Panasonica – Simone di Biasio

Panasonica, Simone di Biasio (Il ponte del sale, 2020)

Per parlare di Panasonica partiamo da una nota dell’autore: “Originariamente riferibile alla quasi omografa marca di televisori, è venuta a indicare un superamento del linguaggio: uno sguardo sul futuro si candida a essere una archeologia del domani. La lingua è sempre linguaggio e il linguaggio non è solo lingua: è corpo sangue terra industria impianto di depurazione”.

Se è vero che viviamo nel Logos, dobbiamo fare i conti con una realtà che non è solo “verbo” e pure sulla questione del linguaggio ci sarebbero dei distinguo da fare. Per secoli ci siamo sforzati di ordinare tutto entro i limiti del linguaggio, la nostra cultura classica ce lo ha imposto in un certo senso. Ma ora siamo in quella che – parafrasando Steiner – potrebbe essere definita una “storia del declino”, un declino cominciato già molti secoli fa. Come a dire che la trascrizione della realtà deve trovare una nuova strada e forse non lasciandosi il linguaggio alle spalle ma guardando fuori da questo. Se è vero che la presa comunicativa della parola/lingua è molto diminuita perché “lo strumento attualmente nelle nostre mani è logoro per il lungo uso” (ancora Steiner), il lavoro di certi poeti si inserisce in questo paradigma. E siamo al caso di Simone.

Panasonica fonde e impasta. È una lingua nuova ma già vecchia perché non esiste eppure non è una invenzione fine a sé stessa. Archeologia del domani dice l’autore. Ma siamo noi soprattutto, in un viaggio dentro, fuori, intorno e ancora dentro le cose, mentre si cerca il quid che possa squarciare la rete. E quel qualcosa c’è: “mantenersi è un verbo di vertigine”. Panasonica è anche un libro d’amore, del ritrovarsi nella “calmezza”, in cui l’atto di aprire le credenze non è solo scrutare ma attendere una parola in un mondo di parole vacanti. Allora è vero che per guadare oltre il linguaggio bisogna cercare nel silenzio, nella muta eredità. Il materno, anche quando diventa ossessione, è un nominare: “si dica soltanto una parola almeno – e si sarà salvati”.

La forza di questo libro è una forza di terra e di radice, di mescolamenti e di ritrovi. Per cui ci si può commuovere.

Melania Panico

 
 
 
 
Abbiamo abitato tutti una casa del novecento
dove stanno i vecchi riposti negli stipi
dove apriamo credenze piene di grascia
in saloni deserti come da uno sfollamento
 
ma se andiamo a cercarli nei loro musei
hanno tecnologie avanzate al servizio degli utenti
audioguide, ad esempio, che s’attivano a un tocco
proiezioni treddì sulle mattonelle a fiori
reperti e diapositive della vita bellica
 
Corpi che è perduta la forma originale
statue spezzate che stanno nelle gallerie
hanno perso tutte lo smalto che le colorava
alcune senza testa stanno ancora in piedi
di altre teniamo solo il capo magari scorticato
manca il naso o un braccio è fratturato
 
eppure stiamo a scrutarle, attendere una parola
che muovano almeno una ciglia di tempo:
il passato è un’innovazione da inventare.
 
 
 
 
 
 
Non rispondo più al telefono di casa
dalla notte che mostrò la tua regalità
il timore che sia ancora la tua voce
a chiedere “come stai?” perché collassa
ogni risposta, cadono dall’albero le ossa
ammonticchiate ai fili del vecchio apparecchio
singolarità spazio-temporale, santi e rosari
s’adunano per condurti a braccetto nell’origine
l’universo si fa sempre più stretto, denso
gira come il tuo brodo di primordiale assenza.
 
 
 
 
 
 
Dici: «Voglio la tua impronta sul mio corpo»
e mentre stringi più forte io faccio neo-avanguardia
premo il neo- che ti salda il collo al petto al centro esatto
per accenderci la luce poi martello per tenere questo noi-
fisso alla parete e vedere la traccia che resta a toglierlo
il bianco d’anni in cui stava in equilibrio incorniciato
crocifisso per resuscitare muri in carne
i miei muri nelle nostre carni, e così sia.
 
 
 
 

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