Occorre negoziare con l’orrore del nulla – Alessandro Salvi

Occorre negoziare con l'orrore del nulla - Alessandro Salvi

Promemoria

Occorre negoziare con l’orrore del nulla.
Con la debita distanza e cautela
avvicinarla e rendersela amica
questa fanciulla fascinosa, immensa.
Invitarla una volta tanto, dirle
una bella parola. Non la solita
amara, cinica
folgore che stride strazia corrode.

 

 

 

La bianca quiete della neve innerva
nuova linfa all’inverno. Come pagine
– densi si formano ai nostri occhi – spazi
lisci e lividi contorni di fredda
impassibilità di sguardi. Gelido
il crepitare ovunque del silenzio.
Aspetto e osservo
la geometria impeccabile del gelo,
lo zelo del sidereo suo corteo:
algidi fiocchi di stupore nevicano.
Naufragò in alto mare e poi s’annegò il cielo.
Non una macchina, non un passante:
solo orme, immobili e precarie.
Bianchi gli istanti dove i passi luccicano
e le parole tacciono o raggelano.

 

 

 

Ode all’inossidabile amore per la vita

Mentre spremiamo il frutto, inesprimibile
scorre il silenzio ovunque intorno a noi,
e le parole son nodi scorsoi
che ci usurano il fiato. Nell’afflato
di questo attimo sentiamo ogni atomo,
ogni minima particella, vivere.

 

 

 

(Alessandro Salvi, Santuario del transitorio, L’Arcolaio, 2014)

 

 

In questi testi, Alessandro Salvi ci offre una visione della precarietà del reale, della sua transitorietà, ma senza un particolare accento che si soffermi sull’ansia esistenziale, tanto familiare al pensiero e a certa poesia del novecento.

Piuttosto, egli tratteggia una percezione serena dell’impermanenza, trasfigurata nel mondo inorganico circostante, di cui in qualche modo facciamo parte, pur come rara e infinitesima eccezione vivente.

Un quadro armonico, pur se sostanzialmente indifferente, non vissuto con tensione di opposizione, da cui si solleva un certo sentire ieratico, quasi sacro, richiamato proprio nel titolo della raccolta da cui questi testi provengono, ovvero Santuario del transitorio.

Nel primo testo, con una personificazione, l’orrore del nulla diventa una fanciulla da avvicinare con la debita distanza e cautela, da rendere amicafascinosa, immensa. Come anticipato, non bisogna combatterla né fuggirla, ma dirle / una bella parolanon la solita / amara, cinica / folgore – l’invito è dunque quello di non stagnare nell’impasse nichilista, ma comprendere che i meccanismi che hanno portato a tale percezione della caduta di senso e di prospettiva sono anch’essi componenti naturali del reale, e come tali vanno affrontati, accolti, compresi, per tentarne un’integrazione positiva, costruttiva, o un eventuale superamento.

Nel secondo testo la bianca quiete della neve diventa simbolo dell’accennata dimensione sacra del mondo inorganico circostante. L’indifferenza dello stesso si concentra e viene ritrasmessa in lividi contorni di fredda / impassibilità di sguardi, e l’invito sembra quello a una comunione (piuttosto che un’opposizione, come si diceva) con la geometria impeccabile del gelo, con la sua bellezza provvisoria eppure complementare alla vita. Si evidenzia l’assenza di macchine o di passanti, in una natura assoluta: l’unica cosa a luccicare tra gli istanti bianchi sono i passi, e quindi la presenza, l’ascolto, dopo aver rinunciato all’istanza razionale della parola, che tace e raggela – accogliendo questa dimensione altra.

Come detto, questa composizione risulta serena e armonica, non configurando né una resa né un’opposizione negativa o conflittuale, e la chiave di possibilità di questo stare nel mondo è proprio nel testo finale, dove si ribadiscono alcuni concetti già affrontati in quelli precedenti: mentre spremiamo il frutto provvisorio dell’esistere, il silenzio del reale circostante quasi annienta il senso delle parolenodi scorsoi / che ci usurano il fiato. Eppure, in questo momento istantaneo di lucida percezione del mondo, se prestiamo attenzione sentiamo ogni atomo, / ogni minima particella, vivere.

In questa visione in cui essere e non essere sono indistintamente parte di una dinamica impersonale e condivisa, compenetrati in un’unica regola e dimensione, si sprecherebbero i possibili richiami al misticismo, al panteismo, al satori e quant’altro; ciò che conta però è che tale istanza, nei versi di Salvi, è vissuta come un richiamo naturale a qualcosa di autentico, come una possibilità spontanea e originaria di pacificazione con l’esistenza e il mondo, religiosamente accolto e accogliente, pur nel suo apparente orrore – che in fondo resta nelle parole.

 

Mario Famularo

 

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