Maria Pia Quintavalla

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Michele Paoletti intervista Maria Pia Quintavalla

 

Si vive in un’eterna circonvallazione procedendo in cerchi sempre più stretti incapaci di comunicare, di ascoltare. Intorno a noi altre vite, altre navi che ci schivano senza neppure un cenno di saluto. Sembro una nave già affondata recitano i versi carichi di smarrimento di Maria Pia Quintavalla. Parole inquiete che cercano una musica da inseguire, una rotta per riprodurre un senso suono della vita, consapevoli tuttavia della sconfitta. Mentre in sottofondo sferragliano i treni e i tram, il cui destino è quello di non incontrarsi mai, seguendo rotte già tracciate, immutabili.

 
 

Cos’è la poesia per lei? Come nascono i suoi testi?

Credo che soltanto un angelo saprebbe spiegare (a me stessa, prima di tutto!) cosa è la poesia, ma, nel lasciarla agire, nel cercarla, o nel coltivarla, io stessa ne entro a fare parte, a “come” opera, vi ri-appartengo ancora. Al movimento che essa fa e che nasce, dalla materia stessa della vita, e che resta ignoto. Quando sono stati i poeti a parlarne, si dissipa l’ imbarazzo, ti appoggi. In Dante, In Montale, in Leopardi, possiamo parlare del dettato interiore, di concrezioni bio chimiche e spirituali contingenti ma universali: è lì la Musa ?

Dopo silenzi cumulati, dopo sequenze di fatti che si impennano in sé, o nella storia, anche, rivelando piccoli angoli di penetrazione nel fitto bianco che sta prima e dopo la parola; dopo che azzittiti gli assordanti rumori del mondo, si allineano frasi, versi, come pensieri allineati, pronti all’orecchio, e in musica (ad alta voce, essi dettano, noi annotiamo). Una volta Andrea Zanzotto, parlò di motus affettivo che premeva il corpo, legando psiche e soma per spiegare l’ispirazione.

Vari versi, nei miei libri, lo fanno. In Estranea canzone la nomino come “quello foco”, “un’onda”,  “un ricciolo”, “zolla, “scarpe della vita” poi “oscure gesta, sensazione” “mare, la forma al centro “, sempre scampando le “canzoni ammobiliate”, le “voci affittate”, un veleno alla “esatta dizione del mondo “.  Ripenso ad altre immagini o metafore disseminate: “un idealismo pensiero “, “fiaccola concreta”, “malattia come cambiamento”, “i sogni, i sempreverdi”, “eterei coiti” e ancora “Al mare la quintessenza dell’inchiostro”, “sottomarini a noi stessi”, eccetera.

 

É uscita recentemente per La Vita Felice ed. la raccolta Vitae. Racconti, “libro composito” come lo definisce Giuseppe Marchetti nella sua prefazione, in equilibrio tra prosa, poesia e autobiografia. Ce ne vuole parlare?

Escono da un affollamento nel cuore, che si dirada e diventa coro: che fu un’autobiografia di tutti, che furono storie, personaggi, in uno spazio che è Milano, e in un tempo che furono gli anni ottanta e novanta milanesi. Vocazioni già proprie alla mia poesia, si confermano: dai cantari alle gesta, ai monologhi lirici (benché contratti, come nel rap Mi piace lavorare) fino alle biografie romanzate (della madre China o di personaggi storici parmensi). Sempre col pedale dello stupore, e della sete di verità che in quegli anni fu l’humus intimo alla narrazione.  Vite di uomini illustri e non illustri. Vita di una donna e delle sue utopie storiche. Un passaggio epocale, il parlare della vita, e delle vite. Le guerre e la pace, che ho visto.

 

Vitae racconta anche dei numerosi incontri con grandi poeti del passato: Antonio Porta, Giovanna Sicari, Nadia Campana. Cosa è cambiato oggi? Esistono ancora i cosiddetti maestri della poesia, grandi poeti a cui fare riferimento?

Quel mondo è scomparso, scomparsi come padri, inoltre celibi di figli. Alcuni, a fianco di un’ altra orizzontale famiglia, quella dei nipoti che ne ha preso il posto, in un archivio postmoderno. Parte rilevante avrebbero potuto segnare i figli come segnalinee di altri modi e mondi, persi in una resa senza condizioni, nell’auto distruzione, o in apparenti obbedienze. Rimasti dentro il desiderio -dissidio edipico, senza avere cambiato le regole del gioco. Mentre i cosiddetti “nipoti” sono eletti eredi senza sapere della genealogia di poetiche, in una visione del mondo dove l’oggetto poesia è disarmato, un mondo di monadi dove le ideologie e le religioni confluiscono spesso nel narcisismo puro, sublimato o in competenze parcellizzate, inattaccabili, alla ricerca di pseudo conciliazioni. A questo humus omologato, si affaccia il contrappunto di poeti e critici giovani, inventivi, vitali e acuti, esposti e aperti al presente, al suo futuro-passato.

 

Tra i numerosi eventi che ha ideato e curato c’è il convegno nazionale Bambini in rima / la poesia nella scuola dell’obbligo (Ass.to Comune di Milano, 1985 – Atti su Alfabeta 1986) frutto di un’altra passione: la pedagogia della poesia.

Da tempo incalcolabile la nostra non è una società per la poesia, proprio per questo Essa è diventata medicina di bellezza e di libertà, di connessioni con il suo fare dentro la lingua, come poiein, appunto; che non entra nel valore di scambio della parola e che non denota il mondo. Dallo scarto a restare nascosta, e semi-autistica nel libero mercato, globale e del primato dell’economia, ecco che l’emersione della parola sbalza fuori dal silenzio, e del non detto, avviene.

É contagio di uno scarto di pensiero che modifica in una lingua inedita, in una grammatica sul campo il linguaggio, per dire l’Altro, oltre il reale e che può svolgere un’autentica funzione educativa.

Certo che la scuola e i media possono giocare un ruolo grande nell’alfabetizzare alla poesia; i docenti, specialmente. Ma chi li prepara ?

Negli anni ottanta e novanta portai un progetto,”Poesia del Novecento” nelle scuole superiori di Parma destinato in successione agli studenti. Dieci anni prima me ne occupai con un convegno: “Bambini in rima / La poesia nella scuola dell’obbligo”, ideato su come e su cosa insegnare, nel fare poesia, nella officina di lettura. Non scordiamo che nei Nuovi programmi della scuola dell’obbligo, nel 1985 era prevista la poesia tra gli alfabeti di base, a lato dell’informatica.

Aggiornavo i docenti della scuola dell’obbligo, con i corsi, dopo averla insegnata come maestra (gli anni più belli con i bambini!), ma intanto ne scrivevo dispense per i docenti: fatte per metà di riflessioni teoriche-didattiche, e di dispense sui poeti italiani del secondo Novecento. Queste lezioni tipo sono state tutte pubblicate con L’Educatore Italiano e la Fabbri, per un decennio circa.

Aiutavo anche le laureande, presso l’Università Cattolica di Milano, (Prof. Scurati); pareva volessimo prepararci a questo ritorno, di alfabeti della verità e dell’interiorità, umanistici, contro quelli dell’ esteriorità e dell’esattezza, già imperanti nel sociale, e votati al falso mito del progresso infinito, di “superfetazione tecnologica”. Come lo ebbe a chiamare Andrea Zanzotto nel saggio dove presenta la mia poetica, (e il relativo periodo storico) su Nuovi Argomenti (1990 e 1995), con la genialità che gli era abituale.

 
 
 
 
Sono una nave libica
 
1)
 
Sono un nave libica migrante
in rotta,
la sembro e vedo mentre mi parlano
qui dentro il tram serale,
code di cavallo rinverdite da mèches
e mi scuotono,
 
davanti ai gesti che parlano nel tram;
e i tram corrono circolarmente
su circonvallazioni eterne
di periferia.
 
Ero una vita in tram, ero una donna in treno
e troppe vite insanamente,
chi spezzate, chi incapaci
a parlarsi, sordo mute.
 
 
 
 
Ero una nave libica sferzata,
ogni giorno e ogni notte a viaggiare
rifuggendo – e poi morire.
 
fiato di molle rabbia, ragionate storture
dei frutti del controllo
sulle vite trattate, e poi vendute
come la mia, migrante.
 
 
 
 
2)
 
me le vedo dalla cucina,
vedo di già rinchiudersi la voce
sulle mie mani piene, piccole
foci di scrittura
protese su le Silenziose
 
per una vita di periferico abbandono,
io tradotta, di melma e nulla
sgranata forma del mio nulla,
e della cenere di ognuna
che non guarisce
 
le stelline della sconfitta e della fame
chiuse in bocca
come negli scafisti la moneta
derubata la notte prima ai morituri,
si chiude il rapido segreto.
 
 
 
 
Sembro una nave già affondata
 
da anni senza più pensiero senza
sue parole, senza il suo cuore fluido
e accativato, nero
 
incattivito senza un piano bar
una musica un silenzio dove
nelle formate storie riprodurre
 
un senso suono della vita.
 
 
 
 

É in uscita il libro Quinta Vez per i tipi di Stampa2009 (NdR).

 
 
 
 

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