Mito classico e Poeti del ‘900 – Bianca Sorrentino

È passato ormai qualche mese da quando ho scritto una piccolissima recensione a Mito classico e poesia del ‘900 di Bianca Sorrentino (Stilo Edizioni 2016). Libro che riprende l’antichità e la mette a confronto con la contemporaneità attraverso la voce di poeti novecenteschi che riscrivono appunto i miti. Ritorno a questo libro dopo aver letto un pezzo di Bauman (l’occasione in realtà è stata la frase di un caro amico particolarmente interessato al mito, Federico Rossignoli, che citava Adorno: non si tratta di conservare il passato, ma di realizzarne speranze) tratto da Micro-Mega del Novembre 2003 e che mi è parso particolarmente significativo:

La vita di Theodor Wiesengrund Adorno si estende tra i due periodi, separati nel tempo ma riuniti nella sua opera, di cui narrano le due storie.
L’opera di Adorno
unisce le due storie. L’idea di Adorno è che la seconda storia, per quanto diversa possa sembrare dalla prima, può essere compresa solo se la prima storia è completamente digerita. Il mondo raccontato dalla seconda storia può essere compreso solo se visto come il seguito del mondo descritto nella prima. Ciò non implica, tuttavia, che la prima storia determini l’imminenza della seconda. Di per sé, la prima storia non permette di dedurre la seconda. Potrebbe avere seguiti diversi. La Storia non era determinata a compiere le svolte compiute o a seguire l’itinerario seguito. Ma una volta raccontata, il mondo della seconda storia chiede a gran voce che la prima storia venga rivisitata e riconsiderata. La seconda storia rende non soltanto plausibile una revisione della prima, ma la esige. Le due storie hanno senso solo come dialogo. L’opera di Adorno è questo dialogo.
Adorno
separa le due storie attraverso l’atto della loro unificazione: il mondo descritto nella seconda storia costituisce un’opposizione radicale, la negazione del mondo raccontato nella prima; ma questa opposizione radicale viene presentata come l’esito dell’autodistruzione del primo mondo. Quanto più netta è l’opposizione, tanto più chiaro diventa il potenziale distruttivo (e, anzi, autodistruttivo) del mondo a cui si oppone. Per affrontare e contrastare l’opposizione con qualche speranza di successo, occorre scavare nel potenziale distruttivo che ha rivelato l’opposizione. Per usare le parole di Adorno, «non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze», speranze ormai messe da parte, dimenticate e forse perdute; e ciò è quel che ogni resistenza dovrebbe implicare necessariamente, dato che nel mondo ritratto dalla seconda storia «il passato continua come distruzione del passato».
Il passato tende a essere distrutto implacabilmente, sistematicamente rendendo così la redenzione delle speranze quasi impossibile, una volta che gli individui «si riducono alla pura successione di presenti puntuali, che non lasciano traccia, o le cui tracce sono per loro oggetto di odio, come irrazionali, superflue, e superate nel senso più letterale». Una volta che gli individui sono ridotti a questo, è improbabile che cerchino una sicurezza nella speranza, cioè in una causa che ha ancora bisogno di consolidarsi nella realtà. Come avrebbe notato Pierre Bourdieu alcuni decenni più tardi, gente che non ha nemmeno un minimo di presa sul proprio presente (e non ce l’ha, data la famigerata volatilità e informità dell’esperienza segmentata in episodi brevi e subito rimpiazzati) non può fare appello al coraggio richiesto per far presa sul futuro. Difficilmente considererà il futuro, notoriamente impenetrabile e capriccioso, come una cassetta di sicurezza abbastanza solida e durevole da immagazzinare e preservare i propri lasciapassare… Lo stato di precarietà, come dice Bourdieu, «rende incerto ogni futuro, e impedisce così ogni anticipazione razionale, e in particolare non consente quel minimo di speranza nel futuro di cui si ha bisogno per ribellarsi».
Attraversando episodi che non sembrano connettersi in una sequenza significativa, e meno che mai prevedibile, l’individuo è incline invece a «consegnarsi al collettivo: quale ricompensa per saltare nel “melting pot” gli viene promessa la grazia di essere scelto, di appartenere. Persone deboli e paurose si sentono forti se, correndo, si tengono per mano». Quotidianamente umiliato e frustrato, il narcisismo individuale trova un riparo nel «narcisismo collettivo»; una promessa di sicurezza che può essere soltanto illusoria e quindi è destinata ad essere frustrata, poiché la promessa di un’autostima mediata e compensatoria è avanzata dalla stessa collettività che condiziona l’ammissione alla resa o alla sospensione dell’individualità. Data la loro impotenza individuale, gli individui «si espongono a un grado insopportabile di offesa narcisistica se non cercano un’identificazione compensatoria con il potere e la gloria del collettivo».
La resa dell’individualità, continuamente recitata e reiterata, è in realtà l’atto (ripetitivo) in cui le mura degli ostelli pubblici che offrono riparo (per una o due notti) ai narcisismi individuali, vagabondi e senzatetto, vengono costruite e continuamente ricostruite. Solo la massa delle individualità smesse che vengono scaricate all’entrata fa sì che le mura dell’ostello appaiano sufficientemente solide e sicure da incoraggiare l’ingresso. I rifugi sono immaginati, ma essendo l’immaginazione una facoltà notoriamente capricciosa e volatile ci sono magre possibilità che un riparo resti a lungo un luogo ricercato da molti. I ripari immaginati sono tutt’altro che «naturali» o «dati». La loro vita è poco più che una successione di momenti di euforia; un miracolo di resurrezione quotidiana senza certezze di continuità… Proprio come coloro che vi cercano una sicurezza, i ripari vivono episodicamente. La loro fragilità (e anche la loro dubbia qualifica di garanti della sicurezza, visto che la sicurezza è una condizione che può darsi solo a lungo termine, in quanto include la durata tra i suoi tratti definitori) è nascosta soltanto dalla velocità e dall’opportunismo con cui la folla di quelli in cerca di un riparo corre da un rifugio a un altro, da un episodio di breve durata al successivo: dai capelli caramello a quelli mogano, o da un pedofilo restituito dal carcere «alla comunità» a un campo di gente in cerca di asilo progettato troppo vicino casa perché ci si senta a proprio agio.
Dagli individui le cui risorse individualmente controllate e gestite sono di gran lunga troppo scarse per riempire il volume necessario a separare la verità da una «mera opinione» con un qualche grado di sicurezza, la
communis opinio è avvertita come un dono divino. Li solleva dalle decisioni che non sono comunque in grado di prendere, e così toglie l’insulto dall’ingiuria e tiene lontano il sale dalla ferita. «Quel che è vero e quel che è mera opinione», afferma Adorno, è deciso «dal potere sociale, che denuncia come mero capriccio qualunque cosa non si accordi con il proprio capriccio. Il limite tra un’opinione sana e un’opinione patogena è tracciato in praxi dall’autorità prevalente, non da un giudizio informato».
Un limite, finalmente! In sua presenza, tutte le esitazioni spaventate si spengono e vengono messe da parte, e ora si sa dove è il dentro e dove è il fuori e come distinguere l’uno dall’altro, e si può provare a stare dentro tenendosi alla larga dall’inquisizione delle guardie di confine. Forse, soltanto forse, stare dentro fornirà quella sicurezza tanto desiderata ma fastidiosamente elusiva: chi perde non decide. Mentre per gli spiriti avventurosi la vista del limite offre finalmente qualcosa da trasgredire. Cercatori di sicurezza e dipendenti dell’avventura sono serviti in egual misura dagli esercizi dell’autorità. Non sorprende che uniscano le forze per fortificare il confine: su un obiettivo sono tutti d’accordo, e sono pronti a cooperare per ottenerlo, nonostante i loro molteplici antagonismi. E chi noterebbe il confine, o addirittura si genufletterebbe davanti alla sua saldezza serena e adamantina, se non fosse per i loro sforzi reciprocamente contraddittori, ma anche mutuamente indispensabili e complementari?

In questo lungo estratto emergono, fra i tanti, alcuni punti che trovo particolarmente interessanti in relazione a Mito classico e poesia del ‘900. Il primo: L’idea di Adorno è che la seconda storia, per quanto diversa possa sembrare dalla prima, può essere compresa solo se la prima storia è completamente digerita […] La seconda storia rende non soltanto plausibile una revisione della prima, ma la esige. Le due storie hanno senso solo come dialogo, e in questo indiscutibilmente ritroviamo le ragioni profonde del libro di Bianca Sorrentino. È anche vero però che Quanto più netta è l’opposizione, tanto più chiaro diventa il potenziale distruttivo (e, anzi, autodistruttivo) del mondo a cui si oppone. Per affrontare e contrastare l’opposizione con qualche speranza di successo, occorre scavare nel potenziale distruttivo che ha rivelato l’opposizione. In questo l’operazione di Bianca diventa a tutti gli effetti una critica al proprio tempo, un tentativo di sostanziale interpretazione alla luce proprio di quanto Bauman sottolinea di Adorno: non si tratta di conservare il passato, ma di realizzare le sue speranze […] il passato continua come distruzione del passato.

Una distruzione del passato che Bauman lega a una volta che gli individui sono ridotti a questo, è improbabile che cerchino una sicurezza nella speranza, cioè in una causa che ha ancora bisogno di consolidarsi nella realtà portando l’attenzione sul piano dell’individuo che, nonostante l’opinione comune, cede, delega la propria individualità: l’individuo è incline invece a «consegnarsi al collettivo: quale ricompensa per saltare nel “melting pot” gli viene promessa la grazia di essere scelto, di appartenere. Persone deboli e paurose si sentono forti se, correndo, si tengono per mano». Quotidianamente umiliato e frustrato, il narcisismo individuale trova un riparo nel «narcisismo collettivo»; una promessa di sicurezza che può essere soltanto illusoria e quindi è destinata ad essere frustrata, poiché la promessa di un’autostima mediata e compensatoria è avanzata dalla stessa collettività che condiziona l’ammissione alla resa o alla sospensione dell’individualità. […] La resa dell’individualità, continuamente recitata e reiterata, è in realtà l’atto (ripetitivo) in cui le mura degli ostelli pubblici che offrono riparo (per una o due notti) ai narcisismi individuali, vagabondi e senzatetto, vengono costruite e continuamente ricostruite. Sottolineatura che, proprio tra le pagine di Mito classico e poesia del ‘900, non può non farci toccare con mano tale resa dell’individualità nel momento in cui viene paragonata all’individualità della prima storia. Un’individualità che riconosceva il posto del singolo in una collettività che lo inglobava non soffocandolo, non manipolandolo come invece fa con l’individualità odierna (che ha come perno un consumismo sostanzialmente indotto, preconfezionato). Un’armonia che oggi purtroppo ritroviamo solo nel concetto di sacrificio personale (la morte in guerra o la morte per terrorismo).

L’elemento che trovo interessante in questa lettura combinata delle opere è che se è vero il concetto per cui il passato continua come distruzione del passato in realtà oggi non riconosciamo più un passato paradossalmente trasformando la frase di cui sopra in il presente continua come distruzione del presente dove i ripari vivono episodicamente. La loro fragilità (e anche la loro dubbia qualifica di garanti della sicurezza, visto che la sicurezza è una condizione che può darsi solo a lungo termine, in quanto include la durata tra i suoi tratti definitori) è nascosta soltanto dalla velocità e dall’opportunismo con cui la folla di quelli in cerca di un riparo corre da un rifugio a un altro, da un episodio di breve durata al successivo: dai capelli caramello a quelli mogano, o da un pedofilo restituito dal carcere «alla comunità» a un campo di gente in cerca di asilo progettato troppo vicino casa perché ci si senta a proprio agio. Libri come quello di Bianca Sorrentino ricordano quel passato così come ricordano l’esistenza di un individuo che non siamo più, e ricordano un altro elemento che Bauman sottolinea in maniera importante: Un limite, finalmente! In sua presenza, tutte le esitazioni spaventate si spengono e vengono messe da parte, e ora si sa dove è il dentro e dove è il fuori e come distinguere l’uno dall’altro, e si può provare a stare dentro tenendosi alla larga dall’inquisizione delle guardie di confine.

L’intero novecento è stato, storicamente e culturalmente, trafitto da un senso di onnipotenza, di mancanza di limite o dalla sua definizione in praxi dall’autorità prevalente. Il mito ci ricorda un limite più archetipico, più connaturato nell’essere umano e che in letteratura ha sempre macerato fior di poeti e scrittori (Nicola Vacca docet). Un limite invalicabile, inevitabile ma in qualche modo anche ignorabile. Un limite (ovviamente qui la definizione di limite si sta allargando ben oltre la citazione di Bauman) che nel mito era la natura umana di cui non avere orrore. Rabbia, gelosia, passione erano mattoni costituenti l’umano e si gestivano come tali. In maniera molto diversa da un oggi che tende a sopprimerli come non sociali, sgraditi, con l’unico effetto di creare una normalizzazione di mediocrità che in qualche modo diventano un compromesso tra la società (e la sua definizione di accettabilità sociale) e una natura umana che, a tutt’oggi, resta inevitabile.

Meravigliosamente inevitabile, straordinariamente inevitabile pur nella sua tragedia quanto nella sua luminosità. E in questo ci torna assolutamente puntuale Adorno quando dice che non si tratta di conservare il passato, ma di realizzarne speranze perché in Mito classico e poesia del ‘900 diventa un realizzare l’uomo sia a livello individuale sia a livello collettivo. In qualche modo la poesia questo lo sa da sempre e non a caso tutta quella stagione di poète maudit nelle sue diverse declinazioni geografiche diceva un’autodistruzione collettiva più che individuale. Uno sbattere contro quelle speranze del passato non realizzate, anzi soppresse. Ma che da qualche parte trovano sempre il modo di aprire una crepa e di ritornare in evidenza. Come l’acqua che si dice trovi sempre un modo di uscire dal luogo in cui è racchiusa (sia esso una montagna o un muro di casa), così l’umano, la sua speranza. La parola dei poeti in questo è lo strumento privilegiato per quel le due storie hanno senso solo come dialogo.

Il valore dell’operazione compiuta da Bianca Sorrentino è quindi nuovamente sottolineato e precisato dalle parole di Bauman: Secondo un’opinione corrente, a quanto sembra inaugurata da Jürgen Habermas e contestata solo da pochi studiosi di Adorno, e solo abbastanza recentemente, la risposta di Adorno a queste e ad altre domande affini è espressa al meglio dall’immagine del «messaggio nella bottiglia». Chiunque abbia scritto il messaggio e lo abbia messo nella bottiglia, sigillandola e gettandola in mare, non aveva alcuna idea di quando (se mai) e di quale marinaio (se vi sarà) scorgerà la bottiglia e la tirerà fuori dall’acqua; né se quel marinaio, quando aprirà la bottiglia e ne estrarrà i pezzi di carta, sarà in grado e avrà voglia di leggere il testo, di comprenderne il messaggio, di accettarne il contenuto e di utilizzarlo nel modo inteso dall’autore. L’intera equazione consiste soltanto di variabili ignote, e non c’è modo in cui l’autore del «messaggio nella bottiglia» possa risolverla. Al massimo, quel che può fare è ripetere con Marx: Dixi et salvavi animam meam: l’autore ha compiuto la propria missione e ha fatto tutto ciò che era in suo potere per salvare il messaggio dall’estinzione. Le speranze e le promesse che egli ha conosciuto, ma che la maggior parte dei suoi contemporanei non ha mai appreso o ha preferito dimenticare, non passeranno il punto di non ritorno sulla strada dell’oblio, ma avranno la possibilità di una nuova vita. Non moriranno con l’autore, o almeno non necessariamente, come avverrebbe invece nel caso in cui il pensatore stesso, invece di affidarsi a una bottiglia sigillata, si abbandonasse alla pietà delle onde. […] L’allegoria del «messaggio nella bottiglia» implica che vi sia un messaggio che valga la pena scrivere e inserire in una bottiglia; nella supposizione che quando venga trovato e letto, in un momento che non è possibile prevedere, valga ancora la pena estrarlo dalla bottiglia e studiarlo, assorbirlo e adottarlo. In alcuni casi, come quello di Adorno, affidare il messaggio al lettore sconosciuto di un futuro indefinito può essere preferibile al commercio con i contemporanei, considerati impreparati o indisposti ad ascoltare, e ancora meno ad afferrare e assimilare quel che hanno ascoltato: in questi casi, mandare il messaggio in uno spazio e in un tempo sconosciuti significa affidarsi alla speranza che la sua potenza abbia vita più lunga della trascuratezza attuale e sopravviva alle condizioni (transitorie) che hanno causato la negligenza nei suoi confronti. L’espediente del «messaggio nella bottiglia» ha senso se (e solo se) chi vi ricorre ha fiducia nel fatto che i valori siano eterni, crede che le verità siano universali e sospetta che le preoccupazioni che spingono alla ricerca della verità e alla difesa dei valori persistano. Il «messaggio nella bottiglia» è la testimonianza della contingenza della frustrazione e della durata della speranza, della indistruttibilità delle possibilità e della fragilità delle avversità che ne impediscono la realizzazione.

  

Di seguito la precedente recensione che avevo fatto a Mito classico e poesia del ‘900 di Bianca Sorrentino.

  
 
 
 

Recensione del 23 settembre 2016

  

Mito classico e Poeti del ‘900 di Bianca Sorrentino (Stilo Edizioni 2016) è un libro che avrò il piacere di presentare a Libri in Cantina Poesia sabato 1 ottobre. Un volume che fin dal titolo restituisce le due coordinate fondamentali del lavoro di ricerca che lo ha prodotto. Due coordinate temporalmente antitetiche che per scelta non comprendono ciò che c’è in mezzo, nei secoli tra l’era antica della mitologia e il ‘900. Una decisione che nel libro viene spiegata nell’introduzione: Il mito è la storia che l’uomo racconta a se stesso per dare forma al caos, è il tentativo di ricomporre il Senso sotteso al vivere, è l’urgenza di dare una risposta alle mille domande che attanagliano l’esistenza. Nella Grecia antica il bisogno di conoscere il mondo circostante ha dato vita a una serie di racconti che inizialmente sono stati tramandati esclusivamente per tradizione orale e in forma poetica: l’esattezza della poesia ha infatti il dono di conferire autenticità alle storie. […] Lo studio della ricezione moderna dell’antico è un campo estremamente affascinante: da un lato esso permette di riscoprire la pregnanza e l’attualità di storie comunemente ritenute troppo lontane, dall’altro consente di rivedere certi dettagli alla luce della sensibilità moderna.

Un’utilità del Mito che non a caso viene analizzata da un punto di vista novecentesco. Un’utilità a noi più prossima, più vicina alle nostre problematiche e contraddizioni. Il ‘900 è stata l’era dei totalitarismi, delle ideologie che hanno preso il posto della vita umana stessa, è stata l’era della velocità insostenibile, della ricchezza e del consumo di cui noi paghiamo il prezzo non tanto con una crisi economica quanto con una crisi della struttura stessa della cultura che il ‘900 ci ha consegnato. Bianca cita Brodskij nella frase un mito genera in ogni cultura il proprio portavoce e nel ‘900 soprattutto possiamo dire che tale ruolo diventa specifico per la poesia. Certo non la poesia a cui siamo abituati dai nuovi eccessi odierni, da quest’enorme fertilità di produzione che potremmo quasi definire (qui vesto un poco i panni dell’Editore facendo questa critica) un ammassamento consumistico che pretende un rumoreggiare continuo di sottofondo che in qualche modo auspica d’essere l’anomalia nel supermercato, in questo non-luogo di Augé senza rendersi conto che di fatto ne è uno degli elementi costituenti. La radio di sottofondo che tutti sentono mentre si fa la spesa ma nessuno ascolta veramente.

Bianca nel suo lavoro fa un’interessante riflessione sul legame tra mito e poesia con queste parole: Senza dubbio l’affinità che lega il mito alla poesia in un vincolo strettissimo deriva dall’etimologia greca del vocabolo e dal significato attribuito ad esso nel mondo classico: il mỹthos è la favola, il racconto costellato di elementi fantastici e, in quanto tale, opposto al lógos, il discorso razionale. Se già Erodoto e Tucidide considerano il mito una diceria priva di fondamento e che non prevede dimostrazione, Platone è il primo pensatore occidentale a esprimersi sul rapporto tra mỹthos e lógos, tra sensibile e razionale, tra opinione e verità scientifica. Tuttavia il filosofo ammette che, in taluni casi, è possibile ricorrere alle facoltà mitopoietiche dell’anima nel processo conoscitivo: talvolta infatti la razionalità non è sufficiente a raggiungere la verità, che può però manifestarsi attraverso il mito e la carica di autorevolezza conferitagli dalla sua antichità. Allo stesso modo la poesia, intesa nel ragionamento platonico come follia divina, frutto di uno stato di invasamento dionisiaco, si contrappone alla scienza: si tratta infatti dello strumento con cui è possibile rivelare una verità che sfugge a qualsiasi spiegazione di tipo logico-concettuale.

Va da sé che in un periodo come il nostro dove vanno di pari passo esaltazione dell’intelligenza umana e sua disumanizzazione, suo fallimento sostanzialmente a priori, parlare di visione poetica come interpretazione dell’uomo e del suo mondo in contrapposizione a un limite verticale della scienza assume quasi i connotati di una didattica, di un punto d’osservazione altro. Non a caso tale lavoro nasce all’interno di un progetto quale Parco Poesia di Isabella Leardini che fa dell’attenzione ai ragazzi il suo luogo privilegiato. E quando parliamo di una fascia giovane o molto giovane non possiamo prescindere da una natura didattica del lavoro.

  

Alessandro Canzian

  
 
  
 

Alcuni estratti del libro:

  
  

PILADE
E invece tutto torna indietro
Pier Paolo Pasolini

   
  

Le vicende della casa degli Atridi (…) vedono la rassicurante presenza di Pilade, cugino di Oreste e suo inseparabile amico, che incoraggia il figlio di Agamennone con le sue esortazioni. Tuttavia nell’età antica il suo ruolo è sempre stato considerato di secondo piano, tanto che nell’Elettra sofoclea egli resta addirittura muto; soltanto nel ’900 da personaggio minore egli assurge a protagonista. È Pier Paolo Pasolini, tra il 1966 e il 1970, a dedicargli la sua prima tragedia. (…) «Ma chi era Pilade? / Chi di noi può dire, veramente, / di averlo conosciuto?» – si domanda il coro, e noi con lui. Senz’altro l’alter ego di Pasolini: l’unico, cioè, in grado di scorgere, nell’illusorio sviluppo apportato dal culto della ragione, quel finto progresso di cui il boom economico del secondo dopoguerra si è fatto latore. Quella «furia di crescere» che contraddistingue l’apparente buongoverno di Oreste non è altro che uno specchio del consumismo americano che ha contagiato l’Italia a partire dagli anni ’60. In un’atmosfera del genere, il lavoro dell’intellettuale resta dolorosamente inutile se non sa trasformarsi in azione politica. Oreste è convinto di saper interpretare il reale e ne nega la complessità, riducendolo a «una via indicata una volta per sempre», mentre Pilade-Pasolini non sa rinunciare alla contraddittorietà e col suo teatro di parola ci insegna che «la vita ha sempre mille vie».

  
  
  
  

Estratto da Pilade

  
 
E invece tutto torna indietro.
La più grande attrazione di ognuno di noi
è verso il Passato, perché è l’unica cosa
che noi conosciamo ed amiamo veramente
.
Tanto che confondiamo con esso la vita.
È il ventre di nostra madre la nostra mèta.
La ragione di Atena che non conosce il ventre
materno, né le perversioni che nascono dalla nostalgia,
né la fatica mortale dell’affrontare ogni azione,
è scesa, è vero, nel tuo spirito
e l’ha fatto strumento di sé:
ma il tuo spirito torna indietro.
È riguadagnato eternamente da ciò che ha perduto.
Tu le Furie non le vedi
perché ti son troppo vicine.
[…]
Tu credi di guardare con gli occhi sgombri della Ragione
e guardi invece con gli occhi miopi di chi ha il potere.
E allora, appunto, il tuo mutamento è un regresso,
il tuo avanzare
un trascinarti per una via indicata una volta per sempre,
mentre la vita ha sempre mille vie.
   
P.P. Pasolini

   
  
  
  

 

PENELOPE
Chiameranno lui coraggioso
Dorothy Parker

   

La mentalità arcaica sottesa ai poemi omerici ci ha consegnato due figure, opposte e complementari, che per secoli hanno forgiato la nostra immaginazione: da una parte, quella del marito valoroso – che parte per la guerra e vive appieno la sua storia, senza rinunciare ad alcuna avventura – e, dall’altra, quella della moglie fedele che lo aspetta per vent’anni. Penelope è la sposa che, alla partenza di Ulisse, assume su di sé la gestione della casa e, allo stesso tempo, deve fare i conti con le pretese dei Proci, i quali sconvolgono l’equilibrio della corte con lascivi banchetti e insistenti richieste di matrimonio. (…) L’immagine femminile che il poeta greco tratteggia, dunque, non è assolutamente piatta; per qualche motivo, però, il tempo ha fatto sì che nell’immaginario comune si imponesse la visione di una moglie che, in nome di una dedizione cieca, vive di privazioni, in attesa di un marito avventuriero e per di più fedifrago. Le rivoluzioni socio-culturali che hanno luogo nel ’900 segnano inevitabilmente il riscatto di Penelope (…). In particolare il componimento di Dorothy Parker (tratto dalla raccolta del 1936 Not So Deep as a Well) getta una luce davvero insolita sull’episodio. (…) La moglie di Ulisse è una donna che prova un fortissimo desiderio di vita, ma che sceglie consapevolmente di sacrificarlo in nome di qualcosa di più alto: le negazioni che si impone sono sorrette dall’incrollabile speranza del ritorno. Fedeltà, lealtà, castità non denotano allora mancanza di carattere, anzi sono il segno che la decisione presa è un atto di libera volontà compiuto con la massima convinzione. La dignità estrema di Penelope si coglie nella frase finale, lapidaria («Loro chiameranno lui coraggioso»): Dorothy Parker, facendo ricorso al suo proverbiale sarcasmo, ci suggerisce che, sebbene sia stato Ulisse a passare alla storia per il suo valore, è sua moglie ad aver avuto il coraggio dei sentimenti, poiché scegliere una vita fatta di attese richiede senza dubbio una forza d’animo impareggiabile. Chi resta accetta le distanze, i tempi dilatati e le trappole di un mito che imprigiona.

  
  

Penelope

   
Nel cammino del sole,
          nella direzione della brezza,
dove il mondo e il cielo sono una cosa sola,
          lui cavalcherà i mari d’argento,
          lui fenderà l’onda scintillante.
Io starò seduta a casa, a dondolarmi;
mi alzerò, per dar retta al vicino che bussa;
preparerò il mio tè, e disfarò la mia tela;
candeggerò le lenzuola del mio letto.
          Loro chiameranno lui coraggioso.
   
Dorothy Parker
traduzione a cura di Bianca Sorrentino

   
  
  
  

 

ENEA
Non si trasportano altrove radici
Maria Luisa Spaziani

   

Talvolta persino il mito deve piegarsi di fronte alle esigenze di chi scrive e il passato glorioso cantato dalla Storia viene paradossalmente schiacciato dalla dirompente carica emotiva di storie minori: esse potranno forse sembrare insignificanti agli occhi di un lettore distratto, ma in realtà sono impreziosite da dettagli che hanno una portata universale e che, in tal senso, trascendono la vicenda individuale del poeta. Ciò è particolarmente evidente ne L’ultima notte del Soratte, lirica struggente composta da Maria Luisa Spaziani e contenuta nella raccolta La stella del libero arbitrio (1986). Quella che l’autrice offre non è una rilettura del mito, bensì un’occasione per confrontarsi con esso: il richiamo alla classicità è funzionale al suo discorso poetico, dedicato a un avvenimento molto privato, la perdita di sua madre. È questo l’unico motivo del suo canto e non è un caso, quindi, che in un componimento di cinque strofe il riferimento a Enea sia relegato all’ultima: Maria Luisa Spaziani non si ripropone, infatti, di dar voce all’eroe troiano, ma di ergerlo a termine di paragone rispetto alla sua storia personale. (…) Al peso che sembra schiacciare l’anima senza possibilità di scampo fa da controcanto un’inaspettata leggerezza: lo suggeriscono le nuvole e le stelle che si accendono, ma ancor più i gesti gentili e lievi, come i doni e i messaggi che la poetessa sa riconoscere dietro ogni piccolo segno. Di fronte ai due simboli di gravitas presi in prestito al mondo classico, Enea e Caronte, l’autrice rivendica un suo spazio di levità: questa sarà l’ultima notte in cui il fardello del ricordo potrà curvare i suoi tralci. Chi parla non è un eroe del mito, ma una donna in carne e ossa, che ha bisogno di liberare al vento le ceneri del passato per tornare a respirare leggera.

   
  

L’ultima notte del Soratte

  
I
  
Il roseto respira leggero
accanto alla finestra degli addii.
Ignora, da innocente, il tradimento.
È in vendita la casa.
Non si trasportano altrove radici.
Nemmeno, forse, l’anima.
Nove boccioli nuovi si preparano
rossi, per il nuovo padrone.
   
  
 
 
II
  
Nell’ultima notte della casa
il tronco dell’abete è puro argento.
Eppure non c’è luna, non c’è luna.
Di forza interna le scaglie scintillano.
Anche il Soratte sembra puro argento.
Fra gli ultimi gigli e le fiorenti ortiche,
io sola opaca, fiore mancato,
fantasma con valigie.
  
  
 
 
 III
  
Mi avveniva di accendere il camino
pensando a lei nel freddo della tomba.
Anche le stelle mi sembra di accendere
perché ovunque si trovi la rischiarino.
E ogni giorno lei mi contraccambia
piccolissimi doni.
Il pettirosso giunto questa notte
porta messaggi in codice.
   
  
 
 
IV
  
Anomali vascelli queste nuvole
Senz’ancora né ciurma.
Esagera il poeta le metafore.
Sa che portano altrove.
La rosa ha cento palpebre, sappiamo.
Dopo Rilke è difficile dirlo.
Ma non sapevo che per tante palpebre
centuplicato risultasse il pianto.
  
 
  
 
 V
  
Caronte pesa l’anima dei morti
e anch’io ne so il peso:
quello che curva questa notte i tralci
dell’ibisco piantato da lei.
Io le avevo promesso, come Enea,
di rifondare la casa perduta.
Meglio affidare i penati e le ceneri
alla pietà del vento.
   
Maria Luisa Spaziani
   
  
 
 

 

In ultimo mi piace inserire uno scritto che Bianca Sorrentino pone in chiusura del libro, una sorta di post-scriptum molto personale. Sostanzialmente una lettera.

  
  

TI LASCIO UN SACCO DI PAROLE
nota dell’autrice

  

Sempre in cerca di parole e di immagini che portino scritto ‘più in là’, ho fatto della letteratura e dell’arte una ragione di vita: chi a tre anni recita visceralmente i celebri versi di Quasimodo «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera» è segnato per sempre. Non ho potuto fare a meno di laurearmi in Filologia, letterature e storia dell’antichità, con una tesi comparatistica sulla ricezione shakespeariana delle fonti classiche.

Sempre in bilico tra la nostalgia per luoghi e tempi altri e la sete della Vita che aspetta, mi sono divisa tra teatro e didattica: al 2006 risale il mio timido esordio sulle scene, cui hanno fatto seguito anni indimenticabili di pratica del palcoscenico; ugualmente memorabile resta per me il lavoro costante con i ragazzi che ho seguito nel loro percorso educativo.

Nel 2013 ho lasciato l’amara terra mia, l’amara e bella Puglia, e sono volata in Irlanda, la mia seconda patria, che mi ha regalato un anno ‘intenso, libero, mio’ come assistente di lingua italiana in un college dublinese e come inaspettata tanghera. Innamorata dell’isola color smeraldo, ma fermamente decisa a tornare in Italia, mi sono momentaneamente trasferita a Roma: temprata da un anno di studi presso la Business School de «Il Sole 24ORE», con un diploma di Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali ora mi occupo di progettazione europea.

Nella mia stanza, le parole degli altri e i miei istanti stupiti. Lontani, i miei sempre nel mai: chi mi ha dato questa pelle che è bianca e non vuole il colore; 156 157 chi volteggia leggiadra e condivide con me il mare, il cibo, i pensieri; chi ama i tulipani e vive di abbracci.

In questa stanza e in quelle che verranno, i fotogrammi che tengo per me: la luce gialla delle notti pugliesi; gli alberi tinteggiati d’autunno sulle colline di un altrove che sento mio; le osterie vuote, piene dei nostri sguardi; i chilometri fatti di parole; le radure che si aprono, a mostrare le valli illuminate e le piccole vite della gente; i nostri silenzi sopra di loro e, sopra di noi, le stelle; il profumo di buono; le mani, nude di aspettative e pregiudizi.

Canterò finché mi basta il cuore e, se non mi basta il cuore, canterò con il tuo cuore.

   

Bianca Sorrentino
  
  

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