Nessuno potrà sottrarsi alla rovina – Mary Barbara Tolusso


 
 
 
 
Si pensa sia frutto del caso
se il sentimento balza
privo di ogni incertezza.
Gli innamorati si amano senza
alcun merito. Nessuno più di loro
conosce l’evidenza e i loro occhi
vanno in coda all’infinito. I campioni, poi, vanno
ciechi su più strati, e contemporaneamente.
 
 
 
 
 
 
La notte fila liscia tranne
quelle sere che si cede al ricordo
che si dovrà morire su un letto come questo.
Allora penso a quello che dicono gli stupidi
che se c’è la morte io non ci sono. Ma
dal nulla nasce la paura, quando non vedi
non senti non pensi. Nessuna religione aiuterà
il danno dei vivi, feroce o silenziosa
nessuno potrà sottrarsi alla rovina. Dico al mio corpo
animale di stare fermo, di non pensare. Nulla
è più terribile più vero di questo tempo del ritardo, non c’è
luce per gli indifferenti, tutto l’amore non dato,
il tempo sprecato, niente che possa
destarmi dal sogno, io
                                  dove sono,
dovrei alzarmi andare a bere in compagnia, cercarti e dire:
Tu per me sei pelle, una morte anticipata,
insepolta, coagulata fino all’erezione.
 
 
 
 
 
 
Spoglio com’è d’ogni bene, nulla è più concreto
del corpo. Ed era quello l’accordo: spezzare
la ragione, andare pazzi per la gioia, assolvere
la misura del noto. Non ha un sentire obliquo
il corpo ma tessuti, muscoli, ossa, la consistenza
elementare della fine dove non potrai riscattarti dal sonno.
 
Non ha sogni, il corpo –
se capite ciò che voglio dire.
 
 
(Mary Barbara Tolusso, Disturbi del desiderio, Stampa 2009, 2018)
 
 
 
 

In questi testi tratti da Disturbi del desiderio la Tolusso tratteggia con lucidità il confronto netto tra la realtà animale della nostra fisicità corporale e l’inquietudine del pensiero di fronte alla provvisorietà transitoria della coscienza e alla consapevole incombenza del non essere, mostrando, prima del turbamento intellettuale, la paura della carne, e il suo rifugiarsi nella dimensione più concreta, nella materialità del gesto e del contatto fisico.

Nel primo testo si tratteggia un’immagine dell’amore delineata con ironico distacco: un sentimento al contempo “privo di ogni incertezza” e “senza alcun merito”, imprevedibile e irrazionale, pertanto, anche se indugia all’eterno e all’evidenza con slancio eroico, i cui “campioni” si dimostrano i più ciechi e i più abili a deformare la realtà. Di tutto si tratta, quindi, meno che di qualcosa su cui poter fare affidamento, ed è già indizio di un assoluto irrazionale che denota la nostra natura più animale, o meglio, una sorta di trasfigurazione dell’impulso istintuale nelle categorie mentali del sentimento e dell’idealità.

Continuando, appare il contrasto cui si accennava tra pensiero consapevole della propria transitorietà fisica e l’idea della dissolvenza: “dal nulla nasce la paura, quando non vedi / non senti non pensi” perché l’unica certezza è che “nessuno potrà sottrarsi alla rovina”, e nessuna panacea ideologica cambia questa evidenza, appunto, fisica. “Dico al mio corpo / animale di stare fermo, di non pensare”: la cosa da fare, piuttosto che indugiare sul “tempo sprecato” e “l’amore non dato”, è alzarsi, cercare compagnia, o l’altro a cui dire “per me sei pelle”, in cui annientarsi in una “morte anticipata”, apostasia del sogno che inganna, del pensiero terribile, e trionfo della realtà istantanea del corpo su quella eventuale (ma non evitabile) del nulla.

“Spoglio com’è d’ogni bene, nulla è più concreto / del corpo”, appunto. E questo è il patto per sopravvivere: “spezzare la ragione”, ricordare che la nostra natura più materiale è “tessuti, muscoli, ossa”, la promessa della fine già codificata nelle fibre cellulari, di un sonno da cui non ci si potrà riscattare. “Niente che possa destarmi dal sogno”  evidenziava il turbamento del pensiero nel testo precedente, mentre qui la Tolusso sentenzia “Non ha sogni, il corpo – / se capite ciò che voglio dire”.

E non sono parole che devono essere capite intellettualmente, ma comprese, letteralmente, nella carne, quella che sembriamo dimenticare troppo spesso in un mondo che è sempre più una proiezione mentale e idealizzata di ogni nostra pulsione, trasfusa in relazioni virtuali, in oggetti che sostituiamo con rapidità, in una frenesia animale appunto, che sembra però avere dimenticato la propria animalità corporale, la paura della pelle, e l’autenticità irragionevole del desiderio, i cui disturbi finiamo per subire, nell’illusione ossessiva di poterli controllare con il distacco della ragione.

 

Mario Famularo

 

 

 

 

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