Ogni stagione ha per te la grazia del suo fiore – Roberta Ioli

Ogni stagione ha per te la grazia del suo fiore - Roberta Ioli

 
 
Tutto ha un nome
che si sceglie tra i doni della storia.
Propizia l’evento
nominare un amico, un ospite,
un padre lontano
 
eppure le cose si danno in un ordine
imprevisto, megaliti di un cerchio muto
o nubi veloci, narratori nella lingua dei sogni
imparata ogni notte e poi dimenticata.
 
 
 
 
 
 
I fiori ci insegnano la lingua del silenzio
ci osservano nel buio, con l’azzurro
del loro centro. Nei prati li contempli
o lungo il fiume, semina di bellezza che accompagna
i tuoi passi ripiombati nell’oggi
dopo il sale dell’esilio e le sue pene.
 
Ogni stagione, ogni evento del cuore
ha per te la grazia del suo fiore – su tutti
la rosa, madonna delle preghiere giovani.
Bruciavano i polmoni in quel mese di polvere e affanno
ma maggio ti ha tenuto in grembo e come figlia
ti ha consegnato al mondo. Un mondo fragile
senza il tuo ostinato candore.
 
 
 
 
 
 
Non abbiamo la felicità dei fiori
noi creature manchevoli
né la scienza dell’istante
come un falco o una lucertola sul muro.
 
Incisi da uno scalpello ottuso
siamo i muri di una vecchia cattedrale
siamo le arcate cieche verso il cielo
scorticate da un tempo che oggi
chiamiamo memoria.
 
 
(Roberta Ioli, Il confine dell’isola, LietoColle, 2018)
 
 

In questi testi Roberta Ioli ci mostra l’imprevedibilità degli eventi, il rapporto che l’uomo intesse con il loro mistero, e la relazione tra il suo linguaggio e quello dell’inconscio, del desiderio e della natura, con un tratto sereno e accogliente, senso del sacro e della fragilità creaturale.
Ogni cosa si manifesta a noi e viene compresa attraverso la nominazione (“tutto ha un nome”), che si definisce attraverso l’esperirla (“tra i doni della storia”) – e in questo procedimento è bene, al contempo, “nominare un amico, un ospite, / un padre lontano”, a fini propiziatori (la terminologia già porta nella dimensione del sacro, e inizia a definire il rapporto con i fenomeni ed il mondo).

Nonostante ciò, “le cose si danno in un ordine / imprevisto”, vengono paragonate a dei “megaliti di un cerchio muto / o nubi veloci” e a “narratori nella lingua dei sogni”: i fenomeni appaiono incontrollabili e imperscrutabili, un dono che può o meno manifestarsi, in assoluta imprevedibilità, e l’accostamento a elementi del rito e della natura (in un tentativo imperfetto di lettura e interpretazione del presente e del futuro) conferma il rapporto religioso con il mondo, nonché quello del linguaggio dell’uomo con quello delle cose, che si esprime nella lingua del sogno, in una dimensione “altra”, per quanto immanente, di cui si avverte la potente fascinazione.

Nel secondo testo i protagonisti diventano i fiori e la loro parola, questa volta “lingua del silenzio” (un ulteriore linguaggio da accogliere e comprendere), ulteriore espressione della natura e dei suoi fenomeni, essenziale e di orientamento, che ci osserva “con l’azzurro / del loro centro”. Tale dimensione appare di conforto, “dopo il sale dell’esilio e le sue pene”, come a dire che tentare la comunione e la comprensione della natura è necessario per orientare il presente (innanzi tutto) e il futuro; la riflessione sul tempo è confermata quando si ribadisce che “ogni stagione, ogni evento del cuore / ha per te la grazia del suo fiore”: il tutto è nel riconoscerla ed accoglierla, avendone cura e custodia. In tal modo sarà possibile essere “consegnato al mondo … fragile / senza il tuo ostinato candore”.

L’ultimo testo ricorda che l’uomo non possiede la felicità incosciente dei fiori (di nuovo simbolo della bellezza della natura, dei suoi fenomeni imprevedibili e del suo segreto immanente), perché condizionato dal peso del passato e dal timore del futuro, privo de “la scienza dell’istante” (e scienza oltre a conoscenza indica anche coscienza, consapevolezza piena) quella che ha, ad esempio “un falco o una lucertola sul muro”.

Lo “scalpello ottuso” della scienza “del passato” (si potrebbe dire, deducendo) rende gli uomini “muri di una vecchia cattedrale” con “arcate cieche” che si protendono al cielo senza vederlo, “scorticate da un tempo che oggi / chiamiamo memoria”, invece di saper accogliere, appunto, l’attimo, riuscendo prima di tutto ad essere le cose, prima che renderle oggetto di speculazione ed elaborazione, in monumenti del pensiero rivolti ad attimi che non esistono più, o non esistono ancora.

Certo, questo non è da intendersi come un attacco al senso della memoria, di cui la scrittura, in primo luogo, si fa portavoce – anche solo per quel che riguarda la memoria storica del proprio autore – ma come una riflessione su come l’uomo si distingua da ogni altra creatura del mondo per questa sua superficialità nei riguardi di quella “scienza dell’istante”, che consente di vivere in modo pieno e viscerale il presente, in armonia con quel “linguaggio del sogno”, proprio del mistero dei fenomeni, e quel “linguaggio del silenzio” dei fiori, che spesso parlano all’uomo di una bellezza che resta inascoltata, e finisce per sparire con l’attimo.

Mario Famularo

 
 
 
 

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