Melania Panico

Bozza automatica 308
 

Michele Paoletti intervista Melania Panico

 
 

Non siamo mai preparati, mai abbastanza. Ai figli che crescono, agli amori che finiscono, agli addii. Il mondo ci sfugge da sotto gli occhi, lasciandoci con un pugno di polvere e le solite poche domande sempre senza risposta. Quando la fine è annunciata, come si intuisce in questi testi di Melania Panico, dovremmo essere pronti al distacco, a ripartire. Eppure anche il muro di fronte chiede tempo, la canzone che risuona nella testa è sempre la stessa, – ancora la stessa, verrebbe da aggiungere. Restano gli oggetti, un gingillo d’oro, una rosa, il carillon della nonna, strumenti con cui misurare il tempo trascorso, certezze concrete di un passaggio, di qualcosa che c’è stato in un momento preciso della nostra storia. Poi arriveranno le solite stagioni, l’aria a premere sui bastioni alberati, agosto sui cuscini a fare da contrappeso al nostro vuoto, a spingere il dolore un po’ più in là.

 

Come nascono le tue poesie?

Le mie poesie nascono per sfinimento. Cioè a un certo punto sono sfinita io e sono sfinite loro. A un certo punto le poesie diventano indipendenti da me: decidono che vanno bene così perché non ne possono più di essere lavorate. Fare poesia per me significa mettermi continuamente in discussione, sentirmi nulla in confronto ai maestri e continuare a sentire che devo fare di più. Ma non la considero una cosa negativa. Fare i conti con se stessi è il dramma della nostra contemporaneità.

Diciamo che quando penso alla poesia penso sempre a quello che avviene dopo il momento dell’ispirazione, ovvero quel lungo lavoro di riflessione e limatura a cui tengo tanto e che mi contraddistingue (almeno nelle intenzioni, non so nella resa ma questo è un altro discorso).

Questa severità che ho con me stessa la applico anche alla lettura delle poesie degli altri. Sì, lo so. Sembro un cecchino, mi rendo conto.

 

Questi testi sono tratti da una raccolta inedita dal titolo Non ero preparata. Ce ne vuoi parlare?

Non ero preparata è un libro a cui tengo tanto. Forse troppo. Lo so che si dice così per ogni libro che sta per nascere ma lo credo davvero. Ci tengo perché è nato quasi in contemporanea con il mio precedente, Campionature di fragilità (LVF, 2015), nel senso che ho cominciato a scriverlo quando stavo per pubblicare il precedente quindi ho visto l’evoluzione delle cose mentre si evolvevano e questo mi sembra un fatto interessante. Se dovessi guardarlo da esterna – cosa molto complicata ma ci provo – direi che Non ero preparata è un libro molto “coscienzioso” e molto diverso da Campionature. Il verso è molto meno posato, in cui gioca un ruolo fondamentale l’imprevisto. E la forza primordiale dell’imprevisto.

 

Credi che la poesia sia una forma di dono verso l’altro?

So rispondere solo citando una parte della lettera di Paul Celan a Hans Bender:

Le poesie sono doni. Doni per chi sta all’erta. Doni che implicano destino.

 

Si avverte una componente autobiografica in questi testi. Scrivere di qualcosa che ci riguarda, di un evento che ci ha coinvolto può consentirci di prendere una distanza? Può consentirci di cambiare il nostro sguardo sul mondo e sulle cose?

In realtà non c’è una componente autobiografica in questi testi o meglio non è la componente autobiografica la cosa che mi interessa mettere in risalto o quello che cerco dalla poesia. Mi spiego: non mi interessa – anche quando leggo poesia in genere – l’evento scatenante o cosa abbia coinvolto l’autore nella scrittura di quel determinato testo. Mi interessa la resa. Non sono interessata agli episodi della vita dell’autore, ecco. Come è anche vero, d’altra parte, che ogni autore prende spunto da cose della propria quotidianità, dalla propria percezione della realtà, questo sì. Detto questo, non credo che parlare di un evento che ci ha coinvolti possa aiutare a prendere distanza, anzi. Credo che possa aiutare a rielaborarlo e quindi ad avere uno sguardo diverso, più maturo, più onesto senza necessariamente creare una distanza.

 
 
 
 
La nostra questione è stata la luce
poi le mani poggiate sul tavolo a morire
e nella testa sempre la stessa canzone.
Si è alzato il vento, di cosa vogliamo parlare?
di cosa dobbiamo parlare?
Del perché non ci sia un altro posto
dove andare a parare, raccontare la storia
la nostra fine:
anch’io sto diventando altro
la bocca un po’ aperta e niente da dire.
Siamo andati via ti ho preso il braccio in stazione
come in un film.
E dire che anche gli addii si possono fingere.
 
 
 
 
Nella sabbia bianca
le pietre della nostra stanza
sono le pietre della storia
le aquile sul pendio laggiù
gridano un nome
le sillabe le separiamo nella bocca
come terra da masticare
poi all’improvviso è la sentenza,
consanguineità
che preme sulle azioni.
Troppe cose abbiamo lasciato alla mattina
troppe sul tavolo della colazione – di sfuggita
un gingillo d’oro, una rosa, il carillon della nonna
il grande libro della nostra famiglia
il segreto.
Lo sai, con te sono stata catena
ora sono roccia scavata.
 
 
 
 
L’aria già preme sui bastioni alberati
sulla grondaia illuminata
agosto sui cuscini
così mi accerto di tutto
il vuoto le scogliere la riga sugli occhi
poi l’alba, qualcosa come un pensiero inosservato.
So quanto costa mantenere il bianco
ma cos’è questo arrendersi sul viso?
 
Anche il muro di fronte chiede tempo.
 
 

Le poesie sono tratte dalla raccolta “Non ero preparata”, di prossima pubblicazione.

 
 
 
 

Commenti