Osip Mandel’štam

Osip Mandel’štam

 
 

In Russia è uscita un’edizione riveduta e corretta del primo dei Quaderni di Voronež, che Maurizia Caluso ha tradotto per Giometti & Antonello di Macerata. A Voronež Mandel’štam restò nel ’34 e nel ’35. Proferiva i versi muovendo le sole labbra e altri si affannavano a trascrivere districandosi tra le variazioni. Alle 7 del mattino, dopo una perquisizione la notte, la polizia politica sovietica portò nel 1934 il poeta Osip Mandel’štam (1891-1938) alla Lubianka per interrogarlo. Ricorda Anna Achmatova: «Cercavano le poesie, camminavano sui manoscritti che avevano gettato fuori da un bauletto». Osip Mandel’štam era finito in prigione già due volte, in Crimea e in Georgia. Ci finirà anche dopo, in un lager in Siberia, per l’ultima  volta. Gli venivano contestate poesie antistaliniane. Osip e la moglie Nadežda – che trascriveva in codice le poesie più pericolose e imparò a memoria molte poesie di Mandel’štam, (il samizdat) andarono al confino a Voronež. Qui il grande poeta russo dell’acmeismo scrisse tre quaderni. Mandel’štam chiamava «asma» i periodi di vuoto creativo come dall’agosto del 1935 al dicembre 1936, quando nacquero il Secondo e terzo quaderno di Voronez. La casa editrice di Macerata pubblicherà anche questi in una nuova edizione critica e l’epistolario. Maurizia Caluso aveva tradotto anche i precedenti Quaderni di Voronež nei Classici dello Specchio Mondadori nel 1995. Scriveva Ermanno Krumm: i suoi versi agganciano frammenti di mondo. Accelerano e deformano paesaggi e rappresentazioni, che, nel testo, sono condensati, scorciati ma mai soppressi. Nelle Cinquanta poesie a cura di Remo Faccani per Einaudi (1998) ci sono perle liriche ed espressioniste. Si evocano per il poeta russo, pubblicato in madrepatria nel 1990, Kandinsky, Valéry, Eliot e Pound.

 

Pierangela Rossi

 
 
Togliendomi i mari, la corsa e il volo
e dando al piede l’appoggio di una terra coatta
cosa avete ottenuto? Calcolo brillante:
non potevate strapparmi le labbra che si muovono
 
maggio 1935
 
 
 
 
Un buio afoso grava sul giaciglio
e respira con affanno il petto…
Forse, più d’ogni cosa prediligo
l’esile croce e una via segreta.
 
1910
 
 
 
 
Rigogoli nei boschi; e – unica sua misura –
lunghezza di vocali dentro la poesia metrica.
Ma solo una volta all’anno càpita che in natura
la durata straripi come nel verso omerico.
 
Simile a una cesura il giorno si dilata:
quiete fin dal mattino e torpide estenuazioni;
buoi sparsi in mezzo all’erba, e pigrizia dorata
di trarre da una canna la pienezza d’un suono.
 
1914
 
 
 
 
Viviamo senza più fiutare sotto di noi il paese,
a dieci passi le nostre voci sono già bell’e sperse,
e dovunque ci sia spazio per una conversazioncina
eccoli a evocarti il montanaro del Cremlino.
Le sue tozze dita come vermi sono grasse
e sono esatte le sue parole come i pesi d’un ginnasta.
Se la ridono i suoi occhiacci da blatta
e i suoi gambali scoccano neri lampi.
 
Ha intorno una marmaglia di gerarchi dal collo sottile:
i servigi di mezzi uomini lo mandano in visibilio.
Chi zirla, chi miagola, chi fa il piagnucolone;
lui, lui solo mazzapicchia e rifila spintoni.
Come ferro di cavallo, decreti su decreti egli appioppa:
all’inguine, in fronte, a un sopracciglio, in un occhio.
Ogni esecuzione, con lui, è una lieta
cuccagna ed un ampio torace di osseta.
 
Novembre 1933
 
 
 
 

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