parlare senza dire è la sola soluzione, scrivere un diario di gesti – Daniele Barbieri

 
 
se cerchiamo di capire il messaggio, eccoci di colpo
persi eccoci nuovamente figure lontane, sintomi,
 
allusioni a un’impressione di verità, se cerchiamo
di comprendere il messaggio, di cogliere il gesto, eccoci
 
improvvisamente persi, istantaneamente figure
lontane, lontane, fragili, lontane figure fragili
di incomprensibilità, quando cerchiamo di capire
 
e non ci siamo, non siamo vivi non restiamo veri
non viviamo, non restiamo nemmeno cerchiamo più
 
quando ricerchiamo, eccoci di colpo persi, fragili
e lontani e dimenticati
 
 
 
 
 
 
peraltro, parlarsi ancora davvero serve a qualcosa
che non sia lanciarsi addosso l’uno all’altro particelle
d’incomprensione reciproca? peraltro, siamo affabili
noi, non offendiamo, stiamo così attenti a non ferire
 
da esser presi per amici, e non riconosciuti come
amanti sulla pedana dell’abbandono! peraltro
 
questo dolore che infesta le verità della gola
passerà nella parola che ti vorrebbe raggiungere?
 
sarà infuso nello sguardo che ti vorrebbe fermare?
permetterà che io resista giorno dopo giorno al gesto
 
che va chiudendo pian piano la porta da cui tu entravi?
 
 
 
 
 
 
scrivo un diario di parole, un getto una smentita un gesto
 
un saltellare di incipit, una fuga di voce
sul silenzio della pagina bianca, scrivo quel diario
 
che non posso pronunciare, le nostre parole mentono
dicono sempre bugie dicono sempre un messaggio
che non ci può corrispondere, parlare senza dire
 
è la sola soluzione, scrivere un diario di gesti
registrare l’avventura dell’ingresso dentro il mondo
delle mie parole-cose, dei gesti di forme nere
 
infilate sul silenzio, sul bianco, senza dovere
 
senza alcuna verità
 
 
(Daniele Barbieri, Distonia, Kurumuny, 2018)
 
 

Nei testi di Daniele Barbieri non si dice semplicemente la debolezza e l’insufficienza della parola, la si mostra in tutta la sua incapacità. Si è messi di fronte impietosamente alla questione dell’incomunicabilità, richiamata direttamente e evidenziata nelle dinamiche interpersonali, nella dissociazione ineliminabile tra pensiero, sentire e parola pronunciata, parola scritta. Il tutto in un sottinteso – ma anche espresso, in altri testi dell’autore – privilegio del gesto che, nonostante ogni sforzo linguistico, non è mai veramente dicibile, né soggetto al meccanismo di controllo e rappresentazione “fedele” (nelle intenzioni) della nominazione.

Il tutto viene reso con un linguaggio che è stato definito “svuotato”, che insiste su lemmi colloquiali e ripetizioni, con una sintassi del periodo precipitosa, che richiama l’ansia del contatto che non si realizza mai appieno.

Già dal primo testo lo si dice chiaramente: “se cerchiamo di capire il messaggio, eccoci di colpo / persi” e poi in climax: “figure lontane, sintomi, / allusioni a un’impressione di verità”: il giro di parole prima della verità mostra quanto lontano da essa sia la parola. E ancora si ripete: se cerchiamo “di cogliere il gesto, eccoci / improvvisamente persi” e ancora, con un gioco di ripetizioni che evidenzia la nevrosi di questo contatto impossibile, siamo “istantaneamente figure / lontane, lontane, fragili, lontane figure fragili / di incomprensibilità, quando cerchiamo di capire / e non ci siamo”. Questo tentativo fallito è svuotante, delimita e isola l’individuo, lo fa sentire irrimediabilmente esiliato dalla possibilità di raggiungere l’altro: “non siamo vivi … non viviamo … eccoci di colpo persi, fragili” ripete ancora, e conclude “e lontani e dimenticati”. L’impossibilità di consegnarsi all’altro, e di ricevere il suo senso autentico mostra un’altra paura tutta contemporanea: quella di essere dimenticati – alla base di molti fenomeni di nevrosi comunicativa (soprattutto digitale) dei nostri tempi (una curiosità: il fenomeno ha un nome, si chiama athazagorafobia).

Eppure la sensazione che si ha dopo questo pieno di parole, dopo queste ripetizioni, è quasi quello di uno sfuggire del senso più profondo di ciò che dicono, come se arrivassero parzialmente al lettore: ed è proprio così che Barbieri mostra il fenomeno piuttosto che limitarsi a dirlo.

Nel secondo testo, più specifico, il fenomeno è circoscritto a una relazione di coppia, presumibilmente terminata o in una fase terminale: “parlarsi ancora davvero serve a qualcosa / che non sia lanciarsi addosso l’uno all’altro particelle / d’incomprensione reciproca?” Di nuovo l’incomprensione, che poi si concretizza in condotte “affabili”, dove siamo “così attenti a non ferire / da esser presi per amici” piuttosto che “amanti sulla pedana dell’abbandono”. Ecco poi l’urgenza irrisolta, che manca il proprio destinatario: il “dolore che infesta le verità” è incapace di trasferirsi alla “parola” che “vorrebbe raggiungere” l’altro (le domande lasciano intendere che il tentativo non è destinato al successo), e di conseguenza nemmeno nello “sguardo che ti vorrebbe fermare”. Irrimediabilmente, infine, dalla crepa della non comunicazione quello stesso dolore realizza il distacco, l’allontanamento, “chiudendo pian piano la porta da cui tu entravi”.

Nell’ultimo testo si ribadisce questa lontananza tra gesto e parola, estendendola anche alla scrittura, cercando in qualche modo di superarla, pur nella consapevolezza che tale tentativo è impossibile e può solo riuscire per approssimazione: “scrivo un diario di parole … quel diario / che non posso pronunciare”, e la scrittura è intervallata da azioni, come “un gesto / un saltellare di incipit”.

“le nostre parole mentono / dicono sempre bugie dicono sempre un messaggio / che non ci può corrispondere”, così come non può trasmettersi all’altro se non in una versione falsata, artefatta, reinterpretata, ricostruita, contraffatta; “parlare senza dire / è la sola soluzione, scrivere un diario di gesti” è quella che Barbieri offre come rimedio a questo irrimediabile esilio tra l’io e l’altro, abbandonando la pretesa morale e di aderenza al vero connaturata alla nominazione (“senza dovere / senza alcuna verità”) per concentrarsi sui “gesti di forme nere / infilate sul silenzio, sul bianco”.

“E chi aprirà i vecchi miei lessici e legga / le carte soffiando la polvere, almeno / abbia un giusto scuotere del capo, il capo alzi, guardi / se la mattina è acuta, esca.” scriveva Fortini in “Paesaggio con serpente” (Einaudi, 1984): e anche qui, come in quei versi, l’invito non può che essere quello a ricordare i limiti del linguaggio e della parola, per concentrarsi sul mondo circostante e su “un diario di gesti”, che verosimilmente potranno consentire una maggiore aderenza alla realtà e un contatto più autentico con il mondo e con le persone che ci circondano.

Mario Famularo

 
 
 
 

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