Oltre il margine – Sergio Pasquandrea


Ecco in Pasquandrea con la sua silloge Oltre il margine (Fara Editrice 2015) un’idea di quel limite vacuo epperò invalicabile che è vicino alla “soglia” rilkiana, quella consapevolezza del sentire che cos’è vita, ma al contempo difficile da dire e farne cifra “ma non questo affacciarsi sulla soglia/soltanto per saperla invalicabile/questa distanza che separa i petti/e rende così inutile l’abbraccio”. E ancora una Bellezza dostoevskijana ridotta ad ultimo dolore incapace di redimere il mondo, così Pasquandrea va alla ricerca delle cose e delle persone con linguaggio a volte crudo e sottilmente interiore, con accenni chirurgici pescati da un lessico che sembra non adatto alla poesia, che ricordano una visione del mondo cara a Bacchini, ma forte di una sua vera identità e consapevolezza di stile, con man capace riesce a portare il fatto d’ogni giorno verso quel limite, quel margine, che è esso stesso punto poetico e appoggio per sguardi più lontani. Una poesia che non ha bisogno del fatto naturale e chiaramente esplicito per farsi annunciare, ma che pone l’occhio sulle cose sottomano, attinenti e usate nel quotidiano per svolgere come un tappeto l’idea del tempo indeciso in cui si vive, come aver le gambe in mezzo al confine di questo e l’altro secolo. Ne testimoniano i rimandi e gli incipit, da De Angelis a Lowell, alle antiche scritte sulla pietra. Versi poi alla persona amata che sembra essere però troppo misteriosa per poterla completamente descrivere, così si accenna, si scrivono lettere. Poesia che se sembra nichilista non lo è in nessun modo, anzi con quella vacuità, quella soglia del margine, riesce a spalancare porte che ci buttano in un domani prossimo ancora fervido di speranza e germinato da nuove possibilità.

 

Fulvio Segato

 
 
 
 
La chair est triste

 
Le voci sono opache
oltre i muri del bagno
ultima Tebaide

 
conosci te stesso
la carne pallida allo specchio
lascia sfumare gli odori

 
rifletti per sei minuti sulla vecchiaia
fa’ agire il colluttorio per trenta secondi
cancella mentalmente le conclusioni.

 
 
  
   
Macchie

 
“Non vanno via” dice “rognose
sono ostili ai detergenti
e il trattamento rovina i tessuti.
Dovrò farle il sovrapprezzo.”
“Ma è sicuro che per forza? In fondo
il colore non è dirimente
e nemmeno la posizione rafforza
l’ipotesi”. E poi non dico:
quale sarebbe stata la traiettoria
quale la tangente alla pelle nuda
in uno di quei grigi compatti del crepuscolo
quando sei così prossimo alla rivelazione?

“Dia retta: vuole mica che non sappia
riconoscere il sangue?”. Non voglio:
ma lo stesso rifiuto di accettare
la perdita meglio pensare
che i fonemi guariscano le cesure
possano sempre suturarsi
che basti una sinalefe
o dell’acqua ossigenata.

  
   
  
 
Io non sono qui

 
Le ossa urtano i muri
per eccesso di visione.
È scuro fra di noi
come una lingua in attesa.
Ma dovrai dirmi tutto un giorno
invecchieremo con la faccia del primo incontro
io con l’angolo acuto degli zigomi
tu con gli occhi iniziati da bambina.
Una volta guardavo l’acqua
nel punto più trasparente
ha risuonato fortissima una pausa
ma non aspettavo nulla se non di allargare le penne
ad asciugare nella nebbia.
È il mio compito restare immobile
in attesa del verso.
Tu comunque non c’eri
e anch’io facevo di tutto per svanire.
Se ti trovassi un giorno a sfiorare la riva
potresti farti strada nelle mie costole
vedermi vuoto finalmente.

 
 
 
 
 
 

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