere letterali. E così ho fatto. Questo è poi diventato il mio modo di tradurre anche per altri autori. Il mio stile. Va poi detto che in quell’edizione ci sono saggi vari introduttivi: questo per me ha volto dire studiare (quasi) tutto Rilke. Penetrarne l’anima. Le difficoltà sono venute da quelle frasi che erano troppo lunghe o dal dialetto o da termini disusati che non trovano posto nemmeno nel dizionario. Dedico una poesia ai poeti che mi leggono da Verzieri: “Lampada della sera, mia calma confidente, / il mio cuore non è per nulla da te svelato, / (ci si perderebbe forse), ma la pendenza / a sud è dolcemente rischiarata. // Sei ancora tu, o lampada di studente, / che vuole che il lettore di tanto in tanto /s’arresti, stupito, e si disturbi / sul vecchio libro, guardandoti. // (E la tua semplicità sopprime un Angelo)”.

 

Parliamo adesso del suo ultimo libro, Polvere di stelle, polvere di foglie (puntoacapo, 2018). Vuole raccontarci com’è nato e quali sono gli argomenti che affronta?

Credo sia nato sulla scia di una raccolta notturna. In quel periodo lavoravo di notte, così a Polvere di foglie si è aggiunto Polvere di stelle. La polvere delle stelle si posa sulle foglie e sui fiori che brillano nel buio. Il problema è che ogni notte e ogni mattina scrivevo e riscrivevo. Ho riempito 12 quaderni prima della versione ultima. Un giorno ho detto basta non ne vengo più a capo e ricominciando ex novo con una progressione dal “difficile” al “facile” ho scritto una raccolta vergine con innesti dal lavoro precedente. Polvere di stelle polvere di foglie ha corsi e ricorsi con variazioni, un movimento circolare.  Mi ricordo che quando l’ho mandata al postfatore, Pier Damiano Ori, ancora ci lavoravo sopra. É stato il parto più difficile per troppo materiale. Anche di Kairos conservo una valigetta piena di inediti e scarti, perché è stato un lavoro molto complesso. Rispetto a Kairos, questa raccolta è più semplice, cedo sia questione di senescenza, una conquista, anche. Sostanzialmente si tratta di paesaggi: la notte col suo firmamento, albe e tramonti, il giorno ricamando favole sulle piante del terrazzo, del giardino, dei dintorni, i personaggi delle case prospicienti. Fino a includere “gli interni” e cioè gli affetti: mio marito, mia figlia e il suo compagno, la famiglia d’origine. Ero così concentrata che un viaggio in tram era l’occasione di scoprire paesaggi nuovi. É difficile parlare di se stessi per chi non sia un Rodomonte. Ori ha scritto comunque una splendida postfazione. E il libro a distanza di quasi un anno dall’uscita è stato ben accolto. Devo dire che a Mauro Ferrari, direttore editoriale di puntoacapo, il libro è piaciuto subito e l’ha sostenuto. A me che rimane di quella fatica? Nel testo c’è anche il Cantico delle creature di san Francesco e a me un’alba, un mezzogiorno, un tramonto commuovono sempre. Mi è rimasto il piacere di sentire gli usignoli e i cardellini quando capita e un’affezione speciale per i voli ellittici delle rondini e i voli degli altri abitatori dell’aria. Nonché il piacere di curare e osservare le piante e i fiori.

 

Parlando di Polvere di stelle, polvere di foglie Alessandro Canzian si sofferma (qui) su “un uso non lineare del linguaggio che aspira a un diverso rapporto con le cose in virtù, appunto, della non linearità”.

Posso tentare una supposizione. Credo che si riferisca al singolare movimento circolare con riprese e varianti ma anche alla costruzione delle singole strofe, dove ogni verso, che comincia sempre con la maiuscola, ha l’ambizione di essere autonomo e questo crea discrasie.

 

Vuole anticiparci qualche progetto in divenire?

Mi dispiace ma non posso che essere vaga su questo punto. L’ormai lunga esperienza mi ha insegnato a essere cauta nel maneggiare il futuro, anche per non sentirsi svuotati e di conseguenza bloccati. Sto lavorando a più traduzioni e ad altri progetti che forse usciranno da qui al 2020.

 
 
 
 
 
 
Emily Dickinson aveva il giardino
E una prateria, altri vivono foreste
O schegge dell’io frantumato
Oppure nella metrica martellante
Oppure ancora quotidianità
Oppure oppure oppure…
Io un’estate sono stata poeta
Di un piccolo angolo di mondo
Da cui si vede il cielo di albe
Tramonti pleniluni stelle nuvole
Extravaganti, un terrazzo
Di pochi metri affollato di piante
E piantine e fiori che parlano
Fra loro e qualche volta anche con me:
Dicono cose sottili, non sanno di morire
Talvolta nel sonno le sento bisbigliare
“Guarda che luna c’è stasera”
 
 
 
 
 
 
Non ho parole pronte stanotte
A dire la vastità dei cieli
Sembrano lontane cose
Iperurani. Più vicine le luci
Accese in una mansarda
sottotetto, i gerani fioriti
Oggi in un normale giorno
Di guerra. Più vicini
Anche gli interni di case
Dove si prega prima di dormire
 
 
 
 
 
 
Cantano e si rispondono
Gli uccellini nella festa
Della diaspora del buio
Finisce la distonia la resa
La luce dunque avviene
Oggi non è la fine del mondo in diretta.
 
 
Poesie tratte dalla raccolta Polvere di stelle Polvere di foglie (puntoacapo, 2018)
 
 
 
 

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