Paola Loreto

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Michele Paoletti intervista Paola Loreto

 
 

Paola Loreto è nata a Bergamo e insegna Letteratura americana all’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato L’acero rosso (Crocetti, 2002), Addio al decoro (LietoColle, 2006), La memoria del corpo (Crocetti, 2007), In quota (Interlinea, 2012), case|spogliamenti (Aragno, 2016), la plaquette Spiazzi dell’acqua (pulcinoelefante, 2008), le sillogi Transiti (Almanacco dello specchio Mondadori, 2009) e Conoscenza della neve (Poesia, 2012), oltre a una silloge di poesie sulla montagna (Premio Benedetto Croce, 2003) e numerosi testi in rivista e in volumi collettanei. É stata poète in residence al Centre de Poésie et Traduction della Fondation Royaumont (Parigi). Ha curato il LucaniaPoesiafestival (2005 e 2008) e ha fatto parte delle giurie del Premio San Pellegrino e Subway-Poesia. Traduce poeti americani e collabora a Poesia.

 
 

Come nascono le sue poesie?

C’è sempre un moto spontaneo, all’inizio – come dire, un’urgenza. Di esprimere un senso, una sensazione, un’emozione, un sentimento o un’idea forte. Non c’è nessuna ragione per cui una poesia debba nascere. Se nasce, lo fa come un organismo vivente: per una necessità intrinseca, dovuta alla forza della vita che vuole prendere quella forma. Essere detta ed esistere nel mondo come un oggetto, con un grado tangibile di presenza.

Non è sempre uguale: se l’urgenza è forte, solitamente arriva più presto la sensazione che il testo non mi appartenga più e sia abbastanza formato da poter andare nel mondo. Il mio senso di responsabilità si placa. Altrimenti il lavoro è più lungo. C’è tanto ascolto, tanta ricezione, in momenti diversi del giorno e della stagione, della vita. Tengo i miei testi in gestazione per anni, a volte molti. Solitamente poi trovano naturalmente posto nell’architettura – nel pensiero – di un libro.

 

Quali sono i suoi autori di riferimento?

Emily Dickinson, William Carlos Williams, Robert Frost, Derek Walcott, Montale, Leopardi, Pascoli, certo Sereni. Ma anche altri italiani. Più ci avviciniamo a noi, però, più diventano sparsi e occasionali e difficili da nominare.

 

C’è un rapporto tra la montagna, elemento chiave della raccolta In quota (Interlinea, 2012) e la casa (le case) di case|spogliamenti (Aragno, 2016)?

La risposta più semplice è no. Salvo che in case si sente la grande assenza della montagna, e in In quota si sente la casa ovunque. La montagna è casa.

 

Nella poesia che chiude la raccolta case|spogliamenti c’è un riferimento a l’acero rosso, titolo della sua raccolta di esordio edita da Crocetti nel 2002. Com’è cambiato il suo modo di scrivere? Con questo rimando ha voluto indicare il compimento di un percorso?

Mi è difficile rispondere a questa domanda: ci vuole la lucidità critica che non voglio applicare alla mia scrittura. Quello che so è che i rimandi all’acero rosso (che ultimamente ha assunto anche tinte verdi) sono numerosi lungo tutto il suo corso. Credo sia dovuto al fatto che l’immagine ha informato quel primo libro mettendo a fuoco un emblema di bellezza tangibile e incoglibile. Quello che persegue l’arte, e il nostro desiderio. La prima “Nota poetica” nell’Acero rosso cita: “Certi aceri sono accesi”. In un momento particolare della loro vita, della stagione, del giorno, a seconda di come li colpisca la luce, prendono trasparenze trasmigranti attraverso un’infinita gamma di colori rossastri, impossibili da indicare perché infinite. Eppure si offrono ai nostri sensi. Sono un anello di congiunzione tra il qui e ora e il sempre, un presente eterno, una partecipazione all’Essere. E sono anche, nella mia poesia, tante vicende umane: l’acero verde è quello di Francesco, il giardiniere che mi fece innamorare del portamento di un acero che si rivelò – come aveva intuito – non rosso. Ma quanto bello. Ricorda ancora l’arte di chi lo aveva scelto, prima di me, e non c’è più. Vorrei che i miei simboli fossero esistenza che rimanda a un suo possibile completamento di senso.

Il percorso della mia scrittura non è compiuto: e la sua prossima direzione è l’intrigo di ogni scrittura. Quello che so – di nuovo, non troppo analiticamente – dell’evoluzione della mia è che è passata da una forma più breve ed ellittica, molto fresca e spontanea (L’acero rosso) attraverso un verso più lungo e narrativo (complice l’insegnamento di Derek Walcott, e sempre sostanziato di molti livelli di lettura), per tornare, in un momento di urgenza espressiva, a una forma ancora più breve e contratta (case | spogliamenti). Non so se la domanda “Qual è la mia scrittura vera?” sia giusta per un poeta. Però ogni tanto fa capolino. Ho scritto libri che hanno giustapposto i miei “due” diversi istinti di scrittura (La memoria del corpo, In quota). Il prossimo sembra oscillare ancora tra due misure, o meglio, combinarle in altro modo. E gioca con le forme del monologo drammatico. Mi piace molto l’idea che la poesia lirica sia una mimesi del parlato, in varie modulazioni, dalla voce sussurrata quasi a se stessi, essenziale, all’apostrofe a un auditor.

 

case|spogliamenti è un libro pieno di domande, alternative. La poesia è uno strumento che può consentire di mettere a fuoco le possibilità che abbiamo di fronte, le strade percorribili, i desideri ancora sfocati?

Certo che sì. La poesia è uno scandaglio inesorabile, prezioso. case | spogliamenti mi ha sorpresa e per questo è stato tanti anni in lavorazione, e ben chiuso in un cassetto. Poi è stato più forte di me: era diventato, appunto, una creatura che voleva respirare e andarsene per il mondo, a incontrare gli altri. E allora ha cominciato a parlarmi, a dirmi tante cose sulle possibilità che abbiamo di fronte, sulle scelte che possiamo fare e su quelle che non possiamo (o vogliamo) fare, sui nostri modi di essere felici o infelici, sulla misura, e le vie, della nostra libertà. Su come cerchiamo. Su come troviamo.

 

A proposito di case|spogliamenti, Melania Panico scrive “case|spogliamenti è anche un libro sulla crisi e di come la parola – che è l’elemento principale della poesia – si inserisce nella crisi, come viene utilizzata non solo per dire la crisi ma tutto quello che la crisi comporta e offre”. É d’accordo?

D’accordissimo. È una descrizione molto precisa. Potrei forse aggiungere che nella speranza migliore case vorrebbe fare sentire la crisi, farla vivere-con, perché e nell’esperienza emotiva delle cose (vicaria, nel caso della lettura della poesia) che accade il vissuto che costituisce la nostra storia. Che ci costituisce. Che ci rende le persone che affronteranno in un certo modo questa giornata.

 
 
 
 
Non esiste una vita
passiva. Ma una vita
ferma come l’acqua
del fiume com’è?
Se potessi frenare
la corsa (il travolgimento
l’incuria, lo spreco,
tutto questo passare
accanto) e sapere
che sto andando
(ed è dove vuoi
dove attendi)
credo mi piacerebbe.
Sarebbe una vita.
 
 
 
 
 
 
Una casa è dove
non fai rumore.
Ti muovi e sei
tu: il tuo corpo,
la danza del liquido
umorale negli occhi,
la pagina che volta
una vita ignara.
La ruga che la rivelerà
alla nocca che usi di più.
Una stanza, poi l’altra,
perché c’è una luce
per ogni gesto.
Ascoltami.
 
 
 
 
 
 
Nella prossima vita
avremo una casa: io e te.
Un orto, un giardino.
(Il fico nero, l’acero rosso.)
Mani nella terra, sul nostro
corpo. Dentro sarà il fuoco
di legna, il legno su cui
camminiamo. Bianco
ma non di smalto.
Nella vita che viene
avremo un bambino
ispido e nero
selvatico, ardente.
Non avremo paura.
Lasceremo la fine
agli altri. Inizieremo.
 
 
Le poesie sono tratte dalla raccolta case|spogliamenti (Aragno, 2016).

 
 
 

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