Nazim Hikmet

Nazim Hikmet

 
 

Poesie d’amore di Nazim Hikmet (Salonicco 1902-Mosca 1963) è un long seller popolare, come è accaduto per pochi altri autori nel ‘900: tra cui Prévert e Gibran, Garcia Lorca e Neruda e Tagore. Di gradevolissima lettura, dalla prima edizione ha subito una sequela inarrestabile di ristampe in Italia (lo trovate negli Oscar Mondadori). Segno che la poesia d’amore, quando è bella, non ha età. Qui, poesia nata dall’incontro tra dolcezza orientale e moderna asprezza dei ritmi occidentali. Nazim Hikmet è stato poeta, romanziere, autore di teatro, saggista e giornalista. Durante gli anni Venti visse in Russia, dove entrò in contatto con le avanguardie. Rientrato in Turchia, per la sua opposizione al regime di Ataturk visse dodici anni in carcere, dal 1938 al 1950. Poi si trasferì a Mosca. Il nono paterno era anche scrittore e poeta in lingua ottomana, dove la maggior parte delle parole erano arabe o persiane. Il nonno materno era filologo e storico. Il padre era un diplomatico. La madre amava la poesia francese e dipingeva. Terreno di coltura, la famiglia, per lo sviluppo di un poeta. Poesie d’amore comprende testi di trent’anni: dal 1933 alla morte. Hikmet adotta infine un verso libero che al suo interno contiene elementi di perfetta metrica arabo-persiana e turca. Scrisse in turco, la lingua natia. Vi proponiamo un assaggio delle poesie di un’amore ancora giovane ed energizzante.

 

Pierangela Rossi

 
 
 
 
1948
 
Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s’affonda nell’acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà
 
anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell’arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi piano piano
i tuoi occhi marroni
dove brucia una fiamma verde
anima mia.
 
 
 
 
 
 
1948 Rubai
 
Il raggio è riempito di miele
i tuoi occhi son pieni di sole.
I tuoi occhi, mia rosa, saranno cenere
domani, e il miele continuerà
a riempire altri raggi.
 
Non mi fermo a rimpiangere i giorni passati
– salvo una certa notte d’estate –
e anche l’ultima luce dei miei occhi azzurri
ti annuncerà lieti giorni futuri.
 
Un giorno madre natura dirà: “Mia creatura
hai già riso, hai già pianto abbastanza”.
E di nuovo, immensa
sconfinata, ricomincerà
la vita, senza occhi, senza parola, senza
pensiero…
 
 
 
 
 
 
1949
 
Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.
 
 
 
 
 
 
Quest’anno
Varna 1952

 
Quest’anno quest’inizio d’autunno nel meridione
m’impasticcio di mare di sabba di sole
mi stropiccio all’albero
alle mele
come ci s’impiastriccia di miele.
La notte, il cielo ha un buon odore di semi
la notte, il cielo scende sulla via polverosa
m’impasticcio di stelle.
 
Io m’abituo, mia rosa,
io m’abituo
al mare alla sabbia al sole alle mele alle stelle
è tempo di andare
mischiato
al sole alla sabbia alle mele alle stelle al mare
 
 
 
 

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