Le progressioni accentuative (esercizio)

Bozza automatica 311
 

Abbiamo analizzato i metri canonici, gli andamenti basati sui piedi classici, la combinazione di essi. A questo punto restano ancora poche riflessioni da fare sulla metrica “classica” e sull’accentuazione nei versi.

Una delle più interessanti, a mio modesto avviso, è quella sulle progressioni accentuative.

La progressione accentuativa si ha ogni volta che, in un verso con accenti fissi e accenti secondari, in una sequenza di due o più versi, gli accenti secondari vengono modificati secondo un criterio ascendente, discendente, o secondo una combinazione di essi.

Per aversi progressione dovremo avere, pertanto:

 

  • dei versi che non presentino esclusivamente accenti fissi (escluderemo pertanto versi come il ternario, il novenario, o il decasillabo);

 

  • dei versi che consentano di modulare gli accenti secondari secondo una progressione ascendente o discendente più o meno ampia (che consenta almeno tre variazioni).

 

Non esistono regole definite relative alla progressione accentuativa, ma, in base all’esperienza, risulterà evidente che è conveniente mantenere fisso un medesimo accento e applicare la progressione in una o (massimo) due sedi.

Facciamo adesso qualche esempio con il verso che meglio si presta a questo meccanismo, creando dei ritmi modulari e ondulatori che richiamano quelli dell’esametro latino: l’endecasillabo.

Avremo una progressione ascendente se, in strofe di endecasillabi, applicheremo questo genere di accentuazione:

 

  • , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° (a ripetersi)
  • 4°, , 10° || 4°, , 10° || 4°, , 10° (a ripetersi)

Avremo una progressione discendente, con accentuazioni simili:

  • , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° (a ripetersi)
  • 4°, , 10° || 4°, , 10° || 4°, , 10° (a ripetersi)

È altresì possibile fare delle progressioni “per intervalli”, a scalare, sia ascendenti che discendenti, come ad esempio:

 

  • , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° (a ripetersi)
  • , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° (a ripetersi)
  • , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || (a ripetersi)

 

Le combinazioni possono essere molte altre, e possiamo applicare le progressioni a parecchi altri versi, in particolare settenari, doppi settenari, combinazioni di endecasillabi e settenari, quinari, doppi quinari, senari, doppi senari.

Anche particolari versioni “non canoniche” di ottonari, novenari e decasillabi, privati dei tradizionali accenti in sede fissa, si prestano a progressioni di questa natura, anche se l’endecasillabo consente di raggiungere i risultati più soddisfacenti, dal punto di vista ritmico.

Ricordatevi degli accenti secondari nelle parole con più di tre sillabe, es. pò – mo – dò – ro (accento secondario, o debole, o contraccento, su “pò”).

 

Traccia:

 

TEMA = un mito a scelta.

SCHEMA = Strofa unica. Minimo venti versi, massimo quanti ne volete (evitate per i primi esperimenti mattoni da 7.645 versi).

METRO = endecasillabi sciolti a majore con progressione accentuativa ascendente , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10° || , 6°, 10°.

 

Esempio:

 
Quando il cupitonante padre Giove
co ‘l divo seme vinse nel suo abbraccio
di Latona il vergineo bianco petto,
pur suscitando l’ire ingelosite
d’Era, vendicativa sua consorte,
poteva forse il padre dell’Olimpo
prevedere ch’avrebbe scatenato
la crepitante mole di Pitone,
serpe superna e mitica, feroce
braccando d’ogni dove quella donna
affinché le impedisse il divo parto
in su quest’orbe intero perseguita?
Ei non poté, così pregò il fratello,
signore d’ogni flutto Enosigeo,
di coprire quell’isola d’Ortigia
d’una calotta d’onde risospese.
Già il drago non la vince, concedendo
all’umile Latona giusta quiete;
da quel giorno quell’isola fu Delo,
che die’ i natali al divo Apollo Febo.
Nato rifulse splendido, il castigo
parando al serpe d’Era, che ‘l cercava:
fu così solo il primo a ricader
sotto l’argentee frecce di quell’arco,
lesto a punir qualsiasi offesa o insulto
che il Fanio pur macchiava, o il suo retaggio.
Fu poi Niobe, superba vaneggiando,
ad attirar quell’ira illuminata,
rapida disperando quella prole
che andava già vantando irriverente,
ch’ora cade trafitta in un istante
tra le sagitte delfiche e letali.
L’arti divine e il canto delle Muse,
che il Pàrnaso ospitava generoso,
difendesti dacché il volgar belato
ferì graffiante della lira il suono.
Molti così quell’ira ridestando
feroce e giusta morte pur vocaron,
come Marsia, sgraziato nel caprino
strazio che già vantò divo e superno,
più di quelle squisite note dolci
che il Citaredo, offeso trattenendo,
scorticato il superbo e fastidioso,
non lacrimò intonando al suo castigo.
Chiamo quel tuo marmoreo e imperturbato
sorriso, delle più grandi bellezze
pur capace, così come d’infami,
vendicativi assalti ed agghiaccianti.
Svelami quel raggiare delle Grazie,
perdona quest’audacia che t’invoca,
ché soltanto d’ambrosie i vaghi labbri
del mio pensier fugace va implorando;
stretto alfin nell’incanto tuo museo,
annienta quel mio gusto, che mortale
va struggendo que’ molli canti umani,
già limitati d’entro il mio sentire;
donami l’infinita tua visione,
dall’alto di quel monte a noi precluso,
d’onde miri il più vasto dei segreti
che nostra percezione inganna e muta:
là dal nostro egoismo, che fatale
nel vano sentimento della gloria
sempre acceca, trafiggimi di strali,
collacrimando alfin divino il bello.
 
 
 
 

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