Mancanze – Alessandro Fo

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Quest’anno è uscito, per Einaudi, Mancanze di Alessandro Fo. Libro che devo ammettere avevo già letto questa estate ma non mi aveva colpito, né convinto. A riprova di un fatto: la poesia non mette alla prova solo l’autore, ma anche il lettore. Riprendendo infatti in mano il libro oggi ho ritrovato il piacere e lo stupore per una poesia densa di storia ma priva del suo peso (oltre ad aver provato l’immenso piacere di leggere che la gloria è un dono degli dei, ma non è il fine della poesia; solo i cattivi poeti considerano la gloria il loro fine, citando La morte di Virgilio di Hermann Broch). Perchè dentro questi versi si sente tutta la sapienza virgiliana, dantesca, che senza dubbio l’autore possiede (non serve citare, tra le altre cose, la traduzione di Fo dell’Eneide, sempre per Einaudi). Una poesia che non vuole dare pugni nello stomaco come tanta altra parte di letteratura né vuole fotografare stati sociali o esistenziali degradati o meno che siano. Né vuole esprimere una qualche altra emozione se non una sorta di pace dell’essere nel mondo, così complicando le cose nel cercare di definire cosa si intende per mondo.

Partendo dal titolo, Mancanze, l’autore stesso in nota ammette che si tratta solo di un ripiego per incontrare il lettore, frutto di una rivisitazione (forse) editoriale più che di un’intenzione autoriale. Queste le sue parole: Sarà avvenuto al lettore di incontrare talvolta, in qualche edizione di antichi poeti, l’appunto dell’editore che segnala come qualcosa si sia perduto (e, in quel caso, resti ‘desiderato’): reliquia desiderantur, vale a dire “il resto manca”. Questa raccolta si intitolava originariamente così. Poi, molte levate di scudi contro un titolo difficile da comprendere e ricordare, se non perfino da pronunciare correttamente – nonché troppo somigliante al Composita solvantur di Franco Fortini, pubblicato in questa stessa collana –, mi hanno amichevolmente convinto a ripiegare su una sorta di sua ‘traduzione italiana’. Adesso, dunque, anche quello stesso titolo desideratur.

Emerge nettamente l’intenzione dell’autore. A fronte di una cosa perduta Alessandro Fo non parla di perdita ma di desiderio rifacendosi a tradizioni antiche che in quanto tali danno la sicurezza di una saggezza vissuta, che altro non è che un aver imparato a stare nel mondo. Un mondo di mancanze, che sono desideri. Un mondo non privo di drammi e tragedie ma che mantiene la sicurezza dell’essere umano, che finchè resta nel mondo è capace di una sua bellezza, di una sua tenerezza.

 
In un hotel, riso allegro e leggero
di là dalla parete. Certamente
la donna della coppia che la scorsa
notte si amò, con rumori discreti.
Anima-goccia in infiltrazione acustica,
fisionomia perduta.
Mistero
di una vita infinita,
simultaneamente ed infinita-
mente all’infinito perduta.
 

Una poesia della tenerezza appunto, ma non di una tenerezza gratuita. C’è una certa senilità in questa tenerezza, un’esperienza non solo intellettuale ma anche biografica. Ma c’è un’arte più tenera / di questa lentezza? citando Valéry. Una lentezza importante, placida, che più che un’azione è una consapevolezza che non serve correre, non serve affannarsi. Che tutto esiste inevitabilmente, anche il bene.

 
[…]
Questo finchè, una notte,
dissipandosi gli incubi, mi parve
che, sollevato il cofano al mio seno,
qualcuno fosse lì a operare
(un innesto,
forse, da un altro seno), quasi come
se riparasse un malmesso scassone:
 
e riaccese la gioia.
 

del seno tuo è un breve estratto da un periodo che ha per titoli e filo conduttore l’Ave Maria, in qualche modo dicendo ulteriormente la già evidente spiritualità religiosa dell’autore. Ma come il mondo del poeta è un mondo di persone che finchè esistono danno modo di sperare (di desiderare quella bellezza, quella tenerezza, che manca), così la religione di Alessandro Fo è l’esistenza stessa delle persone, degli esseri umani, che sono angeli anche quando cadono. Una religiosità che dice Dio ma coglie i lati più umani del paganesimo riappropriandosi della presenza umana a discapito dell’ideale religioso. Perchè il punto non è più Dio nella sua distanza, ma Dio nelle persone.

 
[…]
e fino a quale soglia, le creature
si possono ammirare
con innocenza: senza
“colpevolezza”, Paolo, si può amare
il Creatore nelle Sue creature?
 

Una poesia ripeto densa di riferimenti e rimandi, di echi letterari, che più che appesantirne il significato anzi lo ispessisce ancora di più di uno spessore che è leggerezza. Perchè la consapevolezza dello scorrere delle cose non è l’arrendersi a una vita quanto l’accompagnarla facendosi accompagnare. Perchè la vita sono le persone, è il mondo fatto dalle persone, e in ogni persona in qualche modo e in una qualche misura c’è un angelo, una musica.

 
Nel sonno fece un incubo. Parlava…
Le carezzai piano piano i capelli.
Era tornata la calma (sembrava).
 
La mattina le carezzai i capelli.
“Dici davvero? Non me n’ero accorta”.
 
Poi, tutta la giornata.
 
E di nuovo la sera, andando a letto,
la mano andò alla seta
della sua testolina addormentata.
 
E disse un po’ pensosa e addolorata
“Ma quando sarò morta,
tu mi accarezzerai i capelli?”
 
 
 
 
 
 
 
 

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