Limite del vero – François Nédel Atèrre

Limite del vero, François Nédel Atèrre (La Vita Felice 2019)

Le poesie che compongono Limite del vero, la nuova raccolta di François Nédel Atèrre (La Vita Felice, 2019), sono testi di confine, in bilico tra il reale e una dimensione onirica, fortemente legata ad un passato che permea gli oggetti, i muri, la natura. É confine l’acquario in cui stiamo immersi e attraverso il quale proiettiamo il nostro sguardo verso un mondo illeso, incurante della nostra presenza, è confine il muro contro cui si infrange / ogni gioco infantile, simbolo di un tempo quasi impossibile da portarci dietro ed è confine il cortile, luogo e parola che, una volta pronunciata, ci porta verso un passato intatto ma irraggiungibile: un tempo andato, / […] un giorno che altri ignorano, e altri invece / hanno negli occhi – e che ancora li abbaglia.

Numerosi sono i termini che sottolineano il limite, il varco, il passaggio: porta, i già citati muro e cortile, finestre, stanze, luoghi dove la luce filtra liquida e dà il nome alle cose, misura il nostro passaggio. Fuori la natura pulsa al ritmo degli endecasillabi che, come nota Giulio Maffii nella postfazione, sono usati in maniera “sapiente e non dozzinale o scontato” e lasciano fluire i versi l’uno sull’altro in maniera ipnotica spingendoci contro questo limite, invitandoci a forzarlo, ad allentare lo sguardo e metterci in ascolto di quel mondo sottile che permea l’aria, lo spazio e le cose: Faremmo bene a tenerla per noi / la spiegazione scrive Atèrre.

Nella raccolta si avverte inoltre l’urgenza di un dialogo incessante con un tu multiforme, un essere leggero come una foglia e inafferrabile, forse proprio parte del mondo sottile accennato prima, oppure del passato. Forse è alla natura stessa che Atèrre si rivolge o a quella polvere – ai calcinacci – scarti su cui non si riesce a costruire ma che vorticano nell’aria attorno a noi che indugiamo sul limite delle ombre, incerti se voltarci o proseguire; mentre le cose aspettano, ripetono il tuo nome, i muri aprono fessure, conservano il segreto muto del tempo, la verità della luce.

 

Michele Paoletti

 
 
 
 
Adesso non ti so distante se esco
e in strada non ascolto la tua voce.
Nel grembo della sera, ancora freddo,
c’è il seme di una nuova primavera.
 
Le spalle fragili, quelle che vedo
passare, sono aperte al vento nuovo,
al tocco lieve, allo sguardo distratto
di chi confonde un viso a lungo amato.
 
 
 
 
 
 
Io le ho vedute le curve alla neve
che gomme ingenue fanno tra i binari,
le auto sbandate. La tua siepe è bianca,
come l’albero scarno, nella strada
tua dove pure il giardino di casa
sta chiuso al giorno e si ritrae agli sguardi.
 
Io sono più ghiacciato nel mattino
di questi cavi sospesi nell’aria
lasciati soli da scintille e tordi.
Aspetto, nel silenzio, il dono incerto
del tuo portone aperto solo a mezzo
per breve fuga o cauto rincasare.
 
 
 
 
 
 
Avrei dovuto capirlo dai sacchi
di calcinacci aperti sulle scale:
niente si costruisce con gli scarti,
sui resti, e non c’è polvere che prenda
luce dall’oro. Era passato il tempo,
dovevi andare. Non l’avevi detto
se non coi segni lasciati dagli altri
per caso, e non li avevi mai incontrati.
 
 
 
 
 
 
Cortili è la parola, e tu sai dirla,
che rende il luogo com’era, com’è.
Manca, ma è irrilevante, una conferma.
Il marmo che non si può riparare
cede, mi appoggio ai muri con la mano.
Restare qui è fidarsi delle dita.
Porte serrate, quelle che sapevo
sopra le scale, e l’ombra ti allontana.
Grani dall’alto, è la pioggia che arriva
o è solo l’acqua caduta alle piante.
Mi accorgo, intanto, che guardare a lungo
è garantire l’esistenza in vita.
 
 
 
 
 
 
Il davanzale è sparso a terra, in pezzi
neri di marmo buono. La ringhiera
sconnessa non li vede, si concentra
su antiche ruggini tra le volute.
 
Chissà se arriva il tuo passo leggero,
e si fa luce o suono alle macerie
che il sonno lascia indietro. Tra le mura
qui tante cose senza peso, inerti,
ti aspettano, ripetono il tuo nome.
 
 
 
 
 
Così è un segnale, quando viene, a volte,
e getta minio e luce sulle mani
scarne: rimanda sempre a un tempo andato,
a un giorno che altri ignorano, e altri invece
hanno negli occhi – e che ancora li abbaglia.
 
 
 
 
 
 
E poi non ha che quest’albero, l’orto
ed una rete di fianco. La casa
lasciata sola non sembra più nostra.
 
Mandarli avanti i giorni, in qualche modo.
Solo la pioggia, un volto come un altro
– anche la terra ha vuoti di memoria.
 
Tu non potevi saperlo, il segreto
era non farsi ancora altre domande.
 
 
 
 
 
 
Ritorno. A cosa? Non lo so nemmeno
se quelli che conosco hanno altre vite
tra i denti, e non contemplano lo scarto,
l’innesto tra i binari. È quella fame
 
di frutti tra le spine – ed ero sazio
di luce già – che qualcuno coglieva,
la strada riparata dalle piante
verso la spiaggia, l’agile torrente
 
che cerco ancora. Ma è un tranello l’ombra
bassa sopra la darsena, è passato
tacendo qualche cosa un ambulante.
Mi chiedo se era vivo, se lo sono
 
io che ho certezza soltanto del sole
feroce e di ogni fiore folgorato.
 
 
 
 

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