L’inganno della superficie – Marco Pelliccioli

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L’inganno della superficie, Marco Pelliccioli (Stampa2009, 2019, prefazione di Maurizio Cucchi).

 

Vi è in poesia, da sempre, la questione dell’io. Questione, problema, talvolta contraddizione. Un I can’t breathe che soprattutto oggi porta con sé il peso degli opposti, dei non visti, degli eccessi emotivi che, sulla base di una banalizzazione non di rado strumentale, da un incipit giusto quanto drammatico si arriva a conseguenze grottesche.

Un paio di anni fa, recensendo La linea del cielo di Franco Buffoni (qui), ricordo rilessi un’intervista di diverso tempo prima a Franco dove lui disse:

 

Il vero punto non è abolire l’io; il vero punto è possedere una grande tecnica e una vera poetica. Una poetica non è qualcosa che ti costruisci abolendo l’io. Vivere in apnea è possibile. Per qualche minuto ci si può anche illudere.

(qui)

 

Sono profondamente d’accordo con Franco sull’io, tanto più perché l’io è una realtà imprescindibile dell’essere umano, di fatto non esiste uomo senza io. Ma tanto non significa che l’uomo si debba limitare all’io stesso. Una casa è certamente il luogo dove abitiamo, dove riposiamo, ma non può essere il luogo dove restiamo. Pena l’involuzione della casa in prigione.

Marco Pelliccioli, nel suo edito L’inganno della superficie, come diversi autori di oggi non affronta nemmeno la questione dell’io risolvendola con un già assodato, che poeticamente (e probabilmente anche umanamente), può coincidere con un già assolto.

È la fortuna di certa poesia contemporanea che vive momenti di altissima levatura pur perdendosi in un mare magnum di grigiore. Dove il poeta restituisce sprazzi di lucidità che si vorrebbero più ampi, più sociali, non criticando l’autore ma appellandosi ai lettori.

Perché relegare l’io a ennesimo personaggio e partecipante del mondo, in un mondo sempre più corroso e corrodente, non può che essere un segno destinato all’oblio, alle pagine chiuse dei libri, ma pur sempre segno.

La poesia di Marco Pelliccioli si muove in questa direzione con un’acclarata (ma non dichiarata, non esposta) solidità. E punta all’osservazione (e chi fa corsi di poesia sa quanto importante sia!) della realtà e delle persone che vi accadono. Perché anche gli esseri umani sono accadimenti, sono atti, storie, che percorrono il tempo ma non vi rimangono chiusi.

La memoria, la capacità di ricordare e di mettere in relazione gli elementi è uno dei punti di forza di una poesia che punta all’osservazione partecipata da un’intelligenza emotiva, da un senso della pena e della pietà che rende osservato e osservatore compartecipanti di una medesima storia. Che non di rado è un’eco, un ritorno, ancor oggi individuabile:

 
Lontano il silenzio
pietra miliare dello spazio
onda che infrange il perimetro dei corpi:
la voragine apre al cielo vette sconfinate
 
         (dicono poi che le sue dita
         non si creparono in un giorno:
         l’acqua fredda, i calli
         i panni ai lavatoi, lo straccio sulle scale
         a frantumare il calcio, il cuore, poi le ossa;
         forse anche per quello quando lo rivide
         con le sue mani intatte, sepolte per decenni,
         lei si commosse ancora
         come il primo istante, quando la accarezzò
         dopo averle tolto la ciocca sulla fronte)
 

L’osservazione in Pelliccioli non necessita di aggettivi, di definizioni ulteriori che non siano la realtà stessa. Perché essa stessa, proprio in virtù della sua esistenza, dice.

 
L’infiltrazione impregna la parete
cede il silicone alla finestra
soffiano spifferi dovunque.
 
Trapani, martelli
istruiscono cantieri e costruzioni.
 
Le betoniere impastano la malta con la sabbia
deposta dall’alta marea.
 

Pelliccioli in questo libro ha il merito (cosa che non sempre va riconosciuta in altri volumi e autori) di dire il mondo nella forma in cui è, dosando poesia e prosa e così comunicandone la molteplicità. E questa è poesia. Riconoscere la complessità di ciò che si vede e restituirlo in stili differenti e più adeguati è partecipazione.

 

Frusciano, oltre la siepe, il muro, stormi di abeti, pini, flauti o forse giochi, antichi, regali. Attorno al campanile tracciano volumi incerti, suoni di una lingua prima. Per strade, balconi, ricordano che siamo, i passeri nel cielo, fragile uno stelo…

 
 
 

Sospetti, o forse indizi, foglie cangianti, tane, rami amputati, tronchi, cortecce screpolate. Tra colpi di vanga sempre più lontani trascolora la scia delle anatre palmate.

 
 
 
Sotto il livido cielo d’estate
cade la pioggia pesante
i campi di grano, la vite, la terra:
fecondo ritorna l’istante
che mai seppi cogliere intero
sull’uscio ingravida me
depone parole sepolte,
l’eterno ritorno incompiuto
che un lampo nel cielo d’estate
riporta sommesso alla luce.
 

Una variegazione del verso che assume, con una piena ricerca del linguaggio, anche terminologie impoetiche (paradossalmente? ancor oggi siamo a questo punto?).

 

Sciami di colmi innaffiatoi, tegole con ali
vasi in pietra e mani immerse nella terra
migrano in telescopi, “tweet”
posizioni certe segnate in Google Maps
riverberano l’eco
                  (lontano il temporale)
infrangono con l’acqua le mura di cinta.
 

Cantieri, autostrade, diventano un brusio di fondo che non viene da lontano ma ingloba, a tratti rompe la linearità dell’esistenza, spazia luzianamente per poi tornare dura parola più eliotiana che montaliana, vicina alla Vita in versi di Giudici, a buona parte di De Angelis.

Il riferimento eliotiano può apparire azzardato, leggendo questi testi di Marco Pelliccioli, ma è indiscutibile vi sia una mitologia del quotidiano, dell’oggetto che restituisce il senso del proprio esistere, e la domanda. Una mitologia anche in questo caso non invasiva ma immersiva, quasi una dichiarazione di realtà, una linea sottesa a prescindere dall’autore che la sfiora.

 

Ed è questo, tornando al discorso iniziale, la grande promessa di alcuni ottimi poeti odierni come Pelliccioli. Avere degli occhi per guardare ma non specchiarsi. Avere un’intelligenza per riflettere con certa lentezza necessaria, ponderata.

E, per concludere con una nota un po’ più personale su questo L’inganno della superficie (libro che tra l’altro si chiude con dei versi stupendi: e avere paura, sentire dolore / se la fonte è la crepa / forse guarire), devo ammettere ho trovato il miglior Benzoni nella figura che percorre l’intero libro, dichiarata e non dichiarata, che è la madre Angiolina.

Personaggio che partecipa del mondo, dell’autore, narrazione densa e lieve di entrambi e che, curiosamente e probabilmente simbolicamente, nel capitolo a suo nome riporta una citazione da Ipotesi di felicità di Alberto Pellegatta similmente all’ultimo testo (Spaesato può diventare / sommergibile, mentre la città / piatta come un poster / pattina via simmetrica – / con le sue miniature violente a inizio del capitolo L’angiolina, la madrePer ogni forma il suo contrario. Andare in pezzi / per migliorare nell’ultimo testo del libro).

Forte ma lieve, Angiolina, tenue, una crepa anch’ella, una superficie.

Alessandro Canzian

 
 
 
 

Le impronte sugli occhiali fanno luce
(la filigrana opaca, dicono di contrabbando)
mentre pulisci con lo spray
lenti senza neppure un graffio
 
         (il sasso che scivola nel pozzo
         la traccia che risale
         e si sparpaglia per la vite
         che ora non è più:
         non piangere Angiolina
         il secchio con lo straccio, l’acqua lapidata
         i figli sono tre, di pane non ce n’è…)

 
 
 
 
 
 
Controfigura
 
Qui è lui a testimoniare la storia di un dolore:
frammenti di una madre, brandelli di Angiolina,
l’attimo presente di una superficie
che ingoia nell’inganno lacrime comuni.
 
 
 
 
 
 
Sollevare dei pesi, deporli
sbirciare
la madre a confondere la terra con il cielo
         (la chiave della camera un fortino)
le dita storte, l’unghia giallognola del piede
che strizzano lo straccio, premono le scale
         (i figli dal balcone immersi nella nebbia
         aspettano Angiolina, il brodo, la minestra,
         la coperta lisa per dormire insieme)
 
 
 
 
 
 
Prefabbricati, tubi, tralicci, autogrill schiacciano i
filari, brandelli di campagna. Vagoni, sacchi, reti,
gialli altoparlanti inghiottono corpi transfusi nei
display. Reticolati in ferro, scavi, fondamenta,
avvolte da ringhiera in plastica arancione, frazionano
il volo dei passeri spiumati…
 
         (da un davanzale, un giorno
         l’Angiolina, a sera, li vide passare;
         stringevano le mani, le rughe alla ringhiera,
         la vernice verde scrostata una stagione:
         il Nino che l’aspetta in fila per la strada
         lungo quei campi ora sgualciti dai cantieri)
 
 
 
 
 
 
L’Angiolina al balcone che lo aspetta
frigge in padella le cervella
         (il cielo rosso gonfia il grembiule in vita),
scivola il granello, forse una mollica
sulla parete molle, a tratti denutrita
         (porte murate, sacchi, cornette nell’insegna
         strati multiformi che pendono marciti
         buchi, ganci, cavi attorcigliati
         foglie crivellate dure come scorze
         cumuli di pietra ai piedi della via)
il granello si disperde nel pulviscolo in cantina
sgretola la luce, il foro in fondo al corridoio…
 
 
 
 
 
 
Sul letto d’ospedale
petali bianchi, il giallo
nel mezzo, la corolla,
vestono d’amore
il nostro dolore
 
         (qui lui la vede ancora
         laggiù in fondo al viale, sempre più lontano,
         prenderlo bambino in braccio tra le giostre
         la madre, l’Angiolina, disperse in una treccia,
         stringe quel ricordo grato come può)

 
 
 
 

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