Le cose piccole non si vedono in autostrada – Claudio Lamberti

Le cose piccole non si vedono in autostrada – Claudio Lamberti (Fara 2016)

 

Ormai è passato qualche tempo dall’uscita dell’opera prima di Lamberti, che ha visto una recente segnalazione al premio nazionale Gorgone.

Di questo libro sono state dette diverse cose, tutte criticamente fondate, ma si ha sempre faticato, in ultima istanza, a riuscire a legare il discorso del giovane poeta all’immaginario contemporaneo.

Sono state sottolineate in particolare le derive ermetiche, aggiungerei quasi astrattiste, la versificazione nervosa, il rapporto vertiginoso – letteralmente, tra io ed esterno, etc…

Poi, ovviamente, la visione dell’autore: «Esiste un luogo, fisico e poetico, che ogni poeta e ogni persona devono raggiungere per ottenere un appagamento interiore: ebbene, il “viaggio poetico” che io ho immaginato è fatto di deviazioni, di piccole cose che si contrappongono alle grandi: è in un certo senso un viaggio fatto di umiltà, giacché bisogna farsi umili per vedere le cose piccole fuori dall’autostrada della vita, cambiare il proprio punto di vista e posizionarlo più di lato rispetto ai paraocchi che l’esistenza ci obbliga talvolta ad indossare.

Già dal titolo si può intuire la presenza forte della componente del viaggio, inteso non come lo spostarsi da un punto a un altro, bensì come libertà di “lateralizzare” la linea retta che ognuno di noi, a suo modo e con ostacoli diversi, percorre.

Come ogni viaggio fisico, in questo viaggio fatto di poesie esistono delle tappe, nello specifico quattro sezioni (“Note”, “Elementi”, “Umani”, “Essendo”) che non vogliono essere camere a tenuta stagna, bensì checkpoint dove componimenti accomunati da visioni simili si incontrano.»

Nel mio piccolo ho sempre pensato: se la modernità ha straniato l’essere umano, la contemporaneità lo ha reso solo fra molti.

L’opera di Lamberti non fa eccezione.

In quale misura, dunque, la solitudine è presente ne Le cose piccole non si vedono in autostrada (Fara Editore, 2016), in quale modo essa si lega all’erranza? E questo come si lega, se non in toto, almeno a una parte dell’immaginario attuale?

Questi saranno i temi centrali che cercherò di evidenziare in questo intervento all’interno della poetica del Nostro.

Se la tradizione cavalleresca, con Tasso, porta a compimento la drammatizzazione della lezione petrarchesca in modo geniale, cementando il legame tra errare ed eros, Lamberti a questo offre un’altra prospettiva.

Difatti Lamberti allaccia l’errare a un altro elemento più caratteristico della poesia “che si fa”: quello della solitudine. Lamberti ha il coraggio, o la scelleratezza di accettare la condanna senza cercare altrove radici.

L’insistenza di quel Noi, per gran parte del libro, è disperata e vuota. Lupi nelle nebbie fredde / non siete soli / non siete soli! Questa immagine si dispiega nella sua portata ossimorica, dando voce al conflitto di cui parlavo.

L’erranza ritorna ad essere un’esperienza fondamentale. Un viaggio che Lamberti fa per se stesso e per l’umanità, perché il suo punto di arrivo sarà il ritrovamento di se stesso e dell’altro, a cui questo libro tende perpetuamente.

Lamberti insomma cerca, non sempre riuscendoci, di trovare un punto fisso nella mobilità perenne e disumana di questo mondo.

Ma in questo libro Lamberti scoperchia il vaso di Pandora senza scoprirne l’artefice: vede la solitudine, ma non sa che essa è in realtà una condanna. In questo senso diviene “discepolo incosciente” di un maestro del tema, G. Sissa, il quale, continuando a percorrere la strada di Giudici, ha reagito alla solitudine imposta da una certa borghesia bigotta, nobilitando la condizione del “vitale emarginato”.

Come si è detto, Sissa cerca di radicarsi, facendosi portavoce, in un mondo ai margini del moralismo “di moda”. Sissa, con la lancia del reietto, ferisce il suo oppressore scoprendo che esso si era alienato a un livello tale da non poter più essere umano, da non poter più essere considerato vivo.

In questo senso, ad esempio, si potrebbero accostare, anche se di registri diversi, Immortale di Lamberti a Posso giocare a Calcio di Sissa. Due modi diversi di affermare la stessa cosa: la propria vitalità. Ma se in Sissa la vitalità si rispecchia, soprattutto in Laureola, nell’eros dell’io, che riesce talvolta a informare di sé perfino la natura, in Lamberti la natura diviene una finta matrigna, nel suo insistente trafiggere il poeta nel tentativo di salvarlo (o svegliare la sua consapevolezza di sé?).

Se Sissa offre verità desunte dall’esperienza, un’esperienza perfettamente cosciente delle proprie radici, Lamberti, non essendo di esse cosciente (il che è uguale a non averne), riesce solo a offrire “ipotesi rivelategli” dall’intuizione del sogno.

Siamo arrivati al punto fondamentale che spinge Lamberti ad errare (in ogni senso): inconsapevolezza, somatizzata da Lamberti nel torpore delle visioni.

 

Luca Cenacchi

 
 
 

 

La creazione
 
Lupi nelle nebbie fredde
non siete soli
non siete soli!
 
Fratelli
in cerca di anime
si scontrano
puro disordine
di chi ha voglia di vivere
 
È mio ogni atomo
ogni attimo di respiro
 
Vicino
a me l’universo
ti è amico
ti ama
ti è padre
la madre dell’ombra infinita
 
Siamo nulla
perciò esistiamo
 
 
 
 
Immortale
 
Ere attraversate da quiete
speranze
squarciano
le convenzioni umane
 
Corrono
 
Sfugge un’eco antica
cresce
a ritmo della Terra
 
Corre
 
A ritmo del non udito
Salvami
 
Trafitto
il ricordo lontano
della possibilità
di aver avuto un’anima
 
 
 
 

Posso giocare a calcio
da Il mestiere dell’educatore, G. Sissa, Book 2002
 
Posso giocare a calcio
per ore con i bambini
e sentire quasi amore
per lo sgambetto per la finta
o il tiro a rete persino
per il loro afrore
e resistere alla sete
urlare torna, fallo, marca,
non devo spiegazioni
in fondo come loro intento
a sudare le mie tentazioni
o bere a collo dalla bottiglia
appena riempita alla fontana
ma solo a partita finita,
posso togliermi la camicia
e inginocchiarmi sul pavimento
a spingere una automobilina
su una pista di cartone
inventare una stupida canzone
e sentirmi contento
o aspettare la merenda
alzare il dito ammirare
sfinito il caso della pallina
da ping pong in equilibrio
sul dizionario di francese
placare risse, asciugare offese
recuperare dal bidone
il quaderno di matematica
fare finta di capirne d’informatica
sentire quando il dolore
si fa lato scosceso della realtà
guardarli in faccia con lealtà
ascoltare le madri, stringere
la mano ai padri ogni volta
stupito di non avere mai capito
perché se mi sento vivo io
con i loro ragazzi loro
debbano poi lamentarsi sempre
di mille cazzi
 
 
 
 

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