Lucianna Argentino

Bozza automatica 43

 

Michele Paoletti intervista Lucianna Argentino
 

Ora mi siedo e scrivo / da dentro questa fonte mai sazia / dove a volte il silenzio ha la meglio recita l’inizio di una poesia di Lucianna Argentino contenuta nella raccolta L’ospite indocile (Passigli, 2012). Ed è proprio attraverso l’uso quotidiano del silenzio che chi frequenta la poesia riesce a trasformare il pensiero in verso, tramite un processo che porta alla consapevolezza di un costante squilibrio, una mancanza incolmabile da cui trarre la forza per questa continua ricerca di senso.

Ma l’occhio del poeta è anche quello che riesce a scucire le cose dalla loro utilità e ricucirle sulla pagina dove queste acquistano un significato altro, un uso inutile eppure misteriosamente prezioso. Gli oggetti si caricano di un potere evocativo che li lega indissolubilmente, ad una presenza, più spesso ad un’assenza e ci consentono di mantenere vivo un ricordo, di colmare un vuoto con il pieno di una presenza materiale, muta e immutabile.

 

 

Può essere la poesiauno sforzo che l’uomo fa per perdurare nel tempo”?

Penso che all’origine del gesto poetico più che uno sforzo di perdurare nel tempo, da parte del poeta ci sia lo sforzo di perdurare il tempo, di cristallizzarlo in immagini, di suggerne l’essenza, la bellezza, la verità – l’attimo di eterno che contiene, scrivo in un’altra poesia di L’ospite indocile. Sto usando il verbo cristallizzare non in contraddizione con perdurare in quanto parto dal sostantivo, ossia da cristallo che è una struttura che ha una disposizione geometrica regolare, penso dunque alla poesia come qualcosa che dal caos trae il cosmo, l’ordine, l’armonia. Il poeta, quindi, del tempo che ferma sulla carta, che riordina attraverso la parola poetica, fa qualcosa di vivo e duraturo che continua a parlarci anche a distanza di secoli. Scrivendo dello sforzo che gli esseri umani fanno di perdurare pensavo al conatus di Spinoza, all’autopreservazione che non è un atto solipsistico, ma anzi ha bisogno degli altri – altrimenti si muore per asfissia – ci vuole una sana e creativa dissipazione dell’io per perdurare che, comunque, è uno sforzo. La vita è uno sforzo, è un impegno, è un quotidiano ed entusiasmante lavoro che si compie spesso tra tante difficoltà e sofferenze. La poesia, dunque, e l’arte in genere, è di ristoro, di consolazione, ma anche e soprattutto di presa di coscienza di noi stessi e del mondo che ci circonda e in qualche modo ci dice che in quello sforzo, in quell’impegno è il senso della nostra esistenza.

 

 

Una poesia de L’ospite indocile recita Non è che l’ombra del silenzio / questa parola che irrompe. In questi testi il silenzio è una condizione necessaria affinché la parola scritta possa manifestarsi.

Mi fa piacere che anche nella nota introduttiva tu abbia posto l’accento sul silenzio. Il silenzio per me è fondamentale. Il silenzio prima, durante e dopo la parola poetica. E questo vale sia per chi la scrive sia per chi l’ascolta, la legge.  Il silenzio prima è quello necessario all’ascolto, quello che ci accompagna nell’atto di zittire tutto ciò che ci circonda e può creare interferenze distruttive, per usare un termine della fisica.  Il silenzio durante è quello insito nella parola poetica stessa, quello che quando ascoltiamo o leggiamo una poesia fa silenzio in noi, crea lo spazio necessario perché la parola poetica possa essere accolta e possa parlarci, dialogare con noi. Il silenzio dopo è quel silenzio in cui la parola poetica continua a vivere, un terreno fertile dove essa sboccia per il nostro nutrimento spirituale, dove continua a parlarci anche oltre le intenzioni del poeta stesso. In una poesia inedita dico  che il silenzio porta in braccio la parola come una sposa e insieme attraversano la soglia dell’essere. Mi piace pensare alla loro coniùgio come fonte di poesia.

 

La mancanza di equilibrio è indispensabile affinché si possa fare poesia?

Penso proprio di sì. Penso che il poeta nell’atto di scrivere sia in una situazione di squilibrio che è una situazione dinamica, mentre l’equilibrio è lo stato fisico di un corpo o di un sistema per cui la risultante delle somme vettoriali è nulla, come ci insegnano la fisica e la matematica. Quindi per creare ci vuole squilibrio. Il poeta è “squilibrato” tra ciò che in lui preme per essere detto e il mezzo con cui dire, ossia il linguaggio, che poi riversa nella pagina creando quella vertigine che è la poesia, vertigine intesa come sensazione di stordimento che si prova davanti a qualcosa di impressionante. E una vertigine dovrebbe essere la poesia, dovrebbe creare scompiglio tra le nostre idee preconcette e a volte un po’ asfittiche. Aprirci a un mondo altro, a un modo altro di vedere gli esseri e le cose che ci circondano. È anche in questo senso che il poeta vive nello squilibrio, squilibrio tra ciò che sente e vede nelle profondità che la poesia apre ai suoi occhi e ai suoi sensi e quello che il mondo gli mostra. La poesia per me, dunque, è anche un modo più autentico di vivere la vita, ma certo ognuno ascoltando a fondo se stesso, scoprendo i propri talenti, può trovare il suo.

 
 
 
 

Secondo i calcoli infinitesimali
prodotti dall’azione delle circostanze
nelle sue mani, la proprietà dissociativa
non si addice alla conoscenza carnale
che delle cose ha quando ne spia gli amplessi.

 
 
 
 

Sta dalla parte di quelli che usano le parole per cercarsi nel buio che rosicchia la luce e ai quali accade, a volte, un di più di vita o una sottrazione perché essi vivono nello squilibrio – scomposti senza baricentro – obliqui equilibristi dell’invisibile. Senza consenso.

 
 
 
 

Sosta a lungo nel farsi luogo della parola. Impara ad accendere fuochi che ripetano sulla terra il volto delle stelle – un loro tratto almeno – e siano di ristoro allo sforzo di perdurare che ogni cosa ed essere compie. Insegna al pensiero l’uso domestico e quotidiano del silenzio, il suo mutare di sostanza attraverso la liquida sonorità dell’inchiostro.

 
 
 
 

Quando si lacera il tempo lei lo rammenda col tessuto connettivo del silenzio cui segue il furore della penna. Ma di solito – sprovvista di segni –  le cose le scuce, le separa dalla loro utilità, le ricuce sulla pagina ad altra necessità. Con le parole gli ricama un altro uso, un uso inutile eppure misteriosamente prezioso. Indispensabile.

 
 
 
 

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