Nello sterno sento pungere il rosmarino – Gianluca Del Prete

Nello sterno sento pungere il rosmarino - Gianluca Del Prete


 
 
Pomeriggio esule d’affetti
esco, mi fermo al soleggiato
scrivo pigri versetti,
anche il cielo sta a metà
come un lenzuolo steso
che sa di bucato.
 
 
 
 
 
 
Nello sterno sento pungere il rosmarino
nell’aria, o forse lo immagino
ora che scrivo
il mio corpo s’è risvegliato
come dopo tanto
il portone spalancato.
 
 
 
 
 
 
Fossero i miei bronchi
larghe sponde di fiume
un pomeriggio qualsiasi
andrei- senza un attimo
di fermo, a specchiarmi
nel Sole e nell’ombra,
con sete di foce
diventare io, vastità.
 
 
 
 
 
 
Giravo, preoccupato
di conservare le stelle in tasca
aspettandoti.
Non fu un arrivederci:
a volte passano come asce
mali così affilati.
Gratto i marciapiedi
nel buio corroso e scapestrato
mille incroci
e nessuno sembra il mio.
 
 
 
 
 
 
Mi commuovo pensando
al sangue di mia madre che scorre in me,
i suoi antenati panettieri,
la durezza di lupo
e la dolcezza sincera
quando sorride.
Una madre, specialmente se sola
deve puntare a questo:
un giorno il figlio piangerà
ricordando tutte le cure
l’amore, le tenerezze domestiche:
queste, dovrebbero plasmare l’uomo.
 
 
 
 
 
 
Febbraio gelido
nelle tue caviglie
vedevo la grazia,
mi stupiva qualche passettino che facevi,
mentre ondulavi la bocca
la riva era il tuo volto dorato,
nel mio petto si sfornava il pane.
 
 
 
 
 
 
Mi piaci così
Col maglione della mattina,
(oh luce grezza!)
quando ti svegli
e niente è calcolo,
e ti muovi pura,
gracile ciglio dei giorni,
che passano,
passano e ci trovano uniti.
 
 
 
 
 
 
Le linee del tuo volto mi aspettavano,
s’incrociano in te un naso familiare
un lido con groviglio di ricci neri a
difendere-
(ci andavo da bambino, forse.)
Ti penso con dolcezza agreste,
ti penso come si pensa
una mela
 
 
 
 

Gianluca Del Prete propone inediti attorcigliati ad una riflessione – condensata in testi della breve durata – e alle note di una voce accogliente e in crescendo (diventare io, vastità), seppur ancora a tratti timidamente acerba, che si mette alla prova in termini di ariosità (Fossero i miei bronchi/ larghe sponde di fiume). Si tratta di poesie che tentano di misurarsi non solo con le vastità spaziali che si piegano alla vita terrena, ma con gli oggetti e ciò che essi evocano o, per meglio dire, con la memoria che custodiscono (anche il cielo sta a metà/ come un lenzuolo steso/ che sa di bucato), (il mio corpo s’è risvegliato/ come dopo tanto/ il portone spalancato). Del Prete ricompone stati d’animo in versi, osservando quel che lo circonda in quanto giovane uomo, tuttavia in nome di ciò che è stata la sua infanzia. La femminilità percorre sinuosamente alcuni testi, sia che si tratti dell’intenso, rapido e scivoloso rapporto con una ragazza amata sia che si parli della figura materna, e qui bisogna fare dei distinguo fra madre-donna e madre-natura perché il comun denominatore fra le due tipologie maternali insiste sempre sull’elemento naturalistico, sulla comunione che si consuma attraverso la mimesi poetica in una comparazione fra umanità e natura. La tenerezza femminea è calore che germoglia nel cuore di un figlio, di un amante, si converte in nutrimento nella metafora del pane ed ecco compiersi il miracolo della sinestesia: la riva era il tuo volto dorato,/ nel mio petto si sfornava il pane.

Un elemento ossessivo, a tal proposito, è quello che congiunga un elemento naturale, aereo, vasto, ossia intangibile (l’aria e simili) ed un oggetto concreto, una componente che si può apprendere (sensorialmente) del paesaggio (rosmarino, sponde di fiume, foce). Tutto suggerisce un accalcarsi e ripiegarsi su di sé, soprattutto nel primo testo, dov’è ben presente l’allitterazione della “e”, accompagnata, in particolare, dalla presenza delle geminate (gg, ff, tt), proprio nel momento in cui si raggiunge l’apice dell’ariosità e dello spalancarsi all’altro-da-sé. L’io coincide con la vastità: Rimbaud docet: Io è un altro. Vastità, altro, dunque e nessuno, “niente è calcolo“.

Vernalda Di Tanna

 
 
 
 

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