Ordine e mutilazione – Elena Zuccaccia

Ordine e mutilazione, Elena Zuccaccia (Pietre Vive Editore 2016)

 

Elena Zuccaccia esordisce nel 2016 per i tipi delle Edizioni Pietre Vive con Ordine e mutilazione, librino apparentemente leggero (o meglio, lieve) che ha un particolare uso della punteggiatura, teso a riprodurre l’immaginario fortemente metamorfico della raccolta, che dà vita a una versificazione vermiforme, spesso singhiozzante, tesa a descrivere il piccolo dramma per stanze chiuse o semichiuse (dalla quarta di copertina). Elena infatti non ri-costruisce un accaduto né lo destruttura, a dispetto di un verso che sfiora non di rado lo spezzettato, il franto.

Si potrebbe essere tentati di descrivere versi quali non metto radici nel letto / dormo bene dappertutto / (a volte la schiena, si certo, / d’accordo) // io le radici le metto / nel tempo // come cane / mi struggo d’affetto / invidio il gatto / a cui basta segnare / il suo angoletto come una fotografia che è stata tagliata in pezzetti minuti e ricomposta seguendo la dinamica di un puzzle. E in effetti in Elena i corpi sembrano accostarsi senza una perfetta adesione gli uni agli altri. Sembrano essere su un tavolo per esaminarmi come uno / scienziato il suo vetrino // e poi ricompormi a tuo / piacimento nell’inconsistente elementarietà delle / due dimensioni. Ma l’inesattezza del taglio che rende imperfetto il ricongiungimento sembra essere voluto se non addirittura goduto (accudisco questo nostro / fallimento / cresce bene / sano e forte / puoi vederlo nei weekend / a settimane alterne / gli piace guardare film / la pasta coi carciofi / il colore blu).

Il non combaciare dei pezzi sembra misurare la presa di consapevolezza della propria esistenza che così si palesa nelle parti del sé (di vedere questo / corpo nudo non / ne posso più crepare / immagino almeno / lo potessi cuocere / per dire) e dell’altro (eppure il tuo incavo tra / lo sterno e l’ascella sinistra / ha la forma di me che dormo). Un altro, un tu che viene continuamente esplorato e raccontato anche quando non c’è (sento russare e non / sei tu) fino ad arrivare a un’interrogazione a se stessa per gradi, per radici, corpi, stanze. Se infatti il primo testo ammette che nelle infinite possibilità grammaticali / – io con te io tra di te io sopra sotto dietro davanti / di a da in con su per tra fra tutte / ma non / quella con la ein chiusura dell’opera, e più esattamente nel penultimo testo, Elena approda a un soltanto a me, ti / dico, posso pensare / come quando non sono quando / con te per te o di te (in un testo che in chiusa tra le altre cose cita una raccolta di prose di Sibilla Aleramo). Per arrivare a domandarsi ma allora di / cosa parlo / io?

Un io che è il punto d’arrivo di quell’iniziale io e te ma non nel senso di una mancanza o perdita. La non presenza dell’altro è servita in qualche modo a definire la presenza (e la completezza) dell’io. E a questo si è arrivati attraverso il corpo (mi attacco al tuo principio / di lingua / la tiro e la allungo / me la metto al collo / ad un’ascella il solletico), la misurazione dei suoi confini che diventa metafora del principio/fine vita/morte come opposizione/tangenza (inevitabile tangenza) dell’alterità (mi appare chiaro che se / volessimo io e te toccarci / basterebbe ch’io fossi morte / e tu il principio di vita che già sei), il desiderio che si sublima in nostalgia (Ah, vorrei l’amore che / strappa i capelli / invece ho te che mi / strappi i capelli / per dispetto / senza amarmi).

Lo stesso corpo, quel corpo che si opponeva alla mancanza dell’altro, oggetto privilegiato dell’autoidentificazione di Elena, alla fine si libera ammettendo che i corpi toccano / gli spiriti / e gli spiriti lasciano / i corpi // ma allora di / cosa parlo / io? che fa eco, senza però il precedente senso di svuotamento, ai versi ci fosse un limite / alla capacità di / toccare come se / il toccare si realizzasse / nell’ansia stessa di / toccare / nell’ansia di riempire tutti i / vuoti cercando di / toccarli.

Un’opera prima riuscita e compiuta, non priva di un percorso personale che comunque non soffoca il dato poetico con un eccessivo intimismo presente ma sublimato con pulizia ed essenzialità, con misura tra emotività e razionalità che trova una delle punte più intense nei versi non sono umana / quando non sono con te / degli animali / prendo i vizi.

 

Alessandro Canzian

 
 
 
 
Sintagma
 
uno spavento a due teste
io e te
basta una sbavatura e
io è te
diluita e sparsa chissà dove tra la
                       pelle
assorbita come sudore
ma io diversa da te
              io separata da te
se vuoi possiamo unirci
sovrapporci
        combinarci
nelle infinite possibilità grammaticali
         – io con te io tra di te io sopra sotto dietro davanti
                      di a da in con su per tra fra tutte
ma non
            quella con la e –
succhiarci via tutti i liquidi
          prosciugarci
e però poi, asciutti, staccarci, – io da te,
                    fino a che non ci sarà da succhiare
                 di nuovo
 
 
 
 
Ossitocina
 
voglio sentire l’estremità
del comportamento
senza portarti con me
 
lasciarti che mi guardi
a chiederti cosa
riesco a sentire
 
(mi fa male
tutto,
del mondo)
 
senza guardarti
mi chiedo cosa
riesci a sentire
 
mi ami
così
– spettinata?
 
 
 
 
Bava di lumaca
 
mi attacco al tuo principio
di lingua
la tiro e la allungo
me la metto al collo
ad un’ascella il solletico
e ancora la srotolo
il corpo ci avvolgo
braccia e poi gambe
la lascio entrare
dall’intestino a risalire
fino su in gola
e ancora su fin dentro
alla bocca
un tripudio di lingue
poi di nuovo tutto
dal principio
 
 
 
 
[nei miei vuoti]
 
accade di avere tra le
mani un corpo e non saperne
davvero godere come se
/ci fosse un limite
alla capacità di
toccare / come se
il toccare si realizzasse
nell’ansia stessa di
toccare
nell’ansia di / riempire tutti i
vuoti cercando di
toccarli
 
ma non riesco
a toccarli
non riesco
 
(la carne non
esaudisce il
pensiero)
 
«nei miei vuoti
io
ti penso»

 
 
 
 
mi appare chiaro che se
volessimo io e te toccarci
basterebbe ch’io fossi morte
e tu il principio di vita che già sei
(basterebbe quindi, è chiaro, il mio
farmi morte)
 
ché la fine e il principio, è noto,
sanno toccarsi meglio
d’ogni altra cosa.
 
 
 
 
Bestiario
 
non sono umana
quando sono con te
degli animali
prendo i vizi
 
così faccio il cane
col penoso scodinzolio
 
da gufo la notte gli occhi
aperti e non dormo
 
lumaca ti percorro il
corpo in lungo e in largo
 
dalla bava poi un ragno
con dedizione tutto intorno
 
ma sopra tutto le fusa,
e subito sai che
 
(poi striscia la biscia
quando te ne vai)
 
 
 
 
Notturno estivo
 
sento russare e non
sei tu
:
il vicino asiatico con la
finestra aperta
compone per me
fragorose sinfonie
e invece di provare
per la consorte
pena le invidio
i calci e i
soffocamenti fino al
mattino /
se volessero
dire dormire con
te – io, non la
moglie del vicino
 
 
 
 

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